Il barone rampante

Titolo originale: Il barone rampante, 1957

Seconda tranche della trilogia I nostri antenati scritta nel 1957. Il racconto attraversa tutta l’esistenza del barone Cosimo Piovasco di Rondò, primogenito di una famiglia nobile «momentaneamente» decaduta. Il fatto principale è rappresentato da un futile litigio avvenuto il 15 giugno 1767 nella tenuta di Ombrosa, immaginario paesino della riviera Ligure, tra Cosimo adolescente e suo padre, dopo il quale Cosimo salirà sugli alberi del giardino di casa per non scenderne mai più.

Le pagine de Il barone rampante sono riportate con gli occhi del fratello minore, Biagio. Dopo il litigio, la vita del protagonista si svolgerà sempre sugli alberi, prima del giardino di famiglia e, in seguito, nei boschi del circondario, inframezzati da parentesi in terre lontane seppur collegate per «via vegetale» alla tenuta del barone (in Francia). Durante questi viaggi Cosimo conoscerà degli esiliati spagnoli e si innamorerà di Ursula che però, terminato l’esilio, ritornerà in Spagna mettendo fine alla loro storia.

Cosimo è forte, testardo, introverso e scontroso ma onesto e dotato di forza di volontà, fatto che gli consente di non venire mai meno ai propri ideali. Mantiene una normale vita di relazione, prosegue gli studi, impara a cacciare, consolida amicizie e segue la vita di famiglia. Ciò contribuisce sensibilmente a renderlo strano ma anche affascinante agli occhi della società.

La sua fama si diffonde con rapidità e toni impensabili per l’epoca d’ambientazione del racconto. Se all’inizio Cosimo diviene famoso come fenomeno da baraccone e la sua famiglia quasi se ne vergogna, in seguito interagisce anche con personaggi come Diderot, Rousseau, Napoleone e lo Zar di Russia, stratagemma che Calvino usa probabilmente per conferire dignità e importanza a un personaggio in parte autobiografico. Cosimo scrive anche un Progetto di Costituzione di uno Stato ideale fondato sugli alberi, opera che contribuisce alla fama e al rispetto di cui sopra.

Il ritorno di Viola, suo primo amore, fa esplodere un sentimento reciproco in realtà sempre esistito, che si concluderà drammaticamente per una serie di equivoci e cose non dette. La morte di Cosimo non viene descritta, vecchio e stanco, un giorno si aggrappa a una mongolfiera di passaggio scomparendo nel nulla. I personaggi più importanti che lo affiancano, oltre ai componenti della famiglia, sono: Viola d’Ondariva, bellissima smorfiosetta che si “impossessa” del suo cuore fin dalla più tenera età, il cane Ottimo Massimo, bastardino ricordo di Viola e inseparabile compagno di caccia, il brigante Gian dei Brughi che Cosimo inizia ai piaceri della lettura, l’abate tutore Fauchelafleur e il Cavalier Avvocato.

Esistono sicuramente dei paralleli con Il visconte dimezzato: la leggerezza del linguaggio, lo sguardo ironico che impedisce anche ai momenti drammatici di gettare un’ombra triste sull’opera, l’ambiguità dei personaggi, siano essi protagonisti principali o comparse relegate a ruoli di secondo piano, che Calvino mette in luce: il barone Cosimo, nobile che vive sugli alberi come un selvaggio, la nobile Viola che alimenta il suo rapporto amoroso ingelosendo l’amato e non preoccupandosi della reputazione che ne deriva presso le corti europee, i suoi due spasimanti, valorosi e coraggiosi guerrieri, ma zuccherosi e ridicoli come pretendenti.

Particolarmente importante anche ne Il barone rampante la visione dell’autore che si conferma poco incline a giudizi e opinioni ottusi e assoluti. Il comportamento stesso di Cosimo si rifà a un’idea di rifiuto delle regole preconcette e di accettazione delle diversità. Ancora una volta Calvino si dimostra precursore, illuminato ed estremamente attuale, soprattutto riguardo a tematiche più ampie come la paura e l’avversione per ciò che si discosta dalla cosiddetta “normalità”.

Credo che il Barone rampante sia un libro alla maniera dei racconti filosofici del settecento, ma anche un esempio di narrativa moderno, pieno di spunti, uno di quei saggi sulla scrittura, sull’arte della riflessione, della comunicazione. Un invito al rispetto delle diversità, andando al di là delle apparenze e delle contingenze. Anche dal punto di vista narrativo è un esempio di maestria. Il narratore sa far risalire l’entusiasmo del lettore quando avverte che l’attenzione sta calando: è come se continuamente lettore e narratore interagissero, e così Calvino inventa storie diverse e le posiziona al punto giusto nel mezzo del romanzo. Mentre noi leggiamo la sua opera lui legge nella nostra mente, qualche volta compiacendo la nostra immaginazione qualche volta raggirandola per sorprenderci.

Aspettando Godot

Titolo originale: Waiting for Godot, 1952

“Vieni, andiamo.” – “Non possiamo.” – “Perché no?” – “Aspettiamo Godot.” – “Ah, già.”

Vladimir ed Estragon, clown e clochard dai vestiti stracciati e dalla bombetta inglese, aspettano. Il loro destino è questo: attendere il signor Godot che ha dato loro appuntamento, se non oggi sicuramente domani, in una desolata stradina di campagna dove non si vede anima viva. In scena ci sono soltanto loro due e, al centro, un albero dapprima spoglio e quindi coperto di foglie.

Cosa accade loro? Semplicemente: niente.
Parlano, discutono, bisticciano, cercano in ogni modo di passare il tempo e osservano, perché l’albero morto sarebbe perfetto per provare a impiccarsi, e perché Pozzo e Lucky, due strane figure che incarnano l’immagine di padrone e servo, sono così strani ma il povero Lucky, al guinzaglio, muove a compassione, e perché imitarli aiuta a far scorrere almeno una manciata di minuti.

Due atti identici, salvo alcune piccole variazioni, in cui non succede niente. Eppure la vita dell’essere umano è questo. Assurdità, non senso, comica tristezza.
Vladimir ed Estragon sono così diversi da noi, lettori e spettatori, ma li sentiamo al contempo così vicini. Accettiamo senza alcun problema il loro modo di rimanere passivi nell’attesa, fiduciosi all’idea che Godot, senz’altro, prima o poi arriverà.
Se non oggi magari domani, o tra qualche giorno. E’ certo che loro aspetteranno, anche se non sanno bene cosa o chi, dato che devono spesso rammentarselo per evitare di uscire di scena. E per andare dove? Non si muovono mai, nemmeno quando manifestano l’intenzione di farlo.

Definita come una grande parabola negativa, “Aspettando Godot”, l’opera di Samuel Beckett scritta in francese e quindi tradotta in inglese dallo stesso autore, merita di essere vista o almeno letta. Tutta d’un fiato, spezzando quel tempo morto che la caratterizza, mettendo in movimento i personaggi passivi, arresi di fronte alla staticità assurda di una situazione che non ha niente da offrire eppure uniti, solidali in quel non fare che diventa attività frenetica. E alla fine chi sia Godot non ha alcuna importanza. Si fa attendere, quindi esiste, e se lo aspettiamo dal 1953 un motivo dovrà pur esserci.

Aspettando Godot, opera in cui “non succede niente, due volte”, lascia sgomento il suo primo pubblico parigino. Non doveva essere facile, per uno spettatore degli anni Cinquanta, assistere a una rappresentazione in cui l’azione, o meglio l’inazione, si ripropone identica per due atti e il protagonista principale non compare mai in scena (e non viene neppure mai definito caratterialmente o fisicamente). Nonostante lo sconcerto iniziale, Aspettando Godot diventa un successo, l’espressione più celebre della sperimentazione beckettiana, in cui un’interpretazione pessimista della vita viene messa in scena con tecniche della slapstick comedy e del vaudeville.

Nella cultura popolare Aspettando Godot è divenuto sinonimo di una situazione (spesso esistenziale), in cui si aspetta un avvenimento che dà l’apparenza di essere imminente, ma che nella realtà non accade mai e in cui di solito chi l’attende non fa nulla affinché questo si realizzi (come i due barboni che si limitano ad aspettare sulla panchina invece di avviarsi incontro a Godot).

Memorie di Adriano

Titolo originale: Mémoires d’Hadrien, 1951

Nel suo Memorie di Adriano (1951) Marguerite Yourcenar racconta la storia dell’imperatore romano Publio Elio Traiano Adriano. Il protagonista è appunto l’imperatore Adriano, anziano e malato, che in una lunga lettera si rivolge al giovane amico Marco Aurelio, raccontando e riflettendo sulla propria vita, narra dei trionfi militari, dell’amore per la poesia, la musica e la filosofia, e della sua passione per il giovanissimo amante Antinoo.

L’idea del libro fu concepita tra il 1924 e il 1929; la Yourcenar stese diverse bozze tra il 1934 e il 1937 ma solo nel 1948 riprende il testo e lo conclude dopo tre anni di duro lavoro. Inizialmente Memorie di Adriano era stato pensato come una serie di dialoghi ma poi la Yourcenar si rese conto che il migliore punto di vista per raccontare delle memorie era proprio quello dell’imperatore morente che ricorda e riconsidera la propria vita. Il libro è organizzato in 6 parti, tra cui un prologo ed un epilogo. La storia è dunque raccontata in prima persona dopo il primo capitolo, vero e proprio inizio della lettera, la storia prosegue come una libera narrazione della vita dell’imperatore, che spesso interrompe il filo del discorso soffermandosi sui ricordi. Altra protagonista di Memorie di Adriano è Roma che, nel pensiero dell’Adriano della Yourcenar, ha permesso la trasformazione dei valori di gloria, grandezza e armonia della civiltà greca in realtà concreta. Adriano è dunque uno spirito nobile alla ricerca dell’eternità: la propria, quella dell’umanità, quella di Roma, quella della cultura e dell’arte.

Le parole del vecchio imperatore sono una pacata affermazione di prontezza all’abbandono della vita ma filtrano una elegante menzogna e un sincero attaccamento all’esistenza; un elogio del desiderio di immortalità, il bisogno di un’anima di affermare l’amore, la felicità e la bellezza come unici strumenti che possono garantire l’eternità.

Oltre a farci innamorare della vita del principe condottiero la Yourcenar non fa che riportarci alla finale e continua introspezione. Il punto di vista di Memorie di Adriano è congiuntamente anche quello della morte. Il libro esce infatti negli anni cinquanta del Novecento, negli anni successivi ad una guerra che sconvolse le coscienze. Il punto di vista della morte non è solo quello della morte di Adriano ma di quella che aveva regnato sovrana in Europa e in tutto il mondo. Possiamo osservare in controluce un riferimento alla storia presente; attraverso la narrazione ha voluto mediare presente e passato conciliando tra una condizione pragmatica ed una spirituale e filosofica. Un libro raffinato e toccante, di sentimento, non di facile ed immediata lettura, che ci propone un uomo in perenne ricerca della conoscenza, dalle idee ancora attuali.

«Quando gli Dèi non c’erano già più, ma Cristo non era ancora apparso…»

Fu l’autrice stessa a proporre la traduzione a Lidia Storoni Mazzolani: “voleva che il suo scritto sembrasse tradotto dal latino, e perciò preferiva una studiosa del mondo classico anziché di letteratura francese”. La prima edizione italiana fu pubblicata dall’editore Richter di Napoli nel 1953 con il titolo Le memorie di Adriano imperatore; l’editore aveva però estesamente modificato il testo per renderlo più semplice, breve e accessibile, rovinando il lavoro della traduttrice e degradando la qualità dell’opera. Ne seguì un’azione legale, che infine Storoni Mazzolani vinse. In seguito Einaudi rilevò i diritti dell’opera, e pubblicò nel 1963 la prima traduzione corretta, che da allora è stata più volte ristampata.

Il nome della rosa

Titolo originale: Il nome della rosa, 1980

Siamo alla fine di novembre dell’anno 1327. In una abbazia medioevale dell’Italia settentrionale avvengono una serie di assassini. “Who has done it? E’ la domanda che apre il “giallo ad enigma” raccontato ne “Il nome della rosa”. Primo romanzo scritto da Umberto Eco, pubblicato nei primi anni ottanta, fregiatosi nell”81 del “Premio Strega”, e sul quale si è ispirato nell”86 il film diretto da Jean-Jacques Annaud.

Se con il termine Medioevo, tra il 1400 ed il 1500, i pensatori rinascimentali indicavano l’età di mezzo tra la fine dell’età classica, ed il loro secolo, allo stesso modo “Il nome della rosa” è stato collocato tra i racconti classici letterari, e quelli del genere da “giallo deduttivo”. Aristotelica, e scolastica è la corrente filosofica abbracciata.

Tutto ruota, infatti, ad un enigma da camera chiusa: la biblioteca. Mentre un frate francescano inglese, Guglielmo di Baskeville, e Adso da Melk, suo allievo, diventano i protagonisti della narrazione. Guglielmo e il suo novizio si trovano al Monastero benedettino per sostenere, su richiesta dell’Imperatore Ludovico, le tesi pauperistiche-francescane contrarie a quelle dei delegati della curia papale. Da una parta è una storia che si articola tra eresie, e questioni ordinistiche dei monasteri. Dall’altra si pone il problema di risolvere alcuni delitti consumatisi dentro l’abbazia. Un luogo “impossibile”.

Secondo Aristotele, infatti, il mondo sensibile, rivisitato e rivalutato, parla di se stesso. Il mondo sarebbe una trama di relazioni percorribile in tutte le direzioni. La comprensione di questo può rendere partecipi di un sapere arcano. Ma ovvio. Un sapere speciale, riservato ad una ristretta cerchia (“elite”). Tuttavia la verità si manifesta a tratti anche negli errori. E’ necessario in questo caso decifrarne i segni, anche lì dove appaiono oscuri, ed intessuti di una volontà del tutto intesa al male.

Guglielmo, giunto prima dell’arrivo delle due delegazioni, ed accompagnato da Adso, viene incaricato dall’abate delle indagini. Divieti, omertà, e nuovi omicidi impediscono il regolare svolgimento dell’inchiesta. La ricerca del responsabile si intreccia con quella di un misterioso manoscritto che sembra in qualche modo connesso agli omicidi. Secondo un’accurata ricostruzione dei fatti, Guglielmo, si convince che Adelmo, come anche, Venanzio, l’amico monaco traduttore dal greco, e l’aiutante bibliotecario, Berengario, siano morti dopo aver letto lo stesso libro. Tutti presentavano due macchie nere: una sulla lingua, ed una sul dito.

Questa ipotesi poteva essere accettata solo grazie ad una prova. E questa prova Guglielmo doveva cercarla dentro la biblioteca. Sarà proprio il sogno di Adso, nel sesto giorno – la narrazione è suddivisa in sette giornate – a corroborare l’ipotesi investigativa del maestro.
“Credo che la tua anima addormentata abbia capito più cose di quanto non ne abbia capito io in sei giorni, e da sveglio.” Dirà Guglielmo. Ed è ancora Adso che involontariamente fornisce al maestro la chiave per entrare nella biblioteca, scrigno di sapere e saggezza di tutta la cristianità.
“Dio ti benedica Adso! E’ la seconda volta, oggi, che per bocca tua parla la saggezza, prima in sogno, ed ora durante la veglia.”

L’accesso alla biblioteca dispiega allo stesso tempo un labirinto ben architettato nel quale Adso si perde. L’uscita sarà indicata dal maestro. E’ tardi. Il manoscritto non si trova. Sono così costretti ad andare via. La svolta arriva con l’entrata in scena dell’inquisitore, Fernando Guy, che accusa di pratiche eretiche e di omicidio i frati, Remigio, Salvatore ed una ragazza, rea di averli tentati. La condanna per tutti è il rogo.

Guglielmo, interpellato da Guy, sostiene l’innocenza riguardo ai delitti di tutti gli accusati. Tra lunghe disquisizioni filosofiche, passaggi narrativi di difficile lettura, Adso ed il maestro riescono a trovare in un intricato tunnel di labirinti il famoso manoscritto. Si tratta de “La poetica di Aristotele”, il secondo libro. Nello stesso tempo sorprendono il venerando bibliotecario, Jorge, ad impregnarne le pagine di arsenico. Spinto dall’odio che provava per il riso e coloro che ne parlavano. Resosi inutile il tentativo di Jorge di avvelenare anche Guglielmo, che sfoglia le pagine con un guanto, il frate in un eccesso di ira divora i fogli intrisi di veleno, e da fuoco all’intera biblioteca, e con essa i libri, l’intera abbazia, insieme al suo carico di intrighi, e delitti.

“Volge così a termine la storia di un uomo giunto ormai alla fine dei suoi giorni.” Dirà Adso tornato in quei luoghi pregni di solitudine. Ricordando Guglielmo, quando gli lasciò i suoi occhiali osserva “il mondo come un grande libro attraverso il quale Dio ci parla. Ma è anche qualcosa di più.” Adso in quei sette giorni aveva vissuto avvenimenti, che lo avevano allontanato da ogni apparente regola. “Ma l’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amore di Dio, o della verità. Come l’eretico nasce dal Santo, e l’indemoniato dal veggente.”

Adso non lo vide più da allora. Da quando, diretti ad oriente, dovettero invertire il loro cammino perché Roma si era ribellata all’imperatore Ludovico, e l’Italia sarebbe stata insicura. Giunti a Monaco di Baviera i due si separarono. “Prego sempre che Dio abbia accolto la sua anima, e gli abbia perdonato i molti atti di orgoglio che la sua fierezza intellettuale gli aveva fatto commettere.” Osserva Adso declinando un pensiero con i chiari tratti dell’oscurantismo medioevale. Ma dice anche che di tutti quei volti del passato, gli torna alla mente più chiaro di tutti, quello della fanciulla, che visitò tante volte i suoi sogni da adulto, e di vegliardo.

Eppure di quell’unico amore della sua vita non aveva saputo, né seppe mai… il nome.

Il titolo provvisorio del libro, durante la stesura, era L’abbazia del delitto. Successivamente Eco valutò anche il titolo Adso da Melk, ma poi considerò che nella letteratura italiana, a differenza di quella inglese, i libri aventi per titolo il nome del protagonista non hanno mai avuto fortuna. Infine si decise per Il nome della rosa, perché a chiunque chiedesse, “diceva che Il nome della rosa era il più bello”.

All’epoca della concezione dell’opera, il romanzo storico con ambientazione medievale era stato riscoperto da poco in Italia da Italo Alighiero Chiusano, col suo L’ordalia. Le diverse similitudini (ambientazione temporale, genere inteso come romanzo di formazione, e scelta dei personaggi principali, un novizio e il suo maestro, un saggio monaco più anziano), e la notorietà che L’ordalia aveva nel 1979, che un esperto di letteratura come Umberto Eco difficilmente ignorava, fanno ritenere L’ordalia con molte probabilità una delle principali fonti di ispirazione de Il nome della rosa.

Ogni cosa è illuminata

Titolo originale: Everything is illuminated, 2002

Un giovane ragazzo ebreo americano, Jonathan Safran Foer, tiene nella mano una foto: vi sono ritratti suo nonno e, accanto a lui, una ragazza misteriosa. Dopo averla custodita per cinquanta anni, la nonna di Jonathan ha mostrato la fotografia alla famiglia, ha raccontato che quella donna si chiamava Augustine e che era stato solo grazie a lei che il nonno era riuscito a sfuggire ai nazisti. A quel punto Jonathan decide di partire per l’Ucraina, alla ricerca di tutto un passato che la foto non mostra, alla ricerca di Augustine che forse è ancora viva. Ad accoglierlo alla stazione e ad accompagnarlo in un lentissimo viaggio in macchina attraverso il paese, c’è Alex Perchov, l’“interprete” dell’agenzia di viaggi a cui Jonathan si era rivolto. Anzi, c’è Alex, c’è il nonno di Alex e c’è Sammy Davis Junior Junior, il loro cane, che quando non è impegnato a dare testate allo sportello della macchina, passa il tempo ad azzannarsi la coda in un tripudio di sangue e gengive…

Da qui, per 327 pagine, si dipanano due storie: il racconto del viaggio, narrato da Alex, che inizia nel presente e procede in un lento viaggio a ritroso, e c’è il romanzo scritto da Jonathan sullo stethl ebraico di Trachimbrod, che parte dai lontani anni di fine ’700, quando la sua bis-bis-bis-bisnonna fu salvata dalle acque di un fiume, e che procede in avanti, fino a un punto in cui le due narrazioni si riuniscono, si illuminano a vicenda, si completano. Un romanzo che riesce a non far pesare la sua complessità strutturale (il romanzo nel romanzo) e stilistica (il “geniale” inglese parlato da Alex e il solenne linguaggio del romanzo di Jonathan) e tematica (l’Olocausto) quasi con la levità di una narrazione fiabesca. Un piccolo miracolo letterario, che splende già dal titolo (citazione da L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera) e che segna l’esordio di una delle penne più illuminate e ironiche che la cultura ebraica potesse offrirci.

“Tutto è quello che è perché tutto è stato quello che è stato.”

Jonathan Safran Foer (Washington, 21 febbraio 1977)

Alla ricerca del tempo perduto

Titolo originale: À la recherche du temps perdu, 1913-1927

Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust è un romanzo-fiume scritto tra il 1908 e il 1922, anno di morte del suo autore. In estrema sintesi, lo si potrebbe definire la storia di una vocazione letteraria, o, per meglio dire, la storia degli ostacoli soggettivi e oggettivi che la vocazione letteraria del personaggio-narrante ha incontrato e superato. Sebbene narrato in prima persona dal personaggio protagonista, e sebbene il materiale narrativo, i personaggi, i pensieri del narratore siano profondamente radicati nella biografia dell’autore, la Ricerca non è un romanzo autobiografico. Marcel Proust non ha inteso raccontare la sua vita, bensì ha voluto estrarre dai materiali biografici che la sua vita gli offriva un senso che la semplice esposizione di essi non avrebbe potuto determinare. La trasfigurazione letteraria – ossia l’elaborazione stilistica e la composizione degli episodi secondo un preciso disegno – è la chiave di volta dell’operazione proustiana: è ad essa, alla letteratura, che l’autore affida il messaggio da consegnare al lettore. 

L’edizione originale pubblicata a partire dal 1913 conta 7 volumi, a loro volta suddivisi in 15 tomi, ognuno dei volumi ha un proprio titolo e una propria storia filologica ed editoriale. Ma il romanzo proustiano è un’unità inscindibile e la suddivisione in tomi, volumi, capitoli, paragrafi ha un valore sostanzialmente convenzionale e risponde ad esigenze di pratica editoriale: il romanzo non prevede conclusioni provvisorie o cicli interni disgiunti dall’idea generale cui si ispira, non è, per intenderci, un ciclo di romanzi, sebbene alcune sue parti abbiano un’apparente autonomia e siano state pubblicate come narrazioni in sé concluse. Solo l’epilogo, lo svelamento, le “scoperte” contenute nell’ultimo volume, Il tempo ritrovato, danno ragione di tutta la narrazione che lo ha preceduto.

I volumi sono: Dalla parte di Swann, 1913; All’ombra delle fanciulle in fiore, 1919; La parte di Guermantes, 1920-21; Sodoma e Gomorra, 1921-22; La Prigioniera, 1923; Albertine scomparsa (o La Fuggitiva), 1925; Il Tempo ritrovato, 1927. Gli ultimi 3 volumi sono dunque postumi, ma ciò non vuol dire che la Ricerca sia un’opera incompiuta, perché Proust aveva previsto di morire prima di poter rifinire e perfezionare la sua opera (del resto indefinitivamente rifinibile e perfezionabile), perciò ne aveva consegnato la conclusione ad una serie di quaderni manoscritti dai quali gli editori avrebbero dovuto estrarre i volumi da pubblicare dopo la sua morte.

A lungo, mi sono coricato di buonora.

Il romanzo inizia con questa spudorata menzogna, che è anche un sorriso amorevole e, al contempo, canzonatorio nei confronti dell’inesausto tentativo della madre di mandarlo a letto presto. È la frase – provata e corretta più volte, come attestano i brogliacci dello scrittore, tanto per ribadire come la disinvolta naturalità dello stile proustiano sia il frutto di disciplina e di estenuante lavoro scrittorio – è la frase che segna l’assunzione di un punto di vista, quello del personaggio-narrante, diverso da quello dell’autore che gli fornisce i materiali biografici, ma non il suo punto di vista. Il romanzo non svilupperà una vicenda del quale l’autore ha già scoperto il senso. Il personaggio-narrante, e con lui il lettore, dovranno compiere un percorso, dovranno fraintendere, sbagliare, avviarsi su false piste, prima che la Verità, il senso di una vita, illumini retrospettivamente il significato del percorso. Non è l’autore, dall’alto di una Verità acquisita, a parlare (solo saltuariamente e quasi mordendosi la lingua si intrufolerà nel racconto), è il personaggio-narrante, confitto alla stessa altezza dello spazio-tempo narrato, il titolare della parola romanzesca. Così di fronte alla generale incomprensione del primo volume, che per la maggior parte dei lettori non si capiva dove “volesse andare a parare”, lo stesso Proust, nella corrispondenza e nelle interviste, rivendicava il carattere “dogmatico” dell’opera, che solo lo svelamento finale, l’ultimo capitolo (scritto, immediatamente dopo il primo), avrebbe reso evidente. In fondo sarebbe bastato anticipare quelle conclusioni per rendere tutto più chiaro e “godibile”, ma in questo caso la Verità profonda dell’opera sarebbe stata offerta già bell’e pronta, il lettore non avrebbe dovuto scoprirla da sé e dentro di sé, l’effetto estetico e filosofico, cui l’opera proustiana mirava, sarebbe svanito.

Le fantasticherie dell’uomo in dormiveglia pongono immediatamente il narratore in una situazione liminare, sulla soglia tra la realtà e l’infinito dei mondi possibili. Lentamente, dalla galassia fluttuante delle virtualità narrative emergono dal buio, dall’indefinito, dal caos i corpi astrali che la scrittura, l’affabulazione narrativa, il logos illuminano, definiscono, ordinano. L’uomo in dormiveglia, ulteriore diffrazione tra l’autore e il narratore, sul crinale tra luce e buio, ordine e caos, perdita e recupero passa 

la maggior parte della notte a ricordare la nostra vita d’un tempo a Combray, in casa della prozia, oppure a Balbec, a Parigi, a Doncières, a Venezia, in altri luoghi ancora, a ricordare i posti, le persone che vi avevo conosciute, quel che di loro avevo visto, quello che me ne avevano raccontato.

Il passaggio dalla realtà biografica alla scrittura è guidato dal lievito della trasfigurazione letteraria che ne serba traccia – come l’ordine mantiene in sé le tracce del caos, la veglia del sonno, la narrazione del saggio, ecc. – e ne impedisce la perdita, l’insignificanza e la nullificazione. 
Motivi, temi, episodi, personaggi, scoperta, verifica ed esposizione di leggi psicologiche, inedita e originale rielaborazione delle categorie ontologiche – spazio, tempo, socialità -, rassegna delle acquisizioni scientifiche più recenti, vertiginose riflessioni estetiche e filosofiche: la Ricerca è un’opera-mondo (un’enciclopedia, una cattedrale gotica…). Sarebbe perciò temerario, se non tracotante, ambire ad una sistematica ed esaustiva trattazione del suo lascito letterario e filosofico. Nemmeno una sterminata bibliografia, che si arricchisce ogni anno di decine di volumi monografici provenienti da ogni angolo del mondo, può riuscirci. E, tutto sommato, non mi sembra questo il compito più urgente o importante cui dedicarsi. Rispetto a tutte le altre opere letterarie (quelle che io conosco, ovviamente…) il romanzo proustiano ha una caratteristica unica: parla direttamente al lettore, non gli fornisce solo insegnamenti, conoscenze, divertimenti o strumenti concettuali di raffinata elaborazione – tutto ciò appartiene al romanzo e all’autore in sommo grado e potrebbero bastare per un romanzo epocale – la Ricerca mostra le forme, le modalità in base alle quali, ognuno secondo le sue qualità, competenze, sensibilità e intelligenza, può attivare in sé un processo di sottrazione al nulla, senza disattivazione irenica dal dolore (perciò in Proust niente stoicismo e niente taoismo), senza superare in una sintesi superiore e utopica le antinomie costitutive dell’essere-al-mondo, senza ricadere nelle spire della trascendenza religiosa o della teleologia storica. 

L’insostenibile leggerezza dell’essere

Titolo originale: Nesnesitelná lehkost bytí, 1984

Milan Kundera scrisse il romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere nel 1982 e lo pubblicò in Francia, per la prima volta, nel 1984. È senza dubbio il più conosciuto e amato dello scrittore boemo. Le vicende si svolgono a Praga alla fine degli anni sessanta, tra la cosiddetta Primavera e l’invasione dell’Unione Sovietica.

Tomas è un chirurgo dedito al lavoro e alle donne. Con loro preferisce intrattenere amicizie erotiche, libere e indipendenti, piuttosto che creare legami forti, complicati e inevitabilmente soffocanti. Affascinato della differenza, anche minima, che rende unica ogni donna, ne colleziona una dopo l’altra. Tereza è una donna tenera e indifesa, fugge dalla famiglia, in particolare dalla madre e dai suoi problemi, ma è alla ricerca dell’amore, dell’unico uomo con cui condividere la vita. Quando Tomas e Tereza si incontrano, tra i due nasce un legame sentimentale molto forte. Lui la accoglie in casa sua come non aveva fatto con nessuna, ma pur innamorandosene, non rinuncia alle altre donne.

“Se la prese con se stesso, ma alla fine si disse che in realtà era del tutto naturale non sapere quel che voleva. Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future. E’ meglio stare con Tereza o rimanere solo? Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno “ schizzo “ è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.
“ Einmal ist keinmal “. Tomas ripetè tra sé il proverbio tedesco. Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l’uomo può vivere solo una vita, è come se non vivesse affatto.

Parallelamente alla storia di Tomas e Tereza si svolge quella di Sabina e Franz. Lei pittrice in esilio e donna libera, lui professore di Ginevra e legato da un matrimonio infelice. Quando finalmente Franz decide di confessare alla moglie la sua relazione extraconiugale, Sabina lo lascia, oppressa dal peso insopportabile di quell’amore non più clandestino. Tutta la narrazione è influenzata dai contrasti sociali e politici del periodo. I carri armati russi sono in tutta Praga, gli intellettuali sono perseguitati e chiunque sia contrario al regime è umiliato o esiliato.

È un libro meraviglioso alla cui base vi è un concetto elementare. Ogni azione, ogni istante è irripetibile, la vita stessa è irripetibile. Kundera ci dice che non siamo preparati ad essa e che non abbiamo seconde possibilità. Tutto ciò che scegliamo o consideriamo inizialmente come leggero rivela presto il suo incredibile peso.
Straordinaria la capacità di Kundera di rappresentare le situazioni umane, formidabile la maniera di descrivere l’inesorabile scorrere delle nostre vite. Storia, filosofia e letteratura si concentrano in questa narrazione creando un capolavoro indiscusso.

Anche dopo la Rivoluzione di velluto del 1989 e la caduta del comunismo, passarono 17 anni prima che il libro venisse pubblicato nella Repubblica Ceca. Kundera non ha mai ceduto i diritti d’autore del romanzo in lingua ceca a nessun editore fino all’ottobre 2006, quando Atlantis, una casa editoriale di Brno, annunciò la prima pubblicazione in territorio ceco.

Il grande Gatsby

Titolo originale: The Great Gatsby, 1925

Ciò che gli Stati Uniti rappresentano da sempre nell’immaginario collettivo è qualcosa di indefinibile e in costante evoluzione, poiché ognuno troverà una motivazione valida e sempre diversa per spiegare e per alimentare il proprio “american dream”.
Questo fenomeno oltre a riguardare gli stessi cittadini statunitensi – che con questa definizione intendono dimostrare come attraverso il lavoro duro, il sacrificio e la determinazione, sia possibile ottenere risultati e migliorare il proprio status – nel corso dei secoli, ha fatto accorrere negli Stati Uniti un numero infinito di immigrati europei in cerca di speranze e di possibilità.
Eppure, c’è stato qualcuno che questo benedetto sogno americano ha letteralmente cercato di ucciderlo e forse in parte c’è più o meno riuscito.

È il 1925 quando viene pubblicato Il grande Gatsby che inizialmente non riscuote il successo della precedente pubblicazione di Francis Scott Fitzgerald – la raccolta di racconti L’età del jazz – né l’attenzione massiccia da parte di critica e di lettori.
Probabilmente perché dentro Il grande Gatsby c’è davvero troppo e non tutti sono forse ancora pronti ad accettare quel troppo. Almeno non in quel preciso momento storico, nel quale la gente pensa solo a divertirsi e a fare baldoria perché tanto gli anni della Grande Depressione sono ancora lontanissimi.

Non appena Jay Gatsby – il protagonista del romanzo – si materializza dalle pagine e dalla penna di Francis Scott Fitzgerald, si capisce che la sua figura è avvolta da un alone di fascino e di mistero e il consiglio dato dal padre di Nick Carraway – la voce narrante del romanzo – all’inizio del libro, è forse il mood giusto con il quale si dovrebbe poi leggere l’intera opera:

” Quando ti vien la voglia di criticare qualcuno, – mi disse, – ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu.”

Dunque regola numero uno: mai giudicare Jay Gatsby e il suo operato.

Ma chi è realmente Jay Gatsby?
Beh, questo quasi nessuno lo sa perché su di lui si è detto di tutto e di più, dal momento che buona parte di coloro che prendono parte alle sue sfarzosissime feste piene di imbucati e innaffiate da litri di champagne, chartreuse e whiskey, si sentono in diritto di dire la propria sul conto di Gatsby e sul suo passato.

Le persone non erano invitate: andavano. Salivano su macchine che le trasportavano a Long Island e qui, chissà come, finivano alla porta di Gatsby. Arrivati lí, si facevano presentare da qualcuno che conosceva Gatsby, dopodiché si comportavano secondo il galateo appropriato a un parco divertimenti. Ma a volte arrivavano e partivano senza neanche aver conosciuto Gatsby, venivano alla festa con una ingenuità che costituiva da sola il biglietto d’ingresso.”

All’apparenza, Jay Gatsby è un trentenne molto elegante, ambizioso, collezionista di successi e desideroso di ostentare la propria ricchezza e il proprio parlare forbito, seppur spesso latita dalle sue stesse feste e non ama molto apparire in pubblico.
In pochi sanno però che Jay Gatsby è anche un sentimentale e che dopo cinque anni di devozione incrollabile, è piombato nell’immaginaria West Egg – un mondo a parte adagiato sulla falsa eleganza e sull’ipocrisia e governato dalle sue bizzarre dinamiche e dagli ambigui personaggi che la popolano – solo per riconquistare la cinica e squilibrata Daisy, dalla quale è stato respinto quando era un semplice ufficiale dell’esercito, povero e incapace di garantirle un futuro.
E poco importa che ora Daisy sia una madre totalmente assente e moglie infelice di Tom Buchanan – un ricco giocatore di polo, fisicamente prestante ma purtroppo rozzo, egoista e prepotente – e che insieme diano vita ad un quadretto familiare poco felice ma da mantenere assolutamente in piedi per salvare la faccia e le apparenze.

Erano gente sbadata Tom e Daisy: sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro ampia sbadataggine o in ciò che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il pasticcio che avevano fatto…”

Gatsby è davvero pronto a tutto pur di riconquistare Daisy – che nel frattempo è diventata per lui una vera e propria ossessione e un richiamo implacabile – e mostrargli così, chi e cosa è diventato nel corso di questi cinque lunghi anni quell’ufficiale dell’esercito timido e impacciato.

Quasi cinque anni! Perfino in quel pomeriggio dovevano esserci stati momenti in cui Daisy non era riuscita a stare all’altezza del sogno, non per colpa sua, ma a causa della vitalità colossale dell’illusione di lui che andava al di là di Daisy, di qualunque cosa. Gatsby vi si era gettato con passione creatrice, continuando ad accrescerla, ornandola di ogni piuma che il vento gli sospingesse a portata di mano. Non c’è fuoco né gelo tale da sfidare ciò che un uomo può accumulare nel proprio cuore.”

E quindi, chi è Jay Gatsby?

…Gatsby che rappresenta tutto ciò che suscita in me disprezzo genuino. Se la personalità è una serie ininterrotta di gesti riusciti, allora c’era in lui qualcosa di splendido, una sensibilità acuita alle promesse della vita, come se fosse collegato a una di quelle macchine complicate che registrano terremoti a venitimila chilometri di distanza.

E che cosa si dice sul suo conto?

– Ha ucciso un uomo e ha fatto la spia ai tedeschi:

Mi hanno detto che Gatsby ha ammazzato un uomo, una volta.
– Non credo che si tratti di questo, – sostenne Lucille scettica. – Piuttosto è che durante la guerra ha fatto la spia ai tedeschi
.”

– Ha studiato ad Oxford:

Ah, incominciate anche voi, adesso, – rispose lei con un pallido sorriso. – Be’, una volta mi ha detto che ha studiato ad Oxford.”

– È un contrabbandiere:

È un contrabbandiere, – dicevano le ragazze, aggirandosi tra i suoi cocktail e i suoi fiori.

È stato nel commercio farmaceutico:

Lui e quel Wolfsheim hanno comprato una quantità di piccole farmacie qui e a Chicago e hanno venduto alcool di grano sottobanco. Questa è una delle sue piccole imprese. Ho capito che era un contrabbandiere la prima volta che l’ho visto, e non mi sono sbagliato.

È comunque vittima di leggende metropolitane decisamente colorite:

Contemporaneamente gli venivano attribuite leggende come «l’oleodotto sotterraneo fino al Canadà» e circolava con insistenza la diceria secondo la quale Gatsby non abitava in una casa ma in una nave che pareva una casa e si spostava in segreto lungo la spiaggia di Long Island.”

Jay Gatsby che segretamente gode di tutto il chiacchiericcio che aleggia sulla sua figura è in realtà figlio di contadini poveri e falliti, che nella sua vita precedente ha svolto qualsiasi tipo di attività riuscisse a garantirgli cibo e un giaciglio per la notte. Grazie al suo fisico forte, resistente e perennemente abbronzato, faceva innamorare pazzamente qualsiasi donna incrociata eppure il suo unico obiettivo era quello di raggiungere la ricchezza, la gloria e il successo e poco importava come sarebbe arrivato a tutto questo.

La verità è che Jay Gatsby di West Egg, Long Island, era scaturito da una concezione platonica di se stesso. Era un figlio di Dio – frase che, se vuol dire qualcosa, vuol dire proprio questo – e doveva continuare l’opera del padre mettendosi al servizio di una bellezza vistosa, volgare, da prostituta. Cosí inventò con Jay Gatsby il tipo che poteva venir inventato da un diciassettenne e rimase fino alla fine fedele a questa concezione.”

Jay Gatsby rimase davvero fedele sino alla fine al suo personaggio e a tutto ciò che esso incarnava, compresi i suoi due grandi sogni: Daisy e la gloria assoluta. O almeno così fu, fin quando un personaggio sciatto, miserabile, povero e fallito per uno strano equivoco tenta di mettere fine in qualche modo a quel sogno.

Francis Scott Fitzgerald ne Il grande Gatsby porta in scena una storia triste e apparentemente sfavillante nonché una satira amara e pungente contraddistinta da ipocrisie, complotti e tradimenti su quelli che furono definiti gli “anni ruggenti” (1919-1929), dimostrando cosi come gli ideali dell’epoca quali il successo, il benessere, i soldi, l’emancipazione e l’avanguardia culturale, si siano letteralmente frantumati dinanzi alla corruzione e nel momento esatto in cui i riflettori si sono spenti e sul palcoscenico è calato un sipario fatto di indifferenza, solitudine, amoralità e ipocrisia.

Francis Scott Fitzgerald attraverso un linguaggio raffinato, enfatico e molto descrittivo racconta la storia di Jay Gatsby perché forse Jay Gatsby rappresenta proprio l’America e il sogno americano, quel sogno che una volta diventato realtà finisce per mostrare il suo lato più orrido o forse più semplicemente:

Mi accorgo adesso che questa è stata una storia del West, dopo tutto: Tom e Gatsby, Daisy e Jordan e io eravamo tutti del West e forse soffrivamo di qualche deficienza che ci rendeva sottilmente inadatti all’Est.”

A volte può capitare di sentirsi inadatti o non all’altezza dei propri sogni, o no?

Per chi suona la campana

Titolo originale: For Whom The Bells, 1940

Il mento poggiato sulle braccia incrociate, l’uomo era disteso sulla terra bruna del bosco coperta d’aghi di pino. Sulla sua testa il vento investiva, fischiando, le cime degli alberi. In quel punto il versante del monte si raddolciva ma un poco più in giù precipitava rapido, e l’uomo poteva vedere la traccia nera della strada incatramata che, serpeggiando, attraversava il valico.

(Incipit, Per chi suona la campana)

Guerra civile spagnola. 1937. Si fronteggiano le truppe anti – marxiste dei nazionalisti falangisti del “Caudillo” Francisco Franco e quelle governative dei repubblicani. Tra queste, a Navacerrada, nei pressi di Madrid, agisce una banda di partigiani guidata da Pablo, un combattente rozzo, duro e spietato, e da Pilar, la sua amante. Un giorno la banda è raggiunta da uno straniero, un americano che si chiama Robert Jordan, un intellettuale, un docente di Spagnolo negli stati Uniti, che all’inizio della guerra civile ha lasciato il suo paese per arruolarsi nelle truppe repubblicane. Il suo è un compito difficile, delicato e rischioso: azioni di sabotaggio dietro le linee franchiste. Robert è stato incaricato dal generale Golz di far saltare un ponte su un fiume in modo tale da impedire alle truppe franchiste di portare i rifornimenti a Segovia mentre l’esercito repubblicano è impegnato ad attaccare la città. Ha solo tre giorni di tempo e organizzare l’azione non è per nulla semplice. Per questo ha bisogno dell’aiuto dei partigiani di Pablo, il quale cerca invece di ostacolarlo in tutti i modi. A complicare la situazione c’è il fatto che Robert incontra Maria, una rivoluzionaria reduce dalle torture dei falangisti, e se ne innamora. Ma il tempo a disposizione è poco e Robert ha una missione da portare a termine a tutti i costi…
Ernest Hemingway amava visceralmente la Spagna, sin dal 1922, quando compì il primo viaggio nella penisola iberica. In Spagna è ambientato Fiesta. Alla Spagna erano rivolte il cuore, la testa, le emozioni nel 1937, quando partì dagli Stati Uniti per guardare con i propri occhi le prove generali del conflitto mondiale che sarebbe esploso due anni dopo: la guerra civile spagnola. Da questo dato parte Per chi suona la campana, completato dallo scrittore di Oak Park nel 1940, quando le truppe di Hitler erano alle porte di Parigi. Un romanzo il cui il tempo della narrazione viene dilatato all’inverosimile: poco più di settantadue ore raccontate in 530 pagine, in cui, oltre ai tragici eventi bellici che segnarono in qualche modo le sorti della democrazia spagnola ed europea, Hemingway pone l’accento sulle riflessioni dei personaggi, sulle loro paure, le loro consapevolezze, stravolgendo completamente i rapporti cronotopici. Attraverso il suo inconfondibile stile frammentato, quotidiano, privo di ogni velleità descrittiva a favore del dialogo mimetico, lo scrittore affronta il doppio binario del dramma universale della guerra e quello individuale del dramma sentimentale, attraverso un’esperienza di vita che diventa esemplare, perché Per chi suona la campana diventa consapevolezza del proprio dovere anche di fronte ad una sicura morte, tema che ricorre ossessivamente nelle opere di Hemingway. E alla fine Robert Jordan porterà a termine il suo incarico e quel ponte diventerà emblema di libertà e di speranza di un intero popolo. Ma permane il tono elegiaco che ha portato Ernest Hemingway all’insano gesto del 1961, perché la sconfitta è sempre dietro l’angolo e, come recitano le parole della canzone dei Metallica For whom the bell tolls, “per chi suona la campana il tempo incombe”.

Ernest Hemingway 1899-1961

Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno. Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi.

(Per chi suona la campana, p.456)

Lessico famigliare

Titolo originale: Lessico famigliare, 1963

Lessico Famigliare è stato pubblicato per la prima volta nel 1963 ed è uno dei libri che per la loro particolarità ha avuto importanti riflessi, prolungati nel tempo, sia a livello di critica che di lettori. Già il titolo fa luce sul contenuto, due parole e l’intera trama è perfettamente delineata. Famigliare: la storia è quella dei Levi (cognome da nubile di Natalia) a cavallo delle due guerre mondiali; la trovata della Ginzburg è quella di aver snodato i principali avvenimenti che ebbero come attori padre madre e fratelli servendosi dei modi di dire e delle espressioni gergali che fecero di quelle sei persone la Famiglia Levi. Ed ecco allora spiegato anche il senso di “lessico”.

Fin dalle prime righe l’impressione è quella di essere stati catapultati indietro nel tempo, anni ’20, via Panigaglia, Torino. La linearità e la pacatezza proprie dell’autrice, che si tiene ben lontana dall’usare per il suo racconto uno sguardo troppo personale, fan si che al lettore paia di guardare dal buco della serratura cosa succede fra le quattro mura di casa Levi, senza la mediazione dello sguardo troppo soggettivo dell’autrice. É la stessa Ginzburg a scrivere, nella premessa al libro: “Non avevo voglia di parlare di me. Questa non è la mia storia ma piuttosto, pur con vuoti e con lacune, la storia della mia famiglia”. Una lettura veloce e poco interessata potrebbe far pensare al libro come ad una fredda e distaccata cronaca di eventi ma non è così. Trapela intimità e l’approccio è quello di chi, finita un’era, quella della giovinezza, rivolge lo sguardo indietro, nei ricordi, caldi e accoglienti, un po’ nostalgici. Seppur quindi la narrazione sia piuttosto asciutta, chi legge non è precluso dal sentirsi lo stesso pianamente coinvolto e inserito in quello che succede. Un esempio: a pagina 167 bastano due righe e Leone Ginzburg, marito di Natalia, muore. Non viene detto molto, la storia continua senza interruzioni, senza parole di tenerezza nei confronti dell’uomo con cui la scrittrice ha condiviso tanto, continua perché così allora continuò anche la vita che mica aspetta, va avanti. L’effetto sul lettore è però l’opposto: su quelle poche parole non ci si può che fermare, e rileggerle, e sentirsi dispiaciuti, quasi più di quanto sembri esserlo lei, Natalia.

Altra caratteristica rilevante del libro è il modo con cui l’autrice riesce a far entrare con la massima naturalezza fra le righe di quello che sta scrivendo personaggi del calibro di Cesare Pavese, Drusilla Tanzi o ancora, di Turati. Lo fa con una certa maestria tanto che diviene quasi divertente, mentre si legge, andare a caccia di quelle notorietà nascoste. Ecco perciò che dietro all’amico pensieroso della casa editrice che cammina per strada mangiando ciliegie e sputandone i noccioli contro i muri si cela Pavese; Turati è l’omone dalla folta barba che si muove cauto per i corridoi di casa, che ogni tanto dorme nel letto del fratello Mario e che un giorno sparisce. Ed infine Drusilla Tanzi, la zia che rompeva sempre gli occhiali.

Nel frattempo la narrazione va avanti senza che non manchino nemmeno chiari riferimenti alla situazione politica e storica di quegli anni. In più pagine la tensione è palpabile, amici e familiari vengono incarcerati: sono quasi tutti antifascisti e attivi sul fronte della Resistenza. La stessa Ginzburg è mandata al confino. Tuttavia l’autrice mai abbandona quel suo scrivere posato, per nulla concitato, anche quando gli eventi alla base lo sono. Le pagine vengono sfogliate e presto si arriva alla fine, il cerchio si chiude e il lettore viene congedato così com’era stato accolto: con una di quelle frasi antiche, ripetute più volte, linfa della famiglia Levi, la loro spina dorsale.

“Ah non cominciamo adesso col Barbison! Quante volte l’ho sentita contare questa storia!”

Natalia Ginzburg, 1916-1991

“Vivevano così, in stretta amicizia, dividendosi il poco che avevano, e senza appoggiarsi a nessun gruppo, senza fare progetti per il futuro, perché non c’era nessun futuro possibile; probabilmente sarebbe scoppiata la guerra, e l’avrebbero vinta gli stupidi; perché gli stupidi, Mario diceva, vincevano sempre.”
― Natalia Ginzburg, Lessico famigliare

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