Fontamara

Titolo originale: Fontamara

Fontamara è il primo romanzo di Ignazio Silone, pubblicato dapprima nel 1933 in lingua tedesca in Svizzera – dopo esser stato scritto nella Confederazione elvetica tra il 1929 e il 1931 – al tempo in cui l’autore era riparato all’estero per sfuggire alle persecuzioni del Regime fascista; nel novembre 1933 egli pubblica un’edizione in lingua italiana a proprie spese, e nel 1934 l’opera fu tradotta in inglese. Il successo del romanzo, che denunciava l’immoralità e gli inganni del Partito Fascista di Mussolini e dei suoi seguaci, fu straordinario, galvanizzando una parte dell’opinione pubblica internazionale dell’epoca, che fece di Fontamara un documento della propaganda antifascista fuori dall’Italia e un simbolo della resistenza al totalitarismo (Hitler era appena arrivato al potere in Germania).

«In Fontamara non siamo alle prese con le grandi questioni: siamo in mezzo al fango e al sangue, all’ingiustizia e all’ignominia del presente… è il più toccante resoconto della barbarie fascista che abbia letto finora» (Graham Green, The Spectator, 2 novembre 1934)

Fontamara è un immaginario villaggio di montagna, nell’Abruzzo marsicano, la cui comunità soffre sotto il peso del fascismo e di sventure ataviche. Spaccato sociale di un proletariato oppresso e sfruttato sono i “cafoni”, realisticamente descritti nella loro ingenuità, e tenuti in ignoranza secolare da una classe dominante sempre più rapace e parassitaria.

La narrazione comincia però in Svizzera, dove un io narrante identificabile con la figura dell’autore riceve la visita di tre persone, due uomini (padre e figlio) e una donna. Si tratta di tre abitanti di Fontamara, fuggiti clandestinamente dall’Italia e arrivati fino in Svizzera per chiedere asilo e quindi per condividere con l’autore, loro conterraneo, le recenti vicende del loro sciagurato paese. L’autore decide di riportare il loro racconto perché “Fontamara somiglia dunque, per molti lati, a ogni villaggio meridionale il quale sia […] un po’ più arretrato e misero e abbandonato degli altri”. Fontamara è un cosmo, un luogo di esperienze a un tempo locali e universali. In più, chi scrive è spinto a testimoniare dalla speranza che il “cafone”, protagonista con le proprie sofferenze dell’intero racconto, “quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore”. Il racconto ha quindi una forte componente testimoniale, poiché l’io narrante dell’introduione si assume esplicitamente il compito di “tradurre” in italiano l’esperienza e il punto di vista degli esuli fontamaresi. Fontamara è dunque la successione dei racconti in prima persona dell’uomo, della donna e di loro figlio. La loro è una vicenda di povertà e soprusi, che prosegue sin dai tempi dell’unificazione d’Italia e del passaggio dalla dominazione borbonica a quella sabauda. Nessuno si è mai occupato dei cafoni della Marsica, perché i cafoni da sempre sono considerati una specie inferiore di uomini:

“E noi?” gli rispondemmo. “Non siamo cristiani anche noi?”
“Voi siete cafone” ci rispose quello. “Carne abituata a soffrire”.

Con l’avvento al potere del fascismo, però, la condizione si è aggravata. Lo dimostra emblematicamente l’evento su cui si apre il racconto, ovvero l’interruzione dell’erogazione di elettricità nel paese. Gli abitanti di Fontamara ancora non sanno quale sia questo nuovo governo, né hanno idea di cosa significhi “fascista”: per loro il colore o l’orientamento di chi comanda si misura solo nei termini delle condizioni materiali di vita, che, col nuovo potere, conoscono un significativo peggioramento per la perdita di diritti conquistati nel tempo. Il racconto è scandito infatti da una serie di inganni orditi ai danni della popolazione di Fontamara da parte dei nuovi governanti della comunità locale, rappresentati dal personaggio del podestà, l’autoritario e spietato Impresario, appoggiato dal clero – impersonato dal pavido don Abbacchio (parodia del manzoniano don Abbondio) – e dai piccoli proprietari come don Circostanza, che pur mostrando di rappresentare gli interessi dei fontamaresi finisce per fare gli interessi di chi comanda. Al raggiro dell’elettricità si aggiunge quello connesso al corso del ruscello, la cui acqua è una risorsa di primaria importanza per l’economia rurale di Fontamara. Con la connivenza delle istituzioni questo è stato incanalato verso le terre dell’Impresario per renderle più fertili e produttive. Gli uomini e le donne di Fontamara, però, non sono disposti ad arrendersi di fronte ai soprusi e tentano con varie proteste – spesso ingenue – di far valere i propri diritti. L’ignoranza dei “cafoni”, che hanno firmato una carta in bianco che autorizzava l’esproprio dell’acqua, sono ingannati a causa della loro ignoranza e del loro analfabetismo: di fronte alla loro sommossa, l’avvocato don Circostanza li convince ad accettare un accordo scritto per cui “tre quarti” dell’acqua andrà all’Impresario e “tre quarti” al paese. Non comprendendo la palese incongruenza, i “cafoni” cadono nel tranello. In seguito, i fontamaresi assistono al fallimento di una grande manifestazione per rivendicare i loro diritti elementari e l’espropriazione di alcune terre da sempre destinate al pascolo comune.

Al danno materiale si aggiunge la punizione violenta per aver tentato di ribellarsi agli ordini delle autorità: un giorno, mentre tutti gli uomini del villaggio sono nei campi a lavorare, una squadraccia di fascisti si presenta a Fontamara per perquisire le case e violentare le donne; al ritorno degli uomini, questi vengono “schedati” come sovversivi con un’assurda prova di fedeltà al regime. Viene poi promulgato il divieto di emigrare dal paese e quello di discutere di politica in pubblico. Quella dei fontamaresi è la condizione di un popolo abbandonato alle ingiustizie di un sistema fondato su clientelismo e corruzione; nessuno difende la causa dei cafoni, che non possono neanche sperare in un capo carismatico che li guidi alla rivolta. Il giovane Berardo Viola, che è un “cafone” dotato di una “coscienza di classe” assai rara, tenta inizialmente la strada della rivolta, ma poi si convince a cercare un lavoro e un futuro lontano dal misero paese natale per poter tornare e sposare Elvira. Ma anche Berardo ha il destino di uno sconfitto: giunto a Roma, egli non riesce a trovare lavoro per la fama di sovversivi che accompagna i fontamaresi (e lui in particolare), il giovane è poi arrestato e torturato in carcere, dove si assumerà anche la responsabilità di alcune stampe che inneggiano all’antifascismo. Berardo morirà per le conseguenze delle percosse, convinto che di non morire “per sé, ma per gli altri”. La sua fine verrà mascherata come un suicidio.

Privi del loro esponente più carismatico, i fontamaresi provano ad organizzare le loro forze attorno a un giornale clandestino, dal titolo «Che fare?», ma l’esperienza è di breve durata. Mentre nelle campagne abruzzesi hanno luogo una serie di insurrezioni contro lo Stato fascista, le squadre fasciste tornano a colpire ancor più duramente Fontamara, che viene saccheggiata e data alle fiamme, tra morti e feriti. I tre esuli (Giuvà, Matalè e loro figlio) fuggono e vengono salvati dall’anarchico Solito Sconosciuto, già in contatto con Berardo, e condotti in Svizzera. Sono loro il simbolo della speranza per il futuro di Fontamara.

Quella raccontata in Fontamara è la storia tragica del destino di sofferenza assegnato agli “ultimi” della società italiana. Il romanzo si chiude su un’immagine di disperazione e disorientamento: i tre narratori sfuggono alla rappresaglia intervenuta a punire l’insurrezione di Fontamara e, allontanandosi dal paese, si chiedono “che fare?”. Non c’è risposta alla domanda e nulla all’orizzonte lascia trasparire una soluzione o una speranza. Eppure questo romanzo è stato considerato da molti critici come il manifesto della dignità dei cafoni e della loro volontà di rivalsa rispetto ai lutti e alle ingiustizie inflitte. In effetti, per la prima volta nella letteratura italiana, la plebe meridionale prende direttamente la parola e racconta la Storia dal proprio punto di vista. E proprio il punto di vista della narrazione è l’elemento che Silone sceglie per contrastare un potere che, per il proprio tornaconto, sfrutta l’ingenuità inerme e l’onestà della povera gente. Chi racconta, infatti, traducendo in italiano il resoconto dialettale dei tre fontamaresi fuggiti, rende comprensibile ed efficace il messaggio etico e di denuncia sociale. Al tempo stesso però viene alla luce anche l’aspetto paradossale, per non dire comico, di alcune vicende. Ad esempio, nel caso di una delle molte truffe perpetrate ai danni dei “cafoni”:

“Ecco, intendiamoci”, riprese Innocenzo “intendiamoci, non si tratta di tasse, vi giuro su tutti i santi che non si tratta di pagare. Se si tratta di tasse, che Dio mi tolga la vista”.

Vi fu una piccola pausa, giusto il tempo per permettere a Dio di esaminare il caso. Innocenzo conservò la vista.

La capacità di alternare, al tono grave con cui in prevalenza viene condotta la narrazione, un tono più leggero e disincantato è sempre funzionale alla denuncia delle contraddizioni e delle storture del potere: la presenza di elementi comici non implica affatto che chi narra si ponga ad un livello superiore o sia in sintonia con le prepotenze dei “galantuomini”. Il narratore decide di limitare al minimo i suoi interventi sul testo e sulle narrazioni dei tre “cafoni”: il suo compito è più quello del traduttore, per far emergere nella maniera meno filtrata possibile la visione del mondo di degli “ultimi”. La narrativa di Silone, anche in altre opere (Pane e vino, 1936; Una manciata di more, 1952; L’avventura di un povero cristiano, 1968), sin dalla sua prima prova conferma quindi un forte ed irrinunciabile retroterra etico, che ha la precedenza sulle questioni stilistiche e formali.

Dieci piccoli indiani

Titolo originale: Ten Little Niggers

Dieci piccoli indiani è un romanzo giallo (mistery novel) scritto da Agatha Christie, da lei descritto come il più arduo dei suoi libri da scrivere. Uscì dapprima a puntate sul giornale inglese Daily Express da martedì 6 giugno 1939 a sabato 1º luglio 1939 in 23 parti, senza divisioni in capitoli. Il romanzo, oggi celeberrimo, fu pubblicato come libro in Gran Bretagna nel tardo 1939, e negli USA all’inizio del 1940, simultaneamente in versione libresca e serializzata per i giornali; in Italia uscì per la prima volta nell’agosto 1946 col titolo …e poi non rimase nessuno nella collana Il Giallo Mondadori. Con il suo sensazionale record di 110 milioni di copie, è il libro giallo più venduto in assoluto, e si è pertanto piazzato all’undicesimo posto nella classifica dei best seller con più incassi della storia (terzo posto se consideriamo solo i romanzi). Il luogo dove è ambientata la storia è ispirato a un’isola tidale posta di fronte al Devon.

Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.

Nove poveri negretti
fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.

Otto poveri negretti
se ne vanno a passeggiar:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.

Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s’infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.

I sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.

Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale,
quattro soli ne restar.

Quattro poveri negretti
salpan verso l’alto mar:
uno un granchio se lo prende,
e tre soli ne restar.

I tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l’orso ne abbrancò,
e due soli ne restar.

I due poveri negretti
stanno al sole per un po’:
un si fuse come cera
e uno solo ne restò.

Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
ad un pino si impiccò,
e nessuno ne restò.

A Nigger Island ci sono in tutto dieci persone: il giudice in pensione Wargrave; la giovane Vera Claythorne, selezionata per un posto da segretaria proprio quando aveva perso ogni speranza di trovare lavoro; il capitano Lombard, avventuriero incline al vivere al limite della legge e abile nello sfruttarne le scappatoie; la signorina Emily Brent, sessantacinquenne timorata di Dio e più rigida di una panca di legno; il vecchio generale MacArthur, eroe di guerra al tramonto della propria lunga e ardimentosa vita; il dottor Armstrong, medico competente sempre pronto a prodigarsi per i suoi pazienti; Tony Marston, viveur amante della velocità e delle belle donne; i coniugi Rogers, domestici della casa e infine il signor Blore, detective privato incaricato, non si sa da chi, di sorvegliare tutti gli altri. L’atmosfera è rilassata, la casa è confortevole e incastonata in un posto incantevole come Nigger Island, isola al centro di speculazioni cronachistiche circa il suo reale proprietario, ulteriore motivo per aver convinto gli ospiti ad accettare il misterioso ma giocoso invito. Mancano ancora i padroni di casa, i signori Owen, i quali hanno già detto alla servitù che ritarderanno qualche giorno. La notizia non turba la serenità degli ospiti, intenti a vagare per la casa e a visitare le proprie stanze. In ognuna di esse è affissa una filastrocca infantile sulla morte di dieci piccoli negretti mentre sulla tavola apparecchiata dieci piccole statuette richiamano proprio quella macabra e disincantata storiella…

Dieci piccoli indiani è un giallo sviluppato seguendo i canoni dell’enigma della camera chiusa doppia: i delitti si svolgono in un contesto circoscritto; l’assassino quindi deve essere per forza uno del gruppo per quanto insospettabile. Il colpo di scena principale, qui, consiste nel fatto che i personaggi muoiano tutti.

Secondo Alex Falzon, questo romanzo è particolarmente riuscito per un insieme di fattori: da un lato perché l’autrice ha dato il meglio della sua vena narrativa proprio nei romanzi e nei racconti che aderiscono a questo tema (Assassinio sull’Orient ExpressPoirot sul NiloTre topolini ciechi e così via) ma anche perché, nel caso specifico, l’assenza del detective dalla scena del crimine fa emergere con una forza narrativa ancora maggiore il Leitmotiv, che è poi il rapporto fra il male e il bene, tra la falsità e la colpevolezza degli invitati e l’implacabile giustizia che toglie loro la vita uno alla volta.

Falzon sostiene che nei libri della Christie il detective è una figura salvifica, invulnerabile, un deus ex machina che ripristina l’originario stato di grazia smascherando il colpevole e consegnandolo alla giustizia; a questo modello aderiscono sia Hercule Poirot, sia Miss Marple. Mancando in questo romanzo tale figura, i meccanismi del potere e della giustizia emergono con forza ancora maggiore, al punto che essi paiono reificarsi in qualche entità che sta snocciolando la catena di delitti, fino alla soluzione finale.

Il titolo del romanzo ha avuto diverse variazioni. Il libro fu originariamente pubblicato nel 1939 in Inghilterra come Ten Little Niggers (Dieci piccoli negri o Dieci negretti), riprendendo il primo verso della filastrocca a cui si fa più volte riferimento nelle sue pagine: questa è in realtà una canzone statunitense, scritta nel 1868 da Septimus Winner e anch’essa pubblicata inizialmente come Ten Little Niggers e successivamente trasformata in Ten Little Indians. Per evitare di offendere la sensibilità dei cittadini neri il titolo del libro subì una prima variazione l’anno seguente, in occasione dell’uscita negli Stati Uniti d’America: in questa circostanza venne scelto come nuovo titolo l’ultimo verso della filastrocca, And Then There Were None, dato che nigger è utilizzato negli Stati Uniti come termine dispregiativo.

Anche in Italia la Arnoldo Mondadori Editore, prima casa editrice a pubblicare il romanzo nel 1946, scelse la seconda versione, titolandolo E poi non rimase nessuno. Il titolo rimase fino al 1977, ma non piacque, e così venne definitivamente cambiato con il più musicale Dieci piccoli indiani, come il titolo della canzone di Septimus Winner, anche se i riferimenti all’interno del testo, filastrocca compresa, rimangono collegati ai “negretti”. Il nuovo titolo fu adottato in Italia ma non negli USA, dove rimane, ancora oggi, And Then There Were None.

Ventimila leghe sotto i mari

Titolo originale: Vingt mille lieues sous les mers

Tra i capolavori più noti del celebre scrittore Jules Verne troviamo l’opera “Ventimila leghe sotto i mari”. L’opera costituisce il secondo capitolo di una trilogia che inizia con “I figli del capitano Grant” e poi culmina con “L’isola misteriosa”. Le 20.000 leghe del titolo sono riferite al tragitto percorso dal sottomarino Nautilus del Capitano Nemo durante la permanenza a bordo dei protagonisti principali del romanzo, facendo riferimento alle leghe pari a circa 4 chilometri: 20.000 leghe equivalgono quindi a 80.000 km.

Il romanzo narra le avventure dei protagonisti a bordo del sottomarino Nautilus, realizzato in gran segreto dal comandante che si chiama Capitano Nemo. La storia si apre con un misterioso mostro marino che affonda tutte le navi che incrocia lungo il suo tragitto. I superstiti raccontano di aver visto una massa capace di muoversi a velocità prodigiosa e sbuffare colonne d’acqua a grandi altezze. Ciò incuriosisce un celebre naturalista del Museo di Storia Naturale di Parigi ovvero il Professor Pierre Aronnax, che decide di studiare e vedere di persona il problema del mostro marino. Il Professore, infatti, in seguito viene chiamato dal governo degli Stati Uniti a prendere parte alla spedizione incaricata di liberare definitivamente i mari dal mostro, insieme al suo fedele Conseil (Consiglio, in italiano). I due sono invitati ad imbracarsi sull’Abraham Lincoln e, a bordo della nave, fanno la conoscenza del fiociniere canadese Ned Land.

I tre, una volta arrivati nel luogo dove vive la creatura, si trovano ben presto faccia a faccia con il famoso mostro. Sentendosi attaccato, la creatura si difende puntando la barca Lincoln e speronandola. I tre uomini cadono dunque in mare ma riescono comunque a salvarsi accorgendosi che non si tratta di un mostro marino e spietato ma semplicemente di un sottomarino. I naufraghi vengono catturati e imprigionati dall’equipaggio del Capitano Nemo. Una volta a bordo si troveranno al cospetto del comandante del “Nautilus”, ovvero il Capitano Nemo. Nemo è uomo geniale, ma allo stesso tempo oscuro e misterioso. Afferma di aver rinunciato alla cosiddetta società degli uomini e di aver tagliato qualsiasi legame con la terraferma a causa di un’antica sete di vendetta dovuta alla perdita della moglie e dei figli.

Grazie a Nemo, iniziano per i tre uomini le avventure per i mari a bordo del Nautilus. Tra le avventure più significative: la caccia nelle foreste di sottomarine di Crespo nel Pacifico, nell’arcipelago asiatico-oceanico, sfuggendo ad una tribù di selvaggi, la lotta contro i calamari giganti, sfuggendo dopo un’aspra lotta alle terribili creature e salvando delle balene, la conquista del Polo Sud dopo essere riusciti nell’impresa di creare un passaggio per il Nautilus nei ghiacciai ed infine l’attraversamento del Canale d’Arabia. Nemo mostra al professore perfino i resti sprofondati del continente di Atlantide. Solo Ned Land, che non era interessato alle scoperte scientifiche, decide di pianificare una fuga notturna durante il tragitto nell’Atlantico, ma fallisce miseramente nell’impresa. Dopo qualche mese arriva la svolta: il Capitano Nemo si chiude sempre più in se stesso e la vita nel sottomarino diventa monotona per tutti i presenti a bordo, equipaggio e passeggeri.

Una notte, mentre il sottomarino Nautilus è a largo delle coste della Norvegia, Aronnax, Conseil e Land decidono di mettere in atto il loro piano di fuga. Con loro sgomento, però, si rendono conto che l’imbarcazione si sta dirigendo verso un vortice gigante, da cui nessun natante è mai riuscito a tornare indietro. Ma grazie alla sorte, sorprendentemente, i tre uomini riescono a salvarsi grazie ad un piccolo battello d’appoggio del Nautilus e miracolosamente si salvano. I tre fuggitivi si risvegliano quindi sani e salvi, nella capanna di un pescatore in una delle isole Lofoten, attendendo così di poter fare ritorno in Francia. In particolare, il professore Aronnax è riuscito a reperire un sacco di materiale e racconterà a tutti le straordinarie avventure vissute da lui e dai suoi due compagni e ricorderà il controverso Capitano Nemo.

Il tema principale descritto da Verne è l’esplorazione del mondo marino che da sempre suscita notevole interesse soprattutto nell’opinione pubblica. L’opera è ambientata nel periodo successivo alla guerra di secessione e narra le straordinarie vicende di un lungo viaggio, attraverso il mondo sottomarino, che parte dell’Oceano Pacifico e arriva fino alle coste norvegesi.

Il libro fantascientifico ha avuto un notevole successo. Sono stati fatti numerosi adattamenti televisivi e cinematografici tra cui uno dei più celebri quello prodotto dalla Walt Disney con la regia di Richard Fleischer e precorritrice del filone steampunk. Perfino l’anime giapponese denominata “Il mistero della pietra azzurra”, si ispira ai temi del celebre romanzo di Verne.

Un altro celebre film è quello del 1954 con Kirk Douglas. Il Capitano Nemo e il Nautilus compaiono inoltre nel film del 2003 “La leggenda degli uomini straordinari“.

 “Voi amate il mare, capitano.

– Oh, sì, l’amo! Il mare è tutto! Copre i sette decimi del globo e il suo respiro è puro e salutare. E’ un deserto immenso in cui l’uomo mai è solo perché, accanto, tutto un mondo brulica. Il mare è veicolo d’una vita prodigiosa: è amore e moto, è, come un vostro poeta ha detto, l’infinito vivente. E infatti, professore, la natura vi si manifesta nei suoi tre regni, minerale, vegetale, animale. […] Il mare è il gran serbatoio della natura. La vita sulla terra è iniziata, si può dire, dal mare e finirà forse con esso. Qui regna pace infinita: il mare non è dei despoti. Alla superficie essi possono abusare ancora di diritti iniqui, combattersi, sbranarsi, portarvi gli orrori terrestri. Ma a pochi metri sott’acqua il loro potere cessa, la loro influenza non conta più, la loro forza s’annulla. Ah, vivete, vivete nel mare! Solo là si è indipendenti! Solo là non ho padroni! Solo là mi sento libero!-

Copertina originale del 1874

I Vicerè

Titolo originale: I Vicerè,1894

Dall’incipit del libro:

Giuseppe, dinanzi al portone, trastullava il suo bambino, cullandolo sulle braccia, mostrandogli lo scudo marmoreo infisso al sommo dell’arco, la rastrelliera inchiodata sul muro del vestibolo dove, ai tempi antichi, i lanzi del principe appendevano le alabarde, quando s’udì e crebbe rapidamente il rumore d’una carrozza arrivante a tutta carriera; e prima ancora che egli avesse il tempo di voltarsi, un legnetto sul quale pareva fosse nevicato, dalla tanta polvere, e il cui cavallo era tutto spumante di sudore, entrò nella corte con assordante fracasso. Dall’arco del secondo cortile affacciaronsi servi e famigli: Baldassarre, il maestro di casa, schiuse la vetrata della loggia del secondo piano intanto che Salvatore Cerra precipitavasi dalla carrozzella con una lettera in mano.

I Viceré è il romanzo più celebre di Federico De Roberto che ne iniziò la stesura a Milano nel 1894 raccogliendo materiale sulle vicende del risorgimento meridionale, qui narrate attraverso la storia di una nobile famiglia catanese, quella degli Uzeda di Francalanza, discendente da antichi Viceré spagnoli della Sicilia ai tempi di Carlo V.
Con il nome degli Uzeda De Roberto allude in realtà alla principesca casa Paternò, e in particolare alla figura del Marchese Antonino Paternò Castello di Sangiuliano, sindaco di Catania, ambasciatore e ministro degli Esteri, che nel romanzo è identificato con il giovane Consalvo Uzeda.
Questa “storia di famiglia” si ispira al principio positivistico e naturalistico della race (l’ereditarietà), con tutte le sue conseguenze. I componenti della famiglia degli Uzeda sono accomunati dalla razza, e dal sangue vecchio e corrotto, anche a causa dei numerosi matrimoni tra consanguinei. Quanto emerge da questa famiglia è una spiccata avidità, una sete di potere, meschinità e odii che i componenti nutrono l’uno per l’altro, alimentando in ciascuno una diversa patologica monomania.
Ogni membro della famiglia ha una storia segnata dalla corruzione morale e biologica, che si evidenzia anche nella loro fisionomia e nelle deformità fisiche che verranno illustrate dall’autore nell’episodio di Chiara che, dopo aver partorito un feto mostruoso, lo conserva sotto formalina in un boccione di vetro. Ma I Viceré, oltre a “una storia di famiglia”, sono anche una rappresentazione dagli accenti forti e disillusi della storia italiana tra il Risorgimento e l’unificazione. Il romanzo è infatti ambientato negli anni tra il 1850 e il 1882.

Quando I Viceré uscì non ebbe fortuna perché il naturalismo stava ormai declinando ed iniziava ad affermarsi la reazione spiritualistica di D’Annunzio, Fogazzaro, Pascoli. Inoltre, il tono troppo pessimistico e la forma poco elegante non potevano più essere apprezzati in un momento in cui trionfavano il nazionalismo ed il formalismo. A influenzare l’insuccesso del romanzo venne la critica negativa di Benedetto Croce.

Tuttavia, trentasette anni più tardi, nell’edizione Einaudi 1977, Leonardo Sciascia criticò ancora una volta Croce e il suo atteggiamento nei confronti de I Viceré ribaltando il suo giudizio: «Dopo “I Promessi sposi”, il più grande romanzo che conti la letteratura italiana». Oggi è considerato unanimemente uno dei massimi capolavori del Verismo italiano per la ricchezza dei personaggi, l’ampiezza della struttura e la vivezza della rappresentazione.

Ha scritto Rosario Contarino: <<Facendo dell’arretratezza della società siciliana una sorta di lungimiranza visuale, De Roberto poneva il suo romanzo fuori dalle coordinate del progresso a tutti i costi e anticipava la linea di tanti letterati siciliani (da Pirandello a Sciascia), che rifiuteranno i conforti del provvidenzialismo storico e interpreteranno il loro scetticismo come una forma di privilegio ottico, di distanziamento, da cui è possibile distinguere fra realtà storica e mitologie ideologiche.>>

Piccola nota personale: Portai questo volume come argomento all’esame di maturità, ci misi molto tempo a leggerlo, perché non è una lettura scorrevole, ma sono una persona che ama anche leggere tomi più complessi e meno alla portata di tutti; se quindi mi assomigliate un po’ in questo, accetterete la sfida di leggerlo.

Guida galattica per gli autostoppisti

Titolo originale: The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy, 1979

Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione…

La Galassia è un posto divertente da quando ci è passato Douglas Adams (1952-2001). Umorista spiantato fino al 1978, quando BBC Radio 4 trasmise la sua Guida galattica per gli autostoppisti, raggiunse il successo con il romanzo che ne trasse nel 1979 e con i quattro seguenti, che completano un ciclo da lui definito “una trilogia in cinque parti”. Grazie all’eclettismo di Adams, la Guida divenne uno dei primi e meglio riusciti esempi di storytelling transmediale, con versioni televisive e cinematografiche, videogiochi e fumetti.

Arthur Dent, il protagonista della Guida, riesce a fuggire dalla Terra pochi secondi prima che venga distrutta per fare posto a una superstrada spaziale. Lo aiuta Ford Prefect, l’amico alieno che ha pensato di confondersi tra la popolazione del pianeta assumendo il nome di un’utilitaria. Il resto della compagnia comprende l’istrionico Zaphod Beeblebrox, ex Presidente della Galassia in fuga a bordo di una navicella rubata, e Marvin l’androide paranoico, talmente depresso da indurre al suicidio un’astronave. Arriveranno a conoscere la risposta alla «domanda sulla vita, l’Universo e tutto quanto» e scopriranno che la Terra è stata costruita per trovare quale fosse – esattamente – la domanda. Peccato che sia stata distrutta pochi minuti prima della soluzione.

Adams è uno scettico che ride dell’incapacità di rispondere alle domande fondamentali, allo stesso modo in cui ne ridono i Monty Python. Lo fa con dialoghi serrati e secche battute e, partendo da un umorismo alla P.G. Wodehouse, inaugura la via della contaminazione con i generi fantastici, che sarà percorsa anche da Terry Pratchett e Neil Gaiman.

Il romanzo trae il proprio titolo da una fittizia Guida galattica per gli autostoppisti, una sorta di enciclopedia di cultura pop che, nella narrazione, sta soppiantando la paludata Enciclopedia galattica. Partendo dalla Guida si possono indagare due questioni: il rapporto tra la nuova e la vecchia idea di enciclopedia e la natura “galattica” dell’attuale Wikipedia e del suo superamento delle enciclopedie tradizionali.

Prima di diventare libro era un podcast, sempre pensato da Adams, e lo scopo era proprio intrattenere. Secondo me questa premessa è importante, perché magari uno si aspetta chissà cosa e poi resta deluso. Perché Guida galattica è un libro assolutamente folle, con personaggi che non si avvicinano nemmeno lontanamente alla normalità. L’unico un po’ sano di meno verrebbe da pensare che sia l’umano Arthur Dent, quello che in un certo senso viene presentato come protagonista, ma che in realtà viene “sommerso” da altri personaggi più bizzarri. Ad ogni modo, più avanti si va con la lettura più ci rendiamo conto che nemmeno lui, alla fine, è così normale.

Personalmente a me è piaciuto, mi ha divertito parecchio. Sono rimasta sorpresa dalla fantasia dell’autore, ma soprattutto dalla tecnologia che descrive in questo libro. Seppur siamo negli anni 70, risulta estremamente reale e credibile.

Il mulino sulla Floss

Titolo originale: The mill on the Floss (1860)

“Le donne intelligenti sono come pecore dalla coda lunga: non vengono pagate ad un prezzo maggiore per questo.” 

…Così la pensa il signor Tulliver, proprietario del mulino di Dorlcote, sulle rive del fiume Floss, a St. Ogg’s, quando si tratta della figlioletta Maggie: una bambina di nove anni, vivace, intelligente e dotata di una sensibilità fuori dal comune; una bimba curiosa, che ama leggere, fantasticare, ed abbandonarsi alla più fervida immaginazione.
Maggie non è una bambina come le altre, e questo non solo per le sue particolari doti intellettuali e per il suo carattere impulsivo (che le procura non pochi guai!), ma anche perché, a differenza della cuginetta Lucy (emblema di perfezione vittoriana), ha la carnagione scura, grandi occhi nerissimi, ed una folta chioma corvina che rifiuta di arricciarsi… Una diversità che la madre, e le sdegnose sorelle di lei, non riescono proprio a perdonarle! A dispetto delle critiche, però, Maggie trova conforto nell’affettuosa protezione del padre (che malgrado le proprie considerazioni è sinceramente orgoglioso di lei) e, specialmente, nello sconfinato amore per Tom, il fratello maggiore: il suo idolo, l’eroe della sua vita e l’unico che, coi suoi rimproveri, riesca a ferirla profondamente. Tom vuole bene alla sorellina, ma ha un carattere duro, severo ed intransigente, e quando lei sbaglia, non si pone alcuno scrupolo nel punirla duramente. Sono questi i primi dolori di Maggie, le prime ferite ch’ella deve affrontare quando, ancora troppo piccola per razionalizzare la sofferenza, non trova altro modo di sfogarsi che chiudersi in soffitta e maltrattare una vecchia bambola di legno.

Le pene di Maggie, le sue inquietudini, la rabbia e i piccoli grandi drammi che caratterizzano buona parte della sua vita di bambina, sono raccontati dalla Eliot con una sensibilità ed una lucidità che fanno di lei, accanto a Charles Dickens, una degli autori che meglio hanno saputo descrivere e comprendere il mondo dell’infanzia, evitando stereotipi e banalità.

Sostenuta da un insaziabile desiderio di sapere e da un’intima coscienza della propria superiorità intellettuale, che la spinge ad imparare e a compiacersi dei propri successi, Maggie attraversa la fanciullezza piena di desideri e speranze, ma proprio quando la vita sembra offrirle ogni possibilità, ecco che il destino crudele, nelle vesti del fallimento paterno, si accanisce sulla famiglia, trascinando i Tulliver nella povertà, nel dolore e nell’umiliazione, spogliandoli non solo dei loro averi e del loro status sociale, ma soprattutto della serenità. Privato dell’amatissimo mulino dallo scaltro avvocato Wakem, contro cui aveva intentato una causa, Tulliver nutrirà per lui un odio malsano, che trasmetterà, con intensità forse addirittura maggiore, al giovane Tom.
Maggie si affaccia quindi alla prima giovinezza, già provata da sofferenze più grandi di lei. L’immaginazione che l’aveva confortata non le basta più e così cerca un appiglio nella fede, ma, inesperta e priva di una guida, crederà che l’unica via per la pace sia quella di votarsi ad una vita di sole rinunce e sacrifici.

Animata da un costante bisogno d’amare e di essere amata (quell’ “insaziabile fame del cuore” così ben descritta dall’autrice), ella finirà per legarsi a Philip Wakem, un ragazzo storpio che l’adora e la venera sopra ogni cosa, ma che, sfortunatamente, è proprio il figlio di quello stesso avvocato responsabile delle disgrazie di famiglia. Maggie, lottando contro la sua coscienza, è quindi costretta alla clandestinità, e quando il suo segreto verrà scoperto, ripiomberà nell’ostinata ed innaturale rassegnazione a cui si era precedentemente aggrappata.

Ma, come giustamente dirà il buon Philip: “La gioia e la pace non sono rassegnazione: rassegnazione è l’accettare volontariamente una pena che non si allevia. L’insensibilità non è rassegnazione, ed è insensibilità il rimanere nell’ignoranza, il bloccare tutte le strade per cui la vita dei vostri simili può giungere a vostra conoscenza (…) Non è che codardia cercare la salvezza in una negazione. Nessun carattere diventa forte in questa maniera. Un giorno voi sarete buttata nel mondo, e allora tutte quelle ragionevoli soddisfazioni dell’istinto che ora vi rifiutate, v’assaliranno come un appetito selvaggio“.
… e quelle ragionevoli soddisfazioni dell’istinto, ahimè, prenderanno le forme di un uomo: Stephen Guest, giovane ed affascinante rampollo della famiglia più importante di St. Ogg’s, nonché pretendente e “quasi-fidanzato” di Lucy, l’amatissima cugina di Maggie.

Le pagine in cui George Eliot racconta il nascente sentimento di Maggie e Stephen, sono tra le più belle della letteratura: gli sguardi rubati, i silenzi, la paura di trovarsi assieme e, contemporaneamente, la brama di essere l’uno accanto all’altra… Un’attrazione irresistibile ed una tensione palpabile, che l’autrice descrive meravigliosamente senza scivolare mai nel sentimentalismo o nella stucchevolezza.

L’amore autentico, il trasporto e la passione, forze violente e ricche di fascino, che Maggie non solo aveva bandito da sè, ma che neppure immaginava, divoreranno l’animo della ragazza; e lei, disperatamente combattuta tra l’amore per Stephen e la fedeltà verso i propri cari, dovrà fare la scelta più difficile: quella tra sè stessa e gli altri.
Il Mulino sulla Floss è un’opera molto complessa in cui si intrecciano romanzo di formazione, storia familiare, amore (inteso in senso lato) e, soprattutto, uno sferzante atto di denuncia contro il perbenismo, la superficialità, e l’ipocrisia di una società che si professa cristiana ma che, all’atto pratico, rinnega quei princìpi che tanto ostenta, ergendosi a giudice implacabile e condannando il prossimo senza pietà né onestà.

Il Mulino sulla Floss è letto da molti come un romanzo femminista, e sicuramente in parte lo è: è femminista in quanto si focalizza sulla condizione della donna; non della tipica donna vittoriana, angelica, sottomessa, fragile e asessuata, impersonata da Lucy Deane, (ideale che non è altro che un prodotto della società maschilista); bensì della donna vera: quella dotata di volontà, conscia del proprio valore, amante dell’indipendenza, capace di provare passioni e desideri. Maggie incarna esattamente questa tipologia femminile. Nella media borghesia di campagna, però, non c’è spazio per una donna come lei, e così tutte le qualità che fanno di Maggie una persona speciale, vengono vissute da lei stessa come colpe, come un qualcosa di troppo grande che genera aspirazioni e che, quindi, la spingerebbe a volere più di quel che ha; qualità a cui, pertanto, è doveroso rinunciare. Maggie si auto condanna ad un arido ascetismo, credendo di trovarvi sollievo, ma come le dirà Philip, il suo è solo un vano tentativo di ridursi all’insensibilità alienandosi tutto ciò che di piacevole vi è in questo mondo.
La prima parte del romanzo risulta un po’ lenta (appesantita specialmente dalla pessima traduzione Mondadori di oltre sessant’anni fa), mentre nella seconda metà il ritmo si fa più incalzante e anche la trama diviene più avvincente.

Il Mulino sulla Floss, comunque, deve gran parte della sua bellezza soprattutto ai suoi meravigliosi personaggi, caratterizzati meticolosamente, e splendidamente approfonditi sotto il profilo psicologico.
Al di là della stupenda protagonista, ho apprezzato moltissimo Philip Wakem: esempio di rara sensibilità, amore incondizionato, abnegazione ed autentica signorilità; un personaggio che, pur nella sua bontà, sfugge agli stereotipi, delineandosi non come un emblema di mitezza e perfezione, ma come un ragazzo con le sue proprie debolezze, gelosie, rancori… Difetti che egli riconosce e che, con fatica e dedizione, riesce a combattere e superare. Philip, a dispetto della propria fragilità fisica, possiede una grande forza interiore e, tra tutti, si dimostra colui che vede più chiaramente nel cuore del prossimo. Dopo decine e decine di romanzi vittoriani imperniati sulla sentimentale e, a tratti, sdolcinata, devozione dei figli verso i genitori, mi è piaciuto moltissimo l’atteggiamento di Philip che, nonostante la riconoscenza nei confronti del padre, non si sente affatto in debito verso di lui e non è disposto a rinunciare al proprio diritto di essere felice per compiacere gli egoistici desideri paterni.

Bello anche il personaggio di Stephen: non il classico dongiovanni pronto a correre dietro alla prima bella ragazza, bensì un giovane forse un po’frivolo e impulsivo, ma con un grande cuore e, soprattutto, una coscienza. In Stephen la passione assume, di tanto in tanto, il volto dell’egoismo, ma anche i vari errori che egli compie, sono in realtà dettati dall’amore più sincero.
Ne Il Mulino sulla Floss non vi sono “cattivi” veri e propri, anzi, paradossalmente, il vero male e la vera cattiveria, provengono proprio da coloro che mostrano la più perfetta integrità e il più completo senso del decoro e dell’onore, come Tom: un ragazzo fondamentalmente buono, ma accecato dai suoi rigorosi princìpi che, in lui, si rivelano perfino più forti dell’amore.
Divertentissimi i personaggi degli zii, le cui conversazioni, sebbene si protraggano spesso per parecchie pagine, non appesantiscono il romanzo, anzi lo impreziosiscono aggiungendo un piacevole tocco di umorismo.

Un ultimo aspetto che non si può tralasciare quando si parla de Il Mulino sulla Floss, è l’elemento autobiografico: Mary Anne Evans, infatti, sperimentò sulla propria pelle ciò che vuol dire essere una bambina diversa, e vide deteriorarsi il proprio legame col fratello, proprio perché, a dispetto della società, scelse di vivere la propria storia d’amore con G.H. Lewes, celebre scrittore e critico inglese, che non potè mai sposarla in quanto già legato ad una donna che aveva avuto figli da diverse relazioni extra-coniugali (figli che lui non aveva disconosciuto, perdendo quindi la facoltà di divorziare da lei). 
A Mary Anne, tuttavia, andò meglio che alla sua Maggie: la sua posizione illegittima, infatti, non le impedì (caso quasi eccezionale) di essere ricevuta ufficialmente dalla Regina Vittoria che, insieme alle sue figlie, era un’appassionata lettrice dei romanzi di George Eliot. Anche la società finì con l’accettarla, condannandone invece la scelta, ch’ella fece anni dopo la morte di Lewes, di sposarsi regolarmente con un uomo di vent’anni più giovane. 

Proprio la società e la sua ipocrisia sono il bersaglio contro cui si scaglia la Eliot ne Il Mulino sulla Floss: per la società Maggie merita una condanna, non per aver tradito i propri cari, ma per non aver regolarizzato la propria posizione agli occhi della Società. Maggie rifiuta il compromesso che salverebbe la sua reputazione, e lo fa perché quel compromesso sarebbe contrario ai suoi princìpi; rifiuta di allontanarsi da St. Ogg’s perché sa di non aver commesso il male, e pretende di camminare a testa alta perché riconosce come false le accuse che le vengono mosse. Maggie rinuncia a sè stessa in nome della propria coscienza: per anni ha sofferto senza che altri si dessero pena per lei, ma non infliggerà al prossimo quella stessa sofferenza che ha sperimentato sulla propria pelle. Per Maggie non vi può essere alcuna felicità che sia costruita sulle sofferenze altrui: ogni gioia sarebbe avvelenata perché resa possibile da un male perpetrato ad altri. 
L’elevato senso morale di Maggie, la sua generosità e la sua onestà, vengono fraintesi, rifiutati e messi in dubbio da coloro che, come dice la scrittrice, non sarebbero neppure in grado di porsi simili dubbi morali, e che, pertanto, non giudicano che in base a stereotipi. 

Per Maggie non c’è un lieto fine: non potrebbe essercene, perché il momento in cui ella prende la decisione definitiva, corrisponde non alla rinuncia all’amore, bensì alla rinuncia alla vita in tutti i suoi aspetti; e questa rinuncia le è imposta dalla società, quella stessa società che condanna senza appello la condotta della donna e che, nello stesso tempo, giustifica tranquillamente i peccatucci maschili; e le è imposta dal moralismo delle persone che riconoscono in lei una colpa che ella non ha commesso, ma di cui, agli occhi della gente (e del suo stesso fratello) deve essersi necessariamente macchiata. 
Il Mulino sulla Floss è un romanzo corposo, ricco di digressioni e lunghe riflessioni dell’autrice, eppure si legge davvero piacevolmente, senza esserne mai annoiati. 
Sono passati centocinquant’anni dalla pubblicazione di questo romanzo, eppure, le osservazioni della Eliot, le tematiche che tratta e le problematiche su cui pone l’accento, sono ancora tristemente attuali, a dimostrazione del fatto che, nonostante i passi avanti fatti dalla nostra società, abbiamo ancora tanto su cui lavorare… 
I giudizi morali sono destinati a restar falsi e vuoti, ove non siano controllati e illuminati da un continuo riferimento alle speciali circostanze che caratterizzano il destino individuale” dice George Eliot, e sarebbe bene se tutti, ogni giorno, provassimo a ricordarcene.

Lettera al padre

Titolo originale: Brief an den Vater

Oggi è la festa del papà. Per questo ho deciso di parlarvi di un testo che concerne proprio questa figura genitoriale.

Lettera al padre è una lettera di Franz Kafka al padre, scritta nel 1919 e pubblicata postuma nel 1952. Come più volte sostiene lo stesso autore, il senso della lettera non è quello di stilare un’accusa contro il genitore, ma di mettere in rilievo le loro reciproche incomprensioni, determinate da una visione totalmente diversa, quando non opposta, del mondo.

Il padre di Franz, infatti, era un commerciante grezzo e burbero, che si era conquistato da solo la ricchezza che possedeva. Molto probabilmente, furono proprio le privazioni subite nel passato dal Sig. Hermann Kafka a fare di lui un uomo duro, inflessibile e autoritario con i figli, e in generale poco incline ad accettare le idee altrui. Le sue opinioni, totalitariste e manichee, lo portarono spesso a scontrarsi con Franz, che, al contrario, era molto sensibile, aveva forti inclinazioni artistiche e tendeva a rinchiudersi in se stesso. Una personalità introversa e riflessiva, che sicuramente non tornava gradita ad Hermann, il quale avrebbe preferito che il figlio avesse un carattere simile al suo: forte, volitivo, arrogante, egocentrico, pronto ad aggredire il mondo e ad aumentare considerevolmente il volume d’affari del negozio di famiglia.

La lettera può essere intesa anche come un manifesto più ampio, riguardante l’umanità intera, che descrive in maniera lucida e disperata l’incomunicabilità fra gli esseri umani, per la quale sembra non esserci alcun rimedio. È un affresco letterario semplice e sconvolgente, che illustra il costante dolore che da sempre attanaglia gli uomini. E per questo dolore siamo indistintamente tutti colpevoli. Franz, infatti, avverte più volte di non ritenere il padre l’unico responsabile di questa situazione:

“Ti prego di non dimenticare mai che non credo neppure lontanissimamente ad una colpa da parte tua”.

E ancora:

“tu sai trattare un bambino solo come tu stesso sei fatto, con forza, strepito ed iracondia; e nel caso specifico la cosa ti sembrava inoltre ancora più adatta, perché volevi fare di me un ragazzo forte e coraggioso”.

Per completare il quadro psicologico di Kafka, occorre esaminare la figura della madre, Julie Löwy. Difficile tratteggiarne un profilo esaustivo, ma, dalle poche righe che Franz le dedica, si intuisce che Julie, pur proteggendo i figli dal temperamento persecutorio di Hermann, fosse essenzialmente d’accordo con il grossolano sistema educativo del marito.

La lettera al padre offre una prospettiva imprevedibile su Franz Kafka. Egli si racconta come un uomo abulico, disattento nei confronti dello studio, sempre preso a rimuginare e rimuginare.

I fallimenti relazionali di Kafka costituiscono uno dei momenti più interessanti della missiva. Franz ammette che voleva sposarsi con l’ultima fidanzata, ma, all’idea del matrimonio e di costruire una famiglia, provava un malessere febbrile nel quale scorgeva, inevitabilmente, l’ombra del conflitto col padre.

Detto ciò, se non avete ancora letto quest’opera di Kafka, vi consiglio di farlo. Vi dirà di più su questo scrittore, su come il rapporto con suo padre abbia influenzato la sua esistenza.

Brave New World

Titolo originale: Brave New World

Il mondo nuovo è un romanzo di fantascienza di genere distopico scritto nel 1932 da Aldous Huxley. Sicuramente è il suo romanzo più famoso, da cui sono state tratte diverse trasposizioni televisive.

Il libro anticipa temi quali lo sviluppo delle tecnologie della riproduzione, l’eugenetica e il controllo mentale, usati per forgiare un nuovo modello di società, tratteggiando una distopia in cui l’uomo vive in un drammatico limbo esistenziale. Il ritratto tracciato dall’autore di questo mondo nuovo è freddo e distaccato, ma vi traspare una cinica esaltazione degli aspetti grotteschi del dramma, sui quali Huxley si sofferma.

Il titolo originale si rifà alle parole pronunciate da Miranda ne La tempesta di William Shakespeare: «O wonder! How beauteous mankind is! O brave new world that has such people in’t!» , cioè: «Oh meraviglia! Com’è bello il genere umano! Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così piacevoli!»

L’aggettivo brave andrebbe tradotto in italiano come eccellente dal momento che lo stesso autore si rifà alla tradizione letteraria di Shakespeare nella quale la parola assume questo significato.

Curiosamente poco nota rispetto alla distopia orwelliana, la grande intuizione di Huxley ne “Il Mondo Nuovo” si sta rivelando decisamente più profetica rispetto a quella del suo collega George Orwell. Scritto una quindicina d’anni prima del celebre “1984”, nel romanzo di Huxley non c’è nessuna psicopolizia.

Non ce n’è bisogno, perché ogni aspetto dell’esistenza degli individui è capillarmente programmata già a partire dall’utero (artificiale), per mezzo della persuasione subliminale. Il leitmotiv di tutta l’opera è il disprezzo per tutto ciò che è naturale, per ciò che è immune dalla manipolazione e dal dominio umano. Nella società iper-tecnologica di Huxley, la natura è il morbo, tecnica e tecnologia sono la cura.

Nell’immaginario di Huxley, gli individui vengono riprodotti nel “centro di incubazione e di condizionamento”. In sostanza, gli esseri umani non vengono concepiti naturalmente: la riproduzione tradizionale desta troppo disgusto ed imbarazzo, solamente i selvaggi la praticano.

I civili vengono creati in provetta, utilizzando gli ovuli femminili ed i gameti maschili, così da ottenere “uomini e donne tipificati a infornate uniformi“, condizionati dal tecnico di laboratorio per essere quello che la società si aspetta che siano. I fortunati possono essere individui alfa o beta, ossia i futuri dirigenti; per tutti gli altri – i gamma, delta e epsilon -, non resta che amare la propria inferiorità sociale. Infatti,

«Questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale».

Basta ridurre l’ossigeno agli embrioni per farne individui con scarsa intelligenza e far loro amare i lavori umili a cui sono predestinati. Nessuno può odiare la propria condizione, perché nessuno può concepire alternative.

Si può leggere nel romanzo distopico di Huxley: «”Insomma”, concluse il Direttore, “i genitori erano il padre e la madre”. La parola cruda, che era della vera scienza, cadde come un’esplosione nel silenzio imbarazzato dei ragazzi. “La madre” egli ripeté ad alta voce, insistendo sulla scienza, e appoggiandosi indietro sulla sedia. “Sono”, disse gravemente, “fatti sgradevoli, lo so. Ma d’altro canto, la maggior parte dei fatti storici sono sgradevoli”».

Ne “Il Mondo Nuovo”, le uniche cose che provocano odio e disgusto sono quelle autentiche. Partorire naturalmente è tabù, è roba da incivili. In una società perfettamente funzionante, non si viene partoriti, si viene “travasati”. La famiglia, il romanticismo, la monogamia, sono tabù.

Anche solo i termini “madre” e “padre” sono considerati tabù: vengono pronunciati solamente per insultare. Nessuno ha più un cognome che ricordi la propria origine genealogica, e ognuno può scegliersi il nome che vuole. Chiaramente, se la famiglia non esiste più, anche lo Stato nazionale è abolito e ad esso subentra un governo globale. Nel “Mondo Nuovo”, essere sessualmente promiscui è una virtù, la monogamia è un cancro per la società. Per questa ragione, l’educazione sessuale comincia in età infantile ed i bambini che si rifiutano di partecipare ai giochi erotici vengono ritenuti psicologicamente anormali. Se il sesso ed il piacere vanno incentivati, tutte le potenziali cause di sofferenza devono essere represse. La cultura, l’arte, la filosofia, la religione e l’amore sono considerati mezzi sovversivi dai quali la società deve difendere.

E se in questo mondo dannatamente perfetto riuscisse tuttavia a sopravvivere un residuo di infelicità, non occorre preoccuparsi più di tanto, perché c’è il soma, un medicinale antidepressivo che viene distribuito gratuitamente a tutta la popolazione. L’avversione ossessiva per il naturale, che è espressione della fobia dell’imprevisto, dell’incontrollato, dell’utilitaristicamente difettoso, permea il “Mondo Nuovo” huxleyano e si risolve in una concezione salvifica della tecnica. Capace di offrire il libero accesso alla felicità artificiale e di sbarrare definitivamente le porte all’infelicità naturale. Perché, d’altronde,

«la felicità universale mantiene in ordine gli ingranaggi; la verità e la bellezza non lo possono».

Al giorno d’oggi, forse, la distopia di Huxley ci è quindi molto più vicina e familiare di quella di Orwell.

Dubliners

Titolo originale: Dubliners

Secondo la definizione di Joyce, Gente di Dublino è la spietata e nichilista radiografia di una città, del suo ambiente e dei suoi abitanti in quindici racconti brevi, schizzi che hanno per protagonisti i «reietti dal banchetto della vita». Storie in equilibrio fra elemento realistico e simbolico, che mescolano angoscia e disperazione. Epifanie, rivelazioni di una verità tragica, ma anche comica, che hanno odore «di cenere, di erbe macerate e di immondizia».

Gente di Dublino è una raccolta di quindici racconti scritti da James Joyce (con lo pseudonimo di Stephen Daedalus),terminati nel 1906 e pubblicati solo nel 1914, originariamente da Grant Richards, dopo essere stati rifiutati da molte case editrici, rappresentano uno dei maggiori capolavori della letteratura del Novecento.

I protagonisti dei racconti sono persone di Dublino, la magica capitale irlandese che fa da cornice alle storie narrate, storie di vita quotidiana che delineano quelle che sono le tappe fondamentali della vita umana. In questo modo si viene così a creare una sequenza tematica divisa in quattro sezioni: l’infanzia (“Le sorelle”,” Un incontro”, “Arabia”), l’adolescenza (“Eveline”, “Dopo la corsa”, “I due galanti”,” Pensione di famiglia”), la maturità “(Una piccola nube”, “Rivalsa, Polvere”,” Un caso pietoso”), la vecchiaia (“Il giorno dell’Edera”,” Una madre”, “Una grazia”) e infine un epilogo, la morte.

Gente di Dublino focalizza la sua attenzione soprattutto su due aspetti importanti, comuni tra l’altro a tutti i racconti: la paralisi ( definita da Joyce “Paralysis”) principalmente morale e causata dalla politica e dalla religione dell’epoca e la fuga, intesa come conseguenza della paralisi, proprio quando i protagonisti prendono coscienza della loro condizione. Tutta la città è “spiritualmente debole”, gli abitanti sono schiavi della loro cultura e quando la “paralisi” si rivela alle “vittime”, quello è il punto di svolta della storia. Conoscere se stessi è la base della morale, se non la morale stessa. Tuttavia lo scrittore irlandese non si comporta come un educatore, anzi il tema principale di Gente di Dublino è proprio l’impossibilità di uscire da questa situazione. Potremmo dire quindi che questa sorta di “fallimento” della fuga rappresenta un altro nodo importante nell’opera.

Certamente questo capolavoro di realismo e audacia non è il tipo di lettura che intrattiene, è uno di quei libri cervellotici che colpiscono la mente più che il cuore, non sconvolgono più di tanto il nostro animo. Gente di Dublino è piuttosto un libro-denuncia delle condizioni in cui versava l’Irlanda ad inizio ‘900. Joyce si muove con disinvoltura dal generale al particolare, dalla situazione socio- politica, economica, religiosa, a quella psicologica di ogni singolo individuo. Il significato spesso è oscuro, incomprensibile o comunque non immediato, anche per evitare il bavaglio della censura. Essenziale e affascinante, ma non per tutti, Gente di Dublino richiedono una profonda riflessione e molte riletture. I concetti di “epifania”, “paralisi e fuga” risultano spesso ermetici.

Con Gente di Dublino Joyce ha stravolto i concetti del racconto, non più logico e costruito su rapporti di causa-effetto, ma conseguenza di parole, con assonanze, analogie, memorie improvvise e senza tempo. Lo scrittore irlandese ci propone degli affreschi che ricordano l’uggiosità delle città nordiche, sono dei quadri monocromatici aderenti alla realtà. Alcuni racconti hanno trame inesistenti, ma sono ricchi di episodi, di oggetti della vita quotidiana, di persone, che diventano rivelatrici del vero significato della vita a chi riesce a percepire il loro valore simbolico. I protagonisti di Gente di Dublino sono abitanti (presentati in diverse stagioni della loro vita: infanzia, adolescenza, maturità) “spiritualmente deboli”, che hanno paura degli altri e sono schiavi della loro cultura, della loro vita familiare e politica, ma soprattutto della loro vita religiosa. Se la paralisi investe la sfera morale, intellettuale e pratica, la fuga, destinata a fallire, è la naturale conseguenza della staticità, nel momento in cui i protagonisti comprendono la propria condizione e risultano essere impotenti. Geniale l’epilogo dell’opera, intitolato I morti che ripercorre il culmine della crisi morale di Gabriel Conroy, insegnante e scrittore.

Attendeva paziente, quasi allegra, senza nessuna ansia, mentre i ricordi cedevano il posto a speranze e progetti. Speranze e progetti talmente complessi che non vedeva nemmeno più i cuscini bianchi su cui fissava lo sguardo, né si ricordava di cosa fosse in attesa. (da Pensione di famiglia; Gente di Dublino).

Cien años de soledad

Titolo originale: Cien años de soledad

Il romanzo di Gabriel García Márquez pubblicato nel giugno 1967 dalla casa editrice Sudamericana, a Buenos Aires, è considerato una delle opere più significative della letteratura del Novecento nonché l’opera maggiore dell’autore. Durante le prime due settimane vendette ottomila copie; da allora il successo di quest’opera non si è mai arrestato. Nei tre anni successivi furono vendute 600.000 copie. Mentre ad oggi parliamo di oltre 50 milioni di copie vendute dalla pubblicazione. Tradotto in 46 lingue.

Cent’anni di solitudine racconta le vicende di una famiglia, quella dei Buendía, che seguiamo per ben 7 generazioni. Figli, nonni, bisnonni e nipoti si susseguono ereditando nomi, geni e tratti identificativi del carattere.

“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.”

La storia della famiglia Buendía inizia con una fuga del patriarca José Aracadio Buendía e della moglie, nonché cugina, Ursula Iguarán. 

I due lasciano Riohacha a seguito all’uccisione di Prufencio Aguilar da parte di José, il cui cadavere li perseguita sotto forma di fantasma.
Con lei incinta e altri ventuno amici fondano la città di Macondo vicino al mar dei Caraibi. Qui nasce il loro primogenito, Aureliano, dotato come ogni altro membro futuro della famiglia che porterà questo nome della dote della chiaroveggenza.

Qualche tempo dopo appare un personaggio di collegamento tra Macondo e il resto del mondo, uno zingaro, Melquíades. Con lui giungono anche sempre nuove invenzioni dell’uomo. José affascinato da quelle scoperte inizia a studiare e a chiudersi per anni in laboratorio, tanto da portarlo all’isolamento dalla sua famiglia. Sua moglie farà di tutto per farlo rientrare in senno, e riuscirà in parte facendo sì che si prenda cura dei figli.  Altro personaggio che compare, presentandosi fuori dalla loro casa con una sacca contenente le reliquie dei genitori, è Rebeca, bambina di undici anni, che viene immediatamente adottata.

Nasce poi Amaranta, invidiosa fin da subito della sorellastra, innamorata di Pietro Crespi anch’ella, giura di ucciderla tanto da provare ad avvelenarla, ma fallisce nell’impresa. La sua cattiveria però provocherà la morte di un’altra giovane fanciulla, Remedios, promessa sposa di Aureliano che morirà a nove anni di parto gemellare. Questo fa sì che le nozze tra Rebeca e Pietro vengano rimandate, ma Amaranta scioccata dall’accaduto fa voto di lutto e castità. Questo voto entra in conflitto però con l’amore che Pietro a seguito delle vicende avvenute si innamora di lei, ma dopo il suo rifiuto si toglie la vita.

Rebeca invece si innamora del fratellastro con cui inizia una convivenza. Aureliano rimasto vedovo, continua a frequentare il padre di Remedios e di lì a poco diventa capo di un’insurrezione che darà inizio a un lungo periodo di guerre civili, che perderà ogni volta, così come non avrà più i suoi diciassette figli avuti da altrettante donne. Anch’egli venne più volte avvelenato o tentarono di ucciderlo, ma sopravvisse sempre.

In seguito nominerà Arcadio, figlio illegittimo di José, luogotenente di Macondo, diventandone il tiranno, motivo che lo porterà alla morte. Si scatenerà dunque un’altra guerra e il lutto perseguiterà la famiglia in eterno, in quanto uno dopo l’altro moriranno molti membri. Anche Aureliano tenterà di uccidersi chiedendo al dottore dove si trovi il cuore, ma si salverà grazie alle indicazioni sbagliate dategli da quest’ultimo volontariamente.

Remedios invece ad un certo punto avrà la fama di donare il suo respiro come alito di morte, in seguito alla morte di quattro giovani innamorati di lei.
E così di generazione in generazione, morte, solitudine si alternano, fino a quando l’ultimo della stirpe prende consapevolezza dell’incapacità della famiglia di un’evoluzione, bensì è la tragedia la vera protagonista.

Lo stile della scrittura è semplice e favolistico, la narrazione veloce e ricca di avvenimenti. Ispirandosi alla tecnica dello scrittore argentino Jeorge Louisorges, che scrisse Il giardino dei sentieri che si biforcano, l’autore non narra i fatti in ordine cronologico ma inserisce numerose cornici temporali, analessi e prolessi, come il celebre incipit: “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.” Tale scelta stilistica rende il tempo del racconto estremamente remoto, quasi epico.

Un altro elemento che accomuna Cent’anni di solitudine al boom latinoamericano degli anni ’60 e ’70 è il realismo magico, un filone letterario in cui gli elementi magici appaiono in un contesto realistico in cui non mancano eventi storici e scene appartenenti alla sfera quotidiana, senza suscitare scandalo o scetticismo nei personaggi. Le vicende sovrannaturali accadute ai membri della famiglia Buendìa permisero all’autore di inserire nel racconto alcuni miti e leggende locali. Tra i numerosi eventi magici ricordiamo l’apparizione del fantasma del defunto Prudencio Aguilar, la levitazione di padre Nicanor Reyna, la preveggenza del colonnello Aureliano, il fantasma di Melaquiades, l’ascensione al cielo di Remedios La Bella, l’apparizione dell’Ebreo Errante, il diluvio della durata di quattro anni. E’ molto probabile che queste storie furono ispirate ai racconti fantastici della nonna dell’autore.

L’artista è un abile prestigiatore nell’alternare elementi fantastici al quotidiano, così i personaggi della storia agiscono sullo stesso palcoscenico dei fantasmi e degli incantesimi e interagiscono tra l’oro in un’atmosfera che rasenta la mitologia. Quando i personaggi entrano in contatto con il divino, anziché soprendersi o spaventarsi, interagiscono in tutta calma, sentendosi perfettamente a proprio agio.

E’ curioso notare come molti personaggi di Cent’anni di solitudine portino i nomi di amici e famigliari dell’autore, è il caso di Màrquez, Gabriel (nipote del colonnello liberale Nicolàs Màrquez Mejia, proprio come il personaggio fittizio Gabriel è nipote del colonnello Gerineldo Màrquez), Iguàran e Cotes. La madre di Marquez ispirò inoltre il personaggio di Ursula. La malattia dell’insonnia che annulla i ricordi, oltre ad essere una critica all’America Latina che ha dimenticato il proprio passato, è un riferirmento all’Alzheimer, una malattia purtroppo molto diffusa nella famiglia Màrquez.

Nell’opera sono presenti numerosi riferimenti all’alchimia e all’esoterismo, un gioco letterario strutturalista di significati e numerose tematiche psicoanalitiche, come quella dell’incesto. Quest’ultima non sarebbe soltanto un evidente riferimento al complesso d’Edipo, ma anche una causa della distruzione della stirpe inevitabile per una famiglia e un paese rinchiuso in se stesso. Sono stati inoltre rilevati degli archetipi antropologici junghiani e dei simboli di amore e di morte.

Illustrazione del primo capitolo del libro di Luisa Rivera
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