Il mondo perduto

Titolo originale: The Lost World, 1°ed. originale 1912, Copertina Editore Fanucci, anno edizione 2019, Collana Piccola biblioteca di fantascienza

Londra, inizi del Novecento. Il professor Challenger, burbero e geniale zoologo e scienziato, in compagnia del suo rivale di sempre, il professor Summerlee, dell’impulsivo cacciatore lord John Roxton e del giornalista della Daily Gazette Edward Malone, decide di intraprendere un’impresa ai limiti delle possibilità umane: esplorare un misterioso altopiano, nel cuore della giungla amazzonica, dove il tempo sembra essersi fermato milioni di anni prima. Durante il viaggio i quattro compagni resteranno intrappolati in un mondo che pensavano perduto, dove rinverranno ancora in vita animali preistorici come l’iguanodonte e il tirannosauro, scopriranno l’esistenza di particolari primati non molto socievoli, ed entreranno in contatto con primitive tribù di indios.

Iguanodonte
Tirannosauro

Attraverso incredibili peripezie e una miriade di ostacoli da superare, riusciranno infine a tornare in Inghilterra, portando come prova della loro straordinaria avventura uno Pterodactylus vivo all’interno di una cassa, che tuttavia fuggirà per aggirarsi impazzito tra le vie di Londra. L’eccezionale avventura vissuta nel mondo perduto non solo lascia ai quattro viaggiatori fama, ricordi e conoscenze, ma soprattutto un profondo legame di amicizia tra Challenger e Malone, amicizia che li porterà a condividere nuovi, straordinari viaggi di scoperta.

Pterodactylus

Il mondo perduto (The Lost World), edito anche come Un mondo perduto, è un romanzo fantastico del 1912 di Arthur Conan Doyle. È una delle opere di riferimento del filone avventuroso del “mondo perduto” sviluppatosi a cavallo tra Ottocento e Novecento e da esso sono stati tratti numerosi film. Fu pubblicato in italiano per la prima volta nel 1913 ne La Domenica del Corriere.

Conan Doyle trasse ispirazione per questo romanzo dalla grande suggestione suscitata dalla conquista (avvenuta nel 1884) della cima del tepui Roraima. Questo, infatti, non solo con i suoi 2800 metri è il più alto tra tutti i tepui venezuelani, ma è anche un caso di straordinario interesse biologico e geologico, poiché la sua inaccessibilità ha determinato un processo evolutivo del tutto indipendente da quello del territorio circostante. Vi si trovano effettivamente specie animali e vegetali del tutto assenti nel resto del mondo. La conquista della sua cima richiese molte spedizioni, effettuate nel corso di almeno mezzo secolo.

Il romanzo è una delle opere più note del filone avventuroso del “mondo perduto” che si sviluppò e fu popolare nella tarda epoca vittoriana a cavallo tra Ottocento e Novecento. In particolare influenzò tutte le successive opere che narravano di “terre perdute” con caratteristiche preistoriche e popolate di dinosauri, anche nel cinema grazie alla trasposizione cinematografica del 1925, prima di una serie di pellicole cinematografiche direttamente tratte dal romanzo o solo ispirate al tema, tra cui King Kong del 1933.

King Kong, locandina film 1933

Opere recenti con evidenti richiami all’opera di Conan Doyle – fin dal titolo – sono inoltre il romanzo Il mondo perduto (1995) di Michael Crichton e il film Il mondo perduto – Jurassic Park del 1997 tratto dal romanzo (di cui alcune scene sono state girate proprio sul tepui Roraima). È la base anche per una storia omonima a fumetti pubblicata sulla rivista Topolino, e anche di una storia di Zagor uscita nel 2013.

Jurassic Park, Il mondo perduto, locandina italiana del film del 1997

A più di cento anni dalla pubblicazione, Il mondo perduto si conferma un grande classico della letteratura fantastica, un perfetto mix di comicità e pathos drammatico, fantasia e realtà. Un’opera intramontabile, capace di influenzare generazioni di scrittori e cineasti.

«Con “Il mondo perduto”, Conan Doyle ha fatto molto di più che inventare un personaggio, ha dato vita a un nuovo genere letterario, il fantasy di avventura, definendone le norme» – Michael Crichton

«”Il mondo perduto” dimostra che Doyle era uno dei più grandi scrittori di fantascienza di tutti i tempi» – Sam Moskowitz

«Una storia davvero sorprendente» – Helen Grant

Eugénie Grandet

Eugénie Grandet, di Honoré de Balzac
pubblicato nel 1833, Copertina Universale Economica Feltrinelli

Sullo sfondo fosco e incolore della provincia francese all’epoca della Restaurazione, a Samour, nell’anonimato di una campagna dove tutto scorre monotono, vive Papà Grandet, un vecchio vignaiolo arricchito con grande capacità negli affari e un talento vivente di avarizia (che Zio Paperone a confronto è mecenate), insieme alla moglie, alla figlia Eugénie e alla domestica Nanon. Gli unici eventi capaci di turbare questa stasi sono le visite serali di due famiglie della città, i Des Grassins e i Cruchot, interessate solo a impossessarsi delle ricchezze dell’anziano attraverso un matrimonio dei rispettivi figli con Eugénie.
“L’evento” tale da rompere gli schemi precostituiti è un “innocente” arrivo, quello di Charles, un giovane ed elegante gentiluomo parigino, nipote di Papà Grandet, mandato lontano da casa da suo padre, che sta vivendo un periodo di crisi economica tale da spingerlo al suicidio.

Due rappresentazioni del dramma della vita. Due sfere antitetiche di valori, riflessioni e istinti: da un lato Charles, dissipatore e amante della vita, dall’altro “l’avaro” accumulatore Papà Grandet, freddo e calcolatore, insonne nei suoi pensieri affaristici, un uomo tanto materialista da rimirare di nascosto il danaro accumulato di notte inventandosi nuove azzardate forme di investimento.
Preoccupato più che per la salute del nipote (in un primo momento ignaro dei propositi del padre), della causa fallimentare ai danni del fratello, il vecchio avaro imbastisce un’abile strategia per speculare sul fallimento del fratello con la complicità di De Grassins, offrendo al giovane cuore affranto Charles le spese di viaggio in India.
Tra i due, emerge vivo il quadro della protagonista: Eugénie.
Eugénie che dà il titolo al romanzo, rappresenta -a mio avviso- una figura marginale della storia rispetto al padre.

Vive insieme a sua madre, in un condizione di reclusa in casa, relegata ai lavori domestici di telaio e cucito.
Eugénie non ha mai conosciuto l’amore, è uno spirito ingenuo, una ragazza casta e pura, malgrado la sua non esile corporatura che Balzac amabilmente descrive. E’ evidente quindi che Charles, “l’ignoto”, farà pian piano rivedere alla giovane donna (e in generale alle donne di casa, domestica compresa), i precetti paterni, liberandola da quella “segregazione” cui il padre acidamente e avaramente l’aveva sottoposta.
Soffrendo lei stessa in primo piano per lo stato di prostrazione del cugino, darà il suo piccolo tesoretto di monete d’oro (accumulate in anni di solitudine e sacrificio) in dono al cugino come sorta di pegno d’amore.
Il segreto del dono non durerà tuttavia a lungo e le conseguenze incrineranno per sempre i rapporti già precari della famiglia sino a un nulla eterno che mai potrà rimanere tale.
L’avidità sembra la parola chiave di questo romanzo (scritto nel 1833 e oggi attuale considerando la sopraffazione emotiva che molte giovani donne sono costrette a subire), un acre sentimento che sovrasta tutto, persino gli affetti: la dolce figlia rappresenta un pericolo ereditario, il fratello suicida il rischio di un esborso, il nipote orfano una fastidiosa bocca da sfamare.
Eugénie dall’animo limpido è l’antitesi del padre. Si può dire che l’intero romanzo scritto da Balzac rappresenti un sapiente chiasmo tra la generosità della figlia, pronta a rinunciare a tutto per il suo amore e l’avidità paterna che riconosce solo nel denaro la sua unica fonte di sostentamento. I coprimari di questo chiasmo sono le figure reiette, la madre, piegata alla volontà del marito e la badante Nanon, sorta di proiezione materna di Eugénie. Ne segue un perfetto parallelismo stilistico in una trama alquanto scarna di avvenimenti, ma raffinata da descrizioni minuziose e particolareggiate, tanto dell’ambientazione quanto dei caratteri umani.
Nella lettura Balzac compie il miracolo di quello che oggi viene denominata “scrittura teatrale”. Sembra quasi, cioè, di assistere a uno spettacolo che ci riporta, con una narrazione limpida e lenta, prima nelle stanze buie e spoglie di casa Grandet e successivamente alle fredde vie di Samour, nostalgiche e malinconiche come l’animo degli stessi personaggi di contorno, quasi sfumati, irrilevanti.
Balzac non concepì subito Eugénie Grandet come romanzo ma come racconto breve atto a rappresentare una scena di vita di provincia francese. Dopo averne iniziato la stesura nel 1833, l’autore si convinse ad approfondire il soggetto e a estendere l’analisi della vita di provincia già iniziata in altri racconti dell’Europè Litearaire, dove apparirà il primo capitolo di quello che sarà qualche mese più tardi, il romanzo Eugénie Grandet.
Tocca le corde del cuore questo romanzo delizioso e assolutamente da leggere. Non solo come piccolo tassello del grandioso mosaico della “Commedia Umana” ma ritratto, semplice e reale, senza processo e senza giustizia, di una nuova Francia, di una nuova Restaurazione, e purtroppo di una nuova crisi: quella della natura umana che ieri come oggi, tocca corde di miseria ma anche di sana e limpida umiltà e generosità.
E di amore, non dimentichiamocelo.

Io sono l’abisso

Io sono l’abisso, Editore Longanesi, 2020

«In Italia, se dici thriller, dici Donato Carrisi.»

Sono le cinque meno dieci esatte. Il lago s’intravede all’orizzonte: è una lunga linea di grafite, nera e argento. L’uomo che pulisce sta per iniziare una giornata scandita dalla raccolta della spazzatura. Non prova ribrezzo per il suo lavoro, anzi: sa che è necessario. E sa che è proprio in ciò che le persone gettano via che si celano i più profondi segreti. E lui sa interpretarli. E sa come usarli. Perché anche lui nasconde un segreto. L’uomo che pulisce vive seguendo abitudini e ritmi ormai consolidati, con l’eccezione di rare ma memorabili serate speciali. Quello che non sa è che entro poche ore la sua vita ordinata sarà stravolta dall’incontro con la ragazzina col ciuffo viola. Lui che ha scelto di essere invisibile, un’ombra appena percepita ai margini del mondo, si troverà coinvolto nella realtà inconfessabile della ragazzina. Il rischio non è solo quello che qualcuno scopra chi è o cosa fa realmente. Il vero rischio è, ed è sempre stato, sin da quando era bambino, quello di contrariare l’uomo che si nasconde dietro la porta verde. Ma c’è un’altra cosa che l’uomo che pulisce non può sapere: là fuori c’è già qualcuno che lo cerca. La cacciatrice di mosche si è data una missione: fermare la violenza, salvare il maggior numero possibile di donne. Niente può impedirglielo: né la sua pessima forma fisica, né l’oscura fama che la accompagna. E quando il fondo del lago restituisce una traccia, la cacciatrice sa che è un messaggio che solo lei può capire. C’è soltanto una cosa che può, anzi, deve fare: stanare l’ombra invisibile che si trova al centro dell’abisso.

Sullo sfondo del lago di Como, in un atmosfera tetra, in cui è l’acqua a celare il pericolo maggiore poiché è oscura e ricca di mulinelli, si dipanano le vicende di uomini e donne senza nome, invisibili e con un passato  pregno di  grandi sofferenze.

Veduta del lago di Como

Troviamo in questo romanzo il male puro che incombe nella vita di tutti i giorni, sovrasta tutto e stravolge la vita  di chi incontra.

L’uomo che pulisce” è un uomo disturbato che da bambino ha subito soprusi, maltrattamenti, vere e proprie violenze fisiche e non ha mai conosciuto l`amore della madre. Questo l’ha portato a non essere sempre in grado di contenere la violenza e a compiere omicidi. Ha cercato per tutta la sua vita di adolescente e di adulto di non farsi vedere, di mimetizzarsi con l`ambiente a partire dall` abbigliamento, sempre rigorosamente di colori neutri. Ogni tanto  però non riesce a trattenere il male che ha dentro ed emerge l’uomo dietro la porta verde, un uomo freddo, calcolatore capace di uccidere organizzando tutto nei minimi dettagli. L’uomo invisibile diventa Mike, l’unico personaggio a cui Carrisi da un nome. 

Un altro personaggio cardine è  “La cacciatrice di mosche”, una donna senza nome, scialba, trascurata, che è rimasta devastata dopo che il figlio ha ucciso a sangue freddo la sua ex perché si sentiva impotente difronte alla sofferenza.  Credeva di aver cresciuto un bravo ragazzo ma lui, come dirà lo stesso personaggio, aveva sempre sentito di avere un rapporto particolare con la morte. Questa grande sofferenza però le ha fornito una missione aiutare le donne vittime di violenza.

Importante nell’ evoluzione del romanzo è la ragazza con il ciuffo viola, una tredicenne progenie di una famiglia ricca consumata da un segreto di cui nessuno è a conoscenza. È vittima di revenge porn, un ragazzo della sua scuola, poco più grande di lei, la spinge a fare cose terribili minacciandola di diffondere foto private scattate con il telefonino. È un personaggio centrale perché farà emergere dall’ombra e rischiare per salvarla l’uomo che pulisce, un uomo che non si era mai permesso di provare emozioni.

Donato Carrisi in questo romanzo fa percepire al lettore l’ abisso, il male puro, la sofferenza più profonda e come questa si celi a volte anche in persone che sembrano felici e senza grandi sofferenze alle spalle. Ciò ci fa riflettere sul fatto che il male,  l’essere un serial killer dipende dal proprio passato, della propria sofferenza, ma soprattutto dalle scelte che si fanno nei momenti clou, quelli che ti cambiano la vita. Ma si può davvero scegliere o la sofferenza che incombe ti pone una scelta forzata?

L’autore come sempre in maniera egregia ci racconta del male però questa volta lo fa con un racconto lineare, facile da leggere che incatena il lettore alla poltrona. Per fare ben comprendere la storia dei protagonisti inserisce dei flashback che fanno sperimentare al lettore, senza orpelli, senza edulcorare, le mostruose sofferenza che i protagonisti hanno subito in passato. Un passato che fa accapponare la pelle e ha forgiato la loro interiorità.

Sembra esserci una lieve speranza di salvezza verso la fine, ma il cerchio si chiude e si scoprirà quanto il mondo sia piccolo, quanto tra i personaggi ci sia un filo invisibile,  non percepibile in precedenza, che li collega.

Io sono l’abisso combina le atmosfere cupe del noir e le investigazioni tipiche del thriller creando un connubio travolgente. Solo l’inizio del racconto stenta un po’ a partire, ma non per la complessità della scrittura bensì per la perfetta asetticità con cui racconta il vissuto dell’uomo che pulisce. Un’asetticità adeguata alle vicende che rende però leggermente ardua la lettura a chi possiede un animo sensibile.

Donato Carrisi è nato a Martina Franca e vive tra Roma e Milano. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. Scrittore, regista e sceneggiatore di serie televisive è per il cinema, è una firma del Corriere della Sera. È l’autore di numerosi best-seller internazionali tra cui:  L’ipotesi del maleIl cacciatore del buioLa ragazza nella nebbia,  Il maestro delle ombre,
L’uomo del labirintoIl gioco del suggeritore e La casa delle voci. Ha vinto prestigiosi premi in Italia e all’estero come il Prix Polar e il Prix Livre de Poche in Francia e il Premio Bancarella in Italia.  

Cambieremo prima dell’alba

Cambieremo prima dell’alba, Clara Sánchez, 2020, Garzanti Editore

Sono passata ad una lettura leggera, se così la si può definire, un romanzo di narrativa, che mi ha incuriosita durante la mia ricerca di libri in biblioteca qualche settimana fa. Sfortunatamente la biblioteca del paese in cui vivo è carente di libri, specialmente dei più recenti, quindi mi sono lasciata trasportare dal nome dell’autrice Clara Sánchez, che avevo sentito nominare sui social network, in una diretta in cui veniva presentato un suo romanzo precedente Il profumo delle foglie di limone pubblicato nel 2010.

Clara Sánchez è l’unica scrittrice ad aver vinto con i suoi romanzi i tre più importanti premi letterari spagnoli: il premio Alfaguara con La meraviglia degli anni imperfetti, il premio Nadal con Il profumo delle foglie di limone, bestseller che ha venduto un milione di copie, in cima alle classifiche di vendita per oltre due anni, ed il premio Planeta con Le cose che sai di me. In Italia sono tutti pubblicati da Garzanti, come anche La voce invisibile del vento, Le mille luci del mattino, Entra nella mia vita, Lo stupore di una notte di luce, La forza imprevedibile delle parole, L’amante silenzioso e L’estate dell’innocenza.

Clara Sánchez

Vuoi vivere un’altra vita? Vuoi essere un’altra persona? Non sempre è la scelta giusta.

Sulla copertina del libro si leggono queste due domande, ed una frase che termina portando fin da subito ad intuire che la protagonista del romanzo si trova ad affrontare delle scelte difficili. Ed è proprio sul peso delle scelte che si permea tutto il romanzo.

L’elegante edificio si staglia di fronte a lei. Sonia alza lo sguardo per seguirne il profilo fin dove incontra il cielo. Non ricorda in che modo si sia trovata a lavorare come cameriera in uno degli alberghi più lussuosi della città. In fondo, nella vita, si è sempre sentita una figurante più che una protagonista. A volte, però, sogna di essere un’altra. Quando le viene chiesto, forse per la sua straordinaria somiglianza con la ragazza, di occuparsi della giovane Amina, in visita a Marbella con la sua ricca famiglia, da un giorno all’altro Sonia viene introdotta in un mondo di sfarzo e desideri immediatamente esauditi, un mondo di donne misteriose e molto lontane da lei. Finché Amina le fa una proposta: scambiarsi di ruolo per un giorno. Si somigliano talmente tanto che nessuno se ne accorgerà. Vivere la vita di un’altra persona per ventiquattr’ore. Farlo per davvero. Sonia legge negli occhi della ragazza una disperata voglia di libertà e accetta. Eppure, quando l’alba sta ormai per sorgere, Amina non fa ritorno. Sonia si sente ingannata da una persona che voleva soltanto aiutare. Ora deve fare di tutto per cercarla e riprendersi la sua identità, perché il mondo dorato in cui è finita è rischiarato dal luccichio di mille diamanti che, in realtà, sono solo fondi di bottiglia. Deve scappare. Ma anche fuori da lì non può svelare a nessuno il suo segreto. Una rete di menzogne e ricatti la circonda. Sonia capisce allora che lei e Amina hanno in comune molto più di quanto pensasse. Se sei una donna la verità non conta, i tuoi desideri non contano. Devi solo guardarti le spalle da chiunque. Anche da te stessa.

Un romanzo quindi basato sul peso delle scelte. Sulle apparenze che non sempre ingannano. Sull’indipendenza delle donne, che resta ancora una sfida aperta per la quale vale sempre la pena di lottare.

Possiamo salvare il mondo prima di cena

Perché il clima siamo noi

<<Nessuno se non noi distruggerà la Terra e nessun se non noi la salverà…

Noi siamo il Diluvio e noi siamo l’Arca.>>

Quest’oggi vi parlerò di un romanzo, un saggio che mi ha lasciata in un senso di inquietudine e di preoccupazione, come nessun film, nessun libro, nessuna rivista, nessun documentario mi avevano mai fatta sentire.

Vorrei dapprima parlare brevemente dell’autore Jonathan Safran Foer. Nato a Washington nel 1977, ora vive a New York. Ha esordito a venticinque anni con Ogni cosa è illuminata, 2002 (di cui ho scritto un articolo, che trovate nel blog), un best seller internazionale e vincitore del National Jewish Book Award e del Guardian First Book Award; ugualmente fortunato il secondo romanzo, Molto forte, incredibilmente vicino (2005). Da entrambi i romanzi sono stati tratti film di grande successo. Nel 2010 è uscito il suo saggio-reportage Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?, mentre l’ultimo romanzo, Eccomi, del 2016, è stato scelto come miglior libro dell’anno dalla giuria della Lettura-Corriere della Sera. Tutti i suoi libri sono pubblicati in Italia da Guanda, che ci tengo a sottolineare è un’azienda carbon-free.

Qualcuno si ostina a liquidare i cambiamenti climatici come fake news, ma la gran parte di noi è ben consapevole che se non modifichiamo radicalmente le nostre abitudini l’umanità andrà incontro al rischio dell’estinzione di massa. Lo sappiamo, eppure non riusciamo a crederci. E di conseguenza non riusciamo ad agire. Il problema è che l’emergenza ambientale non è una storia facile da raccontare e, soprattutto, non è una buona storia: non spaventa, non affascina, non coinvolge abbastanza da indurci a cambiare la nostra vita. Per questo rimaniamo indifferenti, o paralizzati: la stessa reazione che suscitò Jan Karski, il «testimone inascoltato», quando cercò di svelare l’orrore dell’Olocausto e non fu creduto. In tempo di guerra, veniva chiesto ai cittadini di contribuire allo sforzo bellico: ma qual è il confine tra rinuncia e sacrificio, quando in gioco c’è la nostra sopravvivenza, o la -sopravvivenza dei nostri figli? E quali sono le rinunce necessarie, adesso, per salvare un mondo ormai trasformato in una immensa fattoria a cielo aperto? Nel suo nuovo libro, Jonathan Safran Foer mette in campo tutte le sue risorse di scrittore per raccontare la crisi climatica che è anche «crisi della nostra capacità di credere», mescolando in modo originalissimo storie di famiglia, ricordi personali, episodi biblici, dati scientifici rigorosi e suggestioni futuristiche. Un libro che parte dalla volontà di «convincere degli sconosciuti a fare qualcosa» e termina con un messaggio rivolto ai figli, ai quali ciascun genitore – non solo a parole, ma con le proprie scelte – spera di riuscire a insegnare «la differenza tra correre verso la morte, correre per sfuggire alla morte e correre verso la vita».

Utilizzando la narrazione e l’arte della retorica, Safran Foer mostra come sia importante trovare una buona storia perché qualcosa agisca oltre la nostra capacità di ragionare; sono le buone storie a diventare la Storia: “la crisi climatica è anche una crisi della cultura, e pertanto dell’immaginazione”. Non possiamo leggere la Storia che stiamo creando e dunque non sappiamo sentire quel che proviamo a descrivere: conosciamo una verità sul piano intellettuale, combattiamo le nostre battaglie contro i negazionisti del nostro presente, e tuttavia alla denuncia a parole dell’esistenza dell’emergenza climatica non sappiamo far seguire quel sentimento di urgenza che muove all’azione. Non sappiamo “credere”. E non si può credere per un atto di volontà. Viviamo nell’epoca della paura e non ne abbiamo per l’unica cosa che dobbiamo temere.

Foer ci propone una bella rassegna di dati, presentati con destrezza ed estrema chiarezza. Ne riportiamo uno che ci riguarda da vicino: «Dopo aver inserito nel conteggio le emissioni che la Fao aveva trascurato (tra cui laCo2e esalata dagli animali d’allevamento) i ricercatori del Worldwatch Istitute hanno stimato che il bestiame allevato è responsabile di 32.564 milioni di tonnellate di CO2e l’anno, ovvero del 51% delle emissioni globali annue – più di tutte le macchine, gli aerei, i palazzi, gli impianti nucleari e l’industria messi insieme. […] Possiamo considerare la nostra atmosfera come un budget e le nostre emissioni come le spese: metano e protossido di azoto sul breve periodo costituiscono spesa in gas serra nettamente maggiori rispetto alla Co2, quindi sono quelli che è più urgente tagliare. Dato che a produrli sono soprattutto le nostre scelte alimentari», dati poi approfonditi nell’accurata appendice che vi invitiamo a studiare.

Il sistema alimentare è la prima causa, la prima vittima ma anche possibile soluzione alla crisi climatica. Le nostre scelte alimentari hanno un impatto enorme sul futuro del nostro pianeta e una riflessione sul nostro cibo è obbligatoria. Perché se è vero che cambiare abitudini alimentari non basterà a salvarci, è altrettanto vero che se non le cambiamo non ci salveremo.

Dante

Sandro Botticelli, Dante Alighieri, tempera su tela, 1495, Ginevra, collezione privata

A 700 anni dalla morte del sommo poeta, Dante Alighieri, ho pensato che dopo averne studiato al liceo classico la sua Divina Commedia, era ormai giunto il tempo di saperne qualcosa di più su di un personaggio che nonostante sia vissuto sette secoli fa, con le sue opere ha contribuito a forgiare la nostra lingua, l’italiano.

Purtroppo il mio arido vocabolario, non mi permette di fare una presentazione di Dante adeguata, per fortuna ci ha pensato Alessandro Barbero, che nel suo romanzo saggistico, Dante, è riuscito a narrare, con dovizie di dettagli e particolari interessanti, la vita di Dante in tutte le sue sfaccettature.

Se non conoscete Barbero, sappiate che è uno dei più famosi storici italiani. Specializzato in storia medievale e militare.

Alessandro Barbero ricostruisce in quest’opera la vita di Dante, il poeta creatore di un capolavoro immortale, ma anche un uomo del suo tempo, il Medioevo, di cui queste pagine racconteranno il mondo e i valori. L’autore segue Dante nella sua adolescenza di figlio di un usuario che sogna di appartenere al mondo dei nobili e dei letterati; nei corridoi oscuri della politica, dove gli ideali si infrangono davanti alla realtà meschina degli odi di partito e della corruzione dilagante; nei vagabondaggi dell’esiliato che scopre l’incredibile varietà dell’Italia del Trecento, fra metropoli commerciali e corti cavalleresche. Di Dante, proprio per la fama che lo accompagnava già in vita, sappiamo forse più cose che di qualunque altro uomo dell’epoca: ci ha lasciato la sua testimonianza personale su cosa significava, allora, essere un teen-ager innamorato, o su cosa si provava quando si saliva a cavallo per andare in battaglia. Ma il libro affronta anche le lacrime i silenzi che rendono incerta la ricostruzione di interi periodi della sia vita, presentando gli argomenti pro e contro le diverse ipotesi, e permettendo a chi legge di farsi una propria idea, come quando il lettore di un giallo è invitato a seguire il filo degli eventi e ad arrivare per proprio conto a una conclusione. Un ritratto scritto da un grande storico, meticoloso nella ricerca e nell’interpretazione delle fonti, attento a dare piena giustificazione di ogni affermazione e di ogni ipotesi; ma anche un’opera di straordinaria ricchezza stilistica, che si legge come un romanzo.

Spesso si semplifica il percorso politico di Dante dividendolo in due grandi filoni: il Dante comunale, guelfo bianco nella Firenze guelfa; e poi il Dante divenuto ghibellino nell’esilio, prima fautore delle bande di esiliati che volevano rientrare in città e poi grande alfiere dell’Alto Arrigo, l’imperatore Enrico VII di Lussemburgo. Le cose, purtroppo per i biografi (e per il godimento dei lettori) sono molto più complicate di così: Barbero prova a riassumere una vastissima bibliografia (accuratamente riportata) in un concentrato molto riuscito di quel che è noto finora, spesso riprendendo e alle volte correggendo il lavoro dei molti dantisti che si sono letteralmente dannati l’anima nel cercare ricostruire passaggi geografici e cambiamenti d’idea del Dante uomo (da Giovanni Boccaccio e Leonardo Bruni, ai tempi del Barbi, a inizio Novecento, fino alla più recente scuola pisana dei Carpi, Santagata, Casadei e Tavoni). 

Diorama della battaglia di Campaldino, Museo della Casa di Dante, Firenze

Non resta che seguire l’autore nel suo resoconto e inseguire il poeta nelle sue varie peripezie (tra le quali spicca un rito di magia nera), lasciandosi conquistare dalla curiosità che non può non nascere dalla visita di numerose città e dall’imbattersi con i molteplici personaggi che popolarono la vita di Dante: dagli amici, come Moroello Malaspina Vapor di val di Magra o l’ultimo ospite, Guido Novello da Polenta, ai grandi nemici, come il barone Corso Donati (fratello di Gemma, moglie di Dante di cui ben poco sappiamo, e di Forese, amico di Dante), i diversi Papi o il crudele Fulcieri da Calboli, e da quelli che furono a giorni alterni ospiti gradevoli e sgraditi al poeta, come i nobili dell’Appennino e gli Scaligeri veronesi.

Il Dante dell’esilio diventò col passare degli anni sempre più un uomo di corte, letterato stimato ma anche consigliere mantenuto da nobili di diverse risme, non sempre disposti ad avere a che fare con una personalità così ingombrante: piano piano, si nota come la geografia dantesca diventi dunque un campo minato di città e signori da evitare. Il poeta lo percorse sempre cercando di preservare la propria dignità – anche a costo di apparire a tratti servile (gli Scaligeri sono trattati coi guanti nel Paradiso) – e mantenendo la grande convinzione di non essere stimato abbastanza dai suoi contemporanei, in un continuo rincorrersi di amore e odio per quella Firenze natia in cui sognava di essere incoronato con l’alloro e che invece mai più rivedrà. 

In Dante Barbero sfrutta la sua formazione da medievista e le sue indubbie qualità divulgative per scrivere una biografia precisa e dettagliata su di un poliedrico fiorentino vissuto a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, e pienamente inserito nel suo tempo, l’epoca del massimo splendore dell’Italia dei Comuni, appena prima che la grande peste devastasse l’Italia e l’Occidente intero.

La macchina del tempo

The Time Machine: An Invention, New York, Henry Holt and Company, Full scan of the 1st (1895) edition of H. G. Wells’ The Time Machine

Immaginate di poter viaggiare nel tempo e di ritrovarvi su di un Pianeta Terra del tutto futuristico, dopo 800.000 anni dal presente, con la specie umana divisa in due sottospecie, completamente mutate. Una che vive alla luce del sole, che si nutre solo di frutta, cambiata anch’essa; l’altra che invece vive nel sottosuolo, senza vedere mai la luce e divenuta del tutto carnivora. Immaginate, oppure, di poter portare a termine tutte le vostre azioni, tutti i vostri impegni nella metà del tempo, quindi le ore delle vostre giornate vengono dilatate. Immaginate di fare dei sogni così realistici, da non comprendere più cosa sia reale e cosa no, per di più sognando un vero e proprio Armaggedon, quindi un incubo, che vi permette di conoscere posti in cui in realtà non siete mai stati, nei minimi dettagli.

Tutto ciò viene narrato in maniera egregia, da Herbert George Wells, nel romanzo La macchina del tempo, lo scrittore britannico vissuto a cavallo tra la fine dell’800 e metà del ‘900. Autore di alcune delle fondamentali opere di fantascienza, ricordato come uno degli iniziatori del genere. Grazie alle sue opere Wells è stato definito come un “padre della fantascienza”, insieme a Jules Verne e Hugo Gernsback. Come futurista scrisse una serie di lavori utopici prevedendo con buon anticipo innovazioni tecnologiche come l’avvento di aerei, carri armati, viaggi spaziali, armi nucleari, televisione satellitare e qualcosa che assomigliava al World Wide Web.

Pubblicato per la prima volta nel 1895, la storia è quella di un inventore che mette a punto una macchina del tempo con la quale riesce a raggiungere l’anno 802 701. Vi trova un mondo diviso in due razze umane: gli Eloi, creature delicate e pacifiche che conducono una vita di svaghi, e i Morlock, esseri pallidi e ripugnanti che vivono nei sotterranei. Dopo angoscianti avventure, riuscirà ad andare ancora più lontano nel tempo, vedrà una Terra senza più tracce di uomini, abitata soltanto da crostacei con «occhi maligni» e «bocche bramose di cibo». Fantascienza, critica sociale, romanzo distopico: il capolavoro di Wells è soprattutto l’opera di un grande visionario. 

H.G. Wells concepì l’idea di La macchina del tempo come un’analisi accurata della società britannica di epoca vittoriana.

Si possono notare infatti le condizioni degli Eloi, i discendenti della classe dirigente di età vittoriana, dipinti come creature paradisiache cui non manca alcunché, che vivono nel loro mondo fittizio di agio e benessere, ma nella realtà accuditi in veri e propri allevamenti, mostrando agli occhi del lettore il decadentismo borghese e viceversa, i Morlocchi, discendenti degli operai sfruttati della medesima epoca, che vivono ancora nelle viscere della Terra, uscendo la notte per raccogliere gli Eloi migliori da usare per nutrirsi, mostrando il riscatto operaio sulla classe borghese.

Nonostante il riscatto sulla borghesia, Wells sembra voler sottolineare le differenze tra i due schieramenti sociali, come se la classe operaia si fosse riscattata solo in parte. Infatti se da un lato i Morlocchi allevano gli Eloi, e hanno una grande agilità, dall’altra sono mostruosi e vulnerabili alla luce solare, stesso vale per gli Eloi, candidi e delicati ma allo stesso tempo assoggettati dai loro opposti. Ancora una volta l’evoluzionismo darwiniano si mostra agli occhi del lettore, dividendo le due specie sul piano biologico per cause di vita in differenti ambienti.

Questi due schieramenti sociali, per cause di vita in differenti ambienti, finiscono per distinguersi anche sul piano biologico: candidi e delicati gli Eloi; mostruosi, agili ma vulnerabili alla luce solare i Morlocchi.

La macchina del tempo pose immediatamente il suo giovane autore al centro di una grande attenzione.

Divenuto presto immensamente popolare, il romanzo diffuse a livello internazionale la teoria quadrimensionale, che accosta il tempo alle tre grandi dimensioni dello spazio (lunghezza, larghezza e altezza), rendendo conseguentemente plausibile e veritiera la possibilità di un viaggio nel tempo, fino ad allora pura illusione, divenuta cardine della fantascienza successiva.

La peste

Collana Classici Contemporanei, Editore Bompiani, Edizione 2017, Albert Camus La peste, anno di pubblicazione 1947

La peste è un romanzo dello scrittore francese Albert Camus, del 1947. Egli è stato uno scrittore, saggista, filosofo, drammaturgo, giornalista e attivista politico francese. Nato a Dréan, il 7 novembre 1913 e morto a Villeblin, il 4 gennaio 1960. Fu insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1957. Si ammalò di tubercolosi e per molti anni combattè, la sua vita terminò però, a causa di un fatale incidente stradale.

L’opera di cui si parla, è inserita nel “Ciclo della Rivolta”, che fa parte della produzione dello scrittore. E fin dagli inizi, riscosse un immediato successo, con più di 160.000 copie vendute, nei primi due anni di pubblicazione.

Il romanzo è scritto secondo una dimensione corale, con una scrittura che lambisce e supera la confessione, esso è un romanzo attuale e vivo. Una metafora in cui il presente continua a riconoscersi.

Il capolavoro di Camus racconta il dilagare di un’epidemia di peste che si manifesta in un tempo non precisato degli anni ’40 del secolo scorso, in una città dell’Algeria, Orano.

Il testo è costruito per creare la rappresentazione di uno stato di allarme che si dispiega in tutte le sue fasi, a partire dalla sottovalutazione e dall’incredulità iniziali fino ad arrivare, attraverso la serrata analisi psicologica dei personaggi che ripropongono la vasta gamma di emozioni, sentimenti e passioni dell’essere umano, alla constatazione di una possibile via d’uscita. Tutte le dinamiche interpersonali, affettive, politiche, economiche, che si verificano nella situazione di epidemia e quarantena sono messe in campo.

Camus parla dell’esilio, che in questo caso è la separazione dagli affetti, la privazione della libertà, parla della paura della morte e dell’impotenza umana di fronte alle catastrofi naturali. Parla anche del coraggio, della consapevolezza, cui si perviene soltanto con il dubbio circa le verità acquisite, della giustizia, della risposta individuale di fronte ad un male collettivo e della speranza, una speranza che può riportare ad “essere felici insieme agli altri”. Tutti gli aspetti presi in esame sono considerati dal punto di vista prettamente umano e questa è una peculiarità di Camus.

Fondamentale inoltre è il suo spessore filosofico – esistenziale del testo. Il morbo della peste, come è noto, è la rappresentazione simbolica del Male. Pubblicato nel 1947, a ridosso della fine della seconda guerra mondiale, il testo mette in scena la peste quale metafora del nazional-socialismo appena sconfitto, ma anche in quanto emblema di ogni tipo di male che in ogni epoca storica è in grado di minacciare l’umanità. Il problema del Male, che assume anche tratti metafisici, è il grande problema di fondo che caratterizza lo scenario della Peste. In risposta alla consapevolezza dell’esistenza del male, Camus crea il docteur Rieux, il personaggio adatto a veicolare la forza del suo pensiero. Rieux è colui che sa opporsi, attraverso la razionalità della scienza e la tenacia della scelta individuale, all’assurdità del male. Per mezzo del confronto di Rieux con gli altri personaggi, Camus, accanto al problema del Male, affronta il problema della morte, della sofferenza inutile degli innocenti, della religione cristiana e di Dio. Camus sottolinea con forza la necessità del dialogo permanente tra atei e cristiani. Il cristiano chiama “Dio” ciò che non capisce, mentre l’ateo lo definisce “Assurdo”, entrambi, però, condividono la stessa tragica condizione di vita terrena, entrambi sono sottoposti al Male. È, pertanto, nella prospettiva della lotta contro il Male, della Rivolta, che tutti i “fratelli” umani si devono stringere sotto il segno della Solidarietà. La Caritas cristiana si tramuta in solidarietà umana e Rieux, grazie alle parole dell’amico Tarrou, assume i caratteri del “santo laico”, del “tipo” d’uomo capace di combattere, all’interno della rivolta collettiva, il male e l’assurdo. Anche la visione del predicatore Paneloux, che considera la peste come “la punizione divina” contro i peccati dell’umanità, subisce un ribaltamento, una volta posta di fronte all’inutilità della sofferenza dell’innocenza torturata, e qui pensiamo alle atrocità della malattia imposte al figlio del giudice Othon. Per Rieux / Camus è meglio non credere in dio piuttosto che credere in un dio che tace e che permette al male di manifestarsi con una violenza inaudita.

Anche prima di “questi strani giorni”, la Peste custodiva il suo alto contenuto di senso, quindi non è l’attualità che dà valore al libro, bensì il contrario. Si dovrebbe, pertanto, ribaltare la prospettiva: non sono i libri ad essere attuali, ma sono gli eventi storici, fausti ed infausti, che si ripetono ed è dai libri che possiamo ricavare una lezione di senso, quel senso che secondo la Peste è collocato nella solidarietà e nella lotta umana contro l’assurdo.

La Peste di Camus ci insegna sicuramente a non essere complici del male, a recuperare, quindi, dei valori nei momenti di maggiore criticità, a non considerarsi per sempre al sicuro, perché, come scrive Camus nell’epilogo del suo libro, il morbo della peste può celarsi per un tempo a noi sconosciuto per poi risvegliare i suoi ratti e mandarli a morire in una città felice. Può quindi tornare e diffondersi ovunque. Ciò vuol dire che nessuno si può salvare senza la solidarietà dell’altro.

“Al principio dei flagelli e quando sono terminati, si fa sempre un po’ di retorica. Nel primo caso l’abitudine non è ancora perduta, e nel secondo è ormai tornata. Soltanto nel momento della sventura ci si abitua alla verità, ossia al silenzio.”

Cecità

Titolo originale: Ensaio sobre a Cegueira, 1995

Fin dove più giungere la malvagità umana in un mondo di disperati?
E, se la disperazione fosse generata da una pandemia incontrollata che rende chiunque cieco, sarà possibile conservare un briciolo di umanità?
Oppure, l’individuo – per paura e per spirito di sopravvivenza – diventerà ben presto una belva in una società senza regole?

Cecità di José Saramago, scava nella profondità dell’animo umano mettendo a nudo l’aspetto animalesco che dorme dentro ognuno di noi.
E, come in una giungla, la pandemia rende gli esseri umani improvvisamente spietati.
E vulnerabili.
Il prossimo diviene, prima il pericolo dal quale fuggire (per non essere contagiato) e poi il nemico da imprigionare, condannare, isolare.

Cecità è un romanzo duro da leggere, soprattutto oggi nell’emergenza CORONAVIRUS (azzardo: vietato ai minori di diciotto anni).
Perché mostra – senza censura – fin dove può spingersi l’egoismo del singolo.
Egoismo e cattiveria, il Male supremo che si diffonde proprio come in una guerra con una escalation di violenza che spazzerà via, nella spaventata società civile, la cognizione di collettività.
E, alimentati dall’effetto panico, ognuno combatterà solo per salvare sé stesso.

Cecità assume oggi, nel pieno dell’emergenza COVID-19, un forte monito.
Una denuncia da rammentare ogni volta che, una nazione o un singolo individuo, dimentica (per paura o inspiegato panico) i valori che ci rendono umanisolidarietà, comprensione, aiuto reciproco.

Alcune considerazioni sullo stile (davvero particolare) di José Saramago.
In Cecità, i personaggi non hanno un nome.
I protagonisti di questo romanzo sono “il medico cieco”, “la moglie del medico cieco”, “la ragazza dagli occhiali scuri” … credo per meglio evidenziare la visione anonima del mondo di chi, all’improvviso, perde la vista.
Inoltre, l’autore narra gli eventi con frasi molto lunghe prive di punteggiatura.
Anche i (rari) colloqui tra i non vedenti, non sono virgolettati ma inglobati nella frase stessa.

Non ho letto altre opere di José Saramago, dunque non saprei dire se tale stile è, per l’autore, usuale oppure scelto per questo romanzo.
Di fatto, è una tecnica davvero originale che non affatica il Lettore, quasi ai limiti delle buone regole grammaticali.

Dunque, l’Umanità è senza speranza?
Davvero l’essere umano, se afflitto dalla disperazione, smarrisce il raziocinio e diviene una belva primordiale?
Oppure, in tutti i casi – anche nei più disperati – ogni singolo individuo conserva la propria umanità e ha, comunque, una possibilità di scelta?
Cecità propone le sue risposte.

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Titolo originale: Im Westen nichts Neues, 1928

Romanzo autobiografico dello scrittore tedesco Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale racconta la storia di un soldato tedesco durante la Prima Guerra Mondiale.

Il libro parla di un gruppo di giovani tedeschi che grazie (o a causa) della pressante e spesso ingannevole propaganda del governo, vengono convinti ad arruolarsi e a partire per il fronte; ma ben presto capiranno che la guerra non è facile e veloce come gli era stata descritta, anzi, diventerà ben presto una vera e propria carneficina.

Partiti con l’illusoria idea di vivere solo una bella avventura, si ritrovano impreparati ad affrontare la guerra e quasi tutti non faranno ritorno dalle loro famiglie.

Il romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale è ambientato nelle trincee del fronte occidentale; il momento che descrive è quello in cui l’esercito tedesco invade Lussemburgo e Belgio, per poi puntare alle miniere francesi: inizialmente l’invasione tedesca sembra inarrestabile ma poi i francesi prendono forza e resistono, iniziando così una terribile battaglia di logoramento che si risolve con la vittoria degli alleati.

Il protagonista del romanzo si chiama Paul Braumër, un ragazzo giovane come gli altri che si diletta nella scrittura.

Paul riesce a resistere per quasi per tutto il conflitto, uccidendo però un soldato francese dentro una buca dove si era riparato e questa tragica esperienza lo segnerà per tutta la vita.

Nel momento stesso in cui Paul comprenderà che per essere felice deve vivere la sua vita appieno, morirà sul campo di battaglia.

I soldati francesi lo ritroveranno a testa in giù con un sorriso sulle labbra, quasi volesse dimostrare la sua felicità per essere morto in quel modo.

Remarque ci mette di fronte alla inutile e stupida crudeltà della guerra, dandocene, attraverso le righe che ci regala, una incredibile testimonianza.

Tutto è raccontato in prima persona da un giovane che, assieme ad altri compagni di liceo, è stato convinto da un professore esaltato a presentarsi volontario per la guerra appena scoppiata; quello che ci colpisce di più di questo romanzo sono soprattutto le descrizioni delle condizioni di vita e di terrore nelle trincee, così come le sofferenze dei feriti che, con le limitatissime capacità della medicina di allora, il più delle volte morivano sul campo in maniera atroce.

Malgrado sia stato pubblicato quasi novant’anni fa, il romanzo presenta uno stile narrativo sorprendentemente moderno ed attuale.

Remarque ci trascina e grazie alle sue travolgenti descrizioni ci presenta i suoi compagni, ci fa rivivere gli orrori della guerra e lo fa senza usare mezzi termini, con un linguaggio talvolta crudo, in grado di evocare in noi un piccolo assaggio di quella sofferenza che egli stesso ha vissuto in prima persona.

Ogni pagina di questo libro riesce a strapparci via, almeno per un po’, dal mondo reale, trascinandoci in un’epoca passata il cui dolore però non è stato seppellito insieme a quelle migliaia di vittime.

Non siamo più spensierati, ma atrocemente indifferenti. Sapremmo forse vivere, nella dolce terra: ma quale vita? Abbandonati come fanciulli, disillusi come vecchi, siamo rozzi, tristi, superficiali. Io penso che siamo perduti.”

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