Cecità

Titolo originale: Ensaio sobre a Cegueira, 1995

Fin dove più giungere la malvagità umana in un mondo di disperati?
E, se la disperazione fosse generata da una pandemia incontrollata che rende chiunque cieco, sarà possibile conservare un briciolo di umanità?
Oppure, l’individuo – per paura e per spirito di sopravvivenza – diventerà ben presto una belva in una società senza regole?

Cecità di José Saramago, scava nella profondità dell’animo umano mettendo a nudo l’aspetto animalesco che dorme dentro ognuno di noi.
E, come in una giungla, la pandemia rende gli esseri umani improvvisamente spietati.
E vulnerabili.
Il prossimo diviene, prima il pericolo dal quale fuggire (per non essere contagiato) e poi il nemico da imprigionare, condannare, isolare.

Cecità è un romanzo duro da leggere, soprattutto oggi nell’emergenza CORONAVIRUS (azzardo: vietato ai minori di diciotto anni).
Perché mostra – senza censura – fin dove può spingersi l’egoismo del singolo.
Egoismo e cattiveria, il Male supremo che si diffonde proprio come in una guerra con una escalation di violenza che spazzerà via, nella spaventata società civile, la cognizione di collettività.
E, alimentati dall’effetto panico, ognuno combatterà solo per salvare sé stesso.

Cecità assume oggi, nel pieno dell’emergenza COVID-19, un forte monito.
Una denuncia da rammentare ogni volta che, una nazione o un singolo individuo, dimentica (per paura o inspiegato panico) i valori che ci rendono umanisolidarietà, comprensione, aiuto reciproco.

Alcune considerazioni sullo stile (davvero particolare) di José Saramago.
In Cecità, i personaggi non hanno un nome.
I protagonisti di questo romanzo sono “il medico cieco”, “la moglie del medico cieco”, “la ragazza dagli occhiali scuri” … credo per meglio evidenziare la visione anonima del mondo di chi, all’improvviso, perde la vista.
Inoltre, l’autore narra gli eventi con frasi molto lunghe prive di punteggiatura.
Anche i (rari) colloqui tra i non vedenti, non sono virgolettati ma inglobati nella frase stessa.

Non ho letto altre opere di José Saramago, dunque non saprei dire se tale stile è, per l’autore, usuale oppure scelto per questo romanzo.
Di fatto, è una tecnica davvero originale che non affatica il Lettore, quasi ai limiti delle buone regole grammaticali.

Dunque, l’Umanità è senza speranza?
Davvero l’essere umano, se afflitto dalla disperazione, smarrisce il raziocinio e diviene una belva primordiale?
Oppure, in tutti i casi – anche nei più disperati – ogni singolo individuo conserva la propria umanità e ha, comunque, una possibilità di scelta?
Cecità propone le sue risposte.

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Titolo originale: Im Westen nichts Neues, 1928

Romanzo autobiografico dello scrittore tedesco Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale racconta la storia di un soldato tedesco durante la Prima Guerra Mondiale.

Il libro parla di un gruppo di giovani tedeschi che grazie (o a causa) della pressante e spesso ingannevole propaganda del governo, vengono convinti ad arruolarsi e a partire per il fronte; ma ben presto capiranno che la guerra non è facile e veloce come gli era stata descritta, anzi, diventerà ben presto una vera e propria carneficina.

Partiti con l’illusoria idea di vivere solo una bella avventura, si ritrovano impreparati ad affrontare la guerra e quasi tutti non faranno ritorno dalle loro famiglie.

Il romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale è ambientato nelle trincee del fronte occidentale; il momento che descrive è quello in cui l’esercito tedesco invade Lussemburgo e Belgio, per poi puntare alle miniere francesi: inizialmente l’invasione tedesca sembra inarrestabile ma poi i francesi prendono forza e resistono, iniziando così una terribile battaglia di logoramento che si risolve con la vittoria degli alleati.

Il protagonista del romanzo si chiama Paul Braumër, un ragazzo giovane come gli altri che si diletta nella scrittura.

Paul riesce a resistere per quasi per tutto il conflitto, uccidendo però un soldato francese dentro una buca dove si era riparato e questa tragica esperienza lo segnerà per tutta la vita.

Nel momento stesso in cui Paul comprenderà che per essere felice deve vivere la sua vita appieno, morirà sul campo di battaglia.

I soldati francesi lo ritroveranno a testa in giù con un sorriso sulle labbra, quasi volesse dimostrare la sua felicità per essere morto in quel modo.

Remarque ci mette di fronte alla inutile e stupida crudeltà della guerra, dandocene, attraverso le righe che ci regala, una incredibile testimonianza.

Tutto è raccontato in prima persona da un giovane che, assieme ad altri compagni di liceo, è stato convinto da un professore esaltato a presentarsi volontario per la guerra appena scoppiata; quello che ci colpisce di più di questo romanzo sono soprattutto le descrizioni delle condizioni di vita e di terrore nelle trincee, così come le sofferenze dei feriti che, con le limitatissime capacità della medicina di allora, il più delle volte morivano sul campo in maniera atroce.

Malgrado sia stato pubblicato quasi novant’anni fa, il romanzo presenta uno stile narrativo sorprendentemente moderno ed attuale.

Remarque ci trascina e grazie alle sue travolgenti descrizioni ci presenta i suoi compagni, ci fa rivivere gli orrori della guerra e lo fa senza usare mezzi termini, con un linguaggio talvolta crudo, in grado di evocare in noi un piccolo assaggio di quella sofferenza che egli stesso ha vissuto in prima persona.

Ogni pagina di questo libro riesce a strapparci via, almeno per un po’, dal mondo reale, trascinandoci in un’epoca passata il cui dolore però non è stato seppellito insieme a quelle migliaia di vittime.

Non siamo più spensierati, ma atrocemente indifferenti. Sapremmo forse vivere, nella dolce terra: ma quale vita? Abbandonati come fanciulli, disillusi come vecchi, siamo rozzi, tristi, superficiali. Io penso che siamo perduti.”

21 LEZIONI PER IL XXI SECOLO

Titolo originale: 21 מחשבות על המאה ה-21
21 lezioni per il ventunesimo secolo è un libro che offre prospettive brillanti e inaspettate, senza la presunzione che ci debba essere un necessario svolgimento o che debba essere l'autore a offrirlo. E questo lascia al lettore la grande opportunità di ragionarci sopra e farsi domande.

Yuval Noah Harari è a mio parere uno dei pensatori più brillanti e a volte più controversi, dell’ultimo decennio. E la sua storia sembra essere scritta per introdurre “il lettore” al nuovo millennio, un tempo fatta da informazioni che corrono veloci.

Sino al 2014 sappiamo poco di questo accademico israeliano. Poi un suo libro sulla storia dell’umanità, Sapiens, scritto in ebraico, viene tradotto in inglese e vende oltre un milione di copie; Ridley Scott vuole farci una serie Tv, Barack Obama si dichiara colpito e ispirato da una prospettiva capace di ricordare quanta straordinari passi abbia fatto la nostra civiltà e quanto tendiamo a darlo per scontato.

Nel successivo libro: “Homo Deus”, Harari volge invece lo sguardo al futuro, tracciando una rotta dalla scoperta del fuoco alla creazione dei cyborg. Ed è un successo planetario.
Infine, chiude il cerchio concentrandosi sul presente e offre al mondo “21 lezioni per il ventunesimo secolo”, un libro che proprio di recente è stato inserito da Bill Gates nella sua personale classifica e suggerimenti di lettura.

Mentre in Italia viene accolto con favore (anche se molti non lo hanno ancora letto), oltre Manica sono numerose le critiche. Dal Times al Guardian, l’opinione comune è che in fondo non si tratti di niente di nuovo (la maggior parte dei saggi sono stati già pubblicati su New York Times, Bloomberg ed altre testate) e che l’autore si sia limitato a una disamina superficiale, soprattutto tenendo conto che è un libro che “pretende” di dare lezioni su un secolo così complesso.

Non sono d’accordo e quando consiglio un libro che possa fare la Grande Differenza, suggerisco comunque di leggere “21 lezioni per il 21° secolo”.

Il guadagno in termini di comprensione del mondo moderno è per chi legge notevole, secondo me.
La struttura in saggi risulta utile e fluida, ottima anche per chi voglia saltare da una parte all’altra, e anche quando sembra che possa mancare qualcosa (Harari non si sbilancia quasi mai nel dare una soluzione agli interrogativi che egli stesso pone), si ha l’opportunità di poter continuare a pensare in modo critico e autonomo.

Harari non si sbilancia quasi mai nel dare una soluzione agli interrogativi che egli stesso pone, ed é l’opportunità di poter continuare a pensare in modo critico e autonomo.

L’approccio con il quale l’autore offre prospettive brillanti e inaspettate, senza la presunzione che ci debba essere un necessario svolgimento o che debba essere lui a offrirlo è onesto e stimolante per il lettore. Harari non ha desiderio né necessità di vendere soluzioni a tutti i costi ai nuovi problemi che ci attanagliano.

Probabilmente perché nemmeno lui ne ha, ma anche perché alcune soluzioni appaiono in filigrana come soluzioni globali, che le autorità dovranno porre in essere.

Altri suggerimenti invece riguardano ciò che può fare il singolo, ma Harari non si pone come maestro quanto piuttosto come osservatore.

Per quanto mi riguarda è comunque già molto che riesca a mettere a fuoco delle istanze e degli scenari che molti politici e governanti non riescono nemmeno ad immaginare, figuriamoci l’uomo della strada assorto nelle sue routine di sopravvivenza giornaliera.

A differenza delle passate rivoluzioni, l’avvento dell’intelligenza artificiale avrà un impatto ancora più drastico sulle nostre esistenze.
Parlando di lavoro, molti di noi, riassume lo scrittore, potrebbero non condividere il destino dei conducenti di carrozze del XIX secolo – che passarono a guidare i taxi – ma bensì quello dei cavalli del XIX secolo, che furono gradualmente espulsi dal mercato del lavoro e quindi perdere significato economico.

Harari non salva da un potenziale futuro gramo nemmeno le professioni ad alto tasso di creatività, come l’arte o la musica, evidenziando come in un prossimo futuro gli algoritmi potrebbero benissimo scovare tendenze e riprodurre “arte personalizzata” e di sicuro successo per ogni individuo.
Anche professioni ad alta responsabilità potranno essere messe in discussione, mentre una speranza maggiore si intravede per chi saprà lavorare con le macchine – cita ad esempio le persone addette al funzionamento di radar e altre apparecchiature. Una sorta di nuovi intermediari culturali tra mondo fisico ed algoritmico. Dei “Medium” moderni.

Una osservazione interessante è anche questa:
“Molti medici si concentrano in modo quasi esclusivo sull’attività di elaborare informazioni: acquisiscono dati medici, li analizzano e forniscono una diagnosi. Al contrario, gli infermieri devono possedere anche una certa forza fisica e intuizione psicologica per eseguire un’iniezione dolorosa, sostituire una medicazione o contenere un paziente violento.”

In questo senso appunto, il futuro sembra appartenere di più a chi padroneggia il mondo materiale rispetto a chi padroneggia l’informazione in senso generale, visto che l’informazione è copiosa, a buon mercato e disponibile a tutti. Tante diagnosi può farla un solo medico, anche a distanza, attraverso l’analisi dei dati, ma servono tanti infermieri e fisioterapisti quanti i malati da muovere ed assistere.

Io ci voglio intravedere un barlume di verità sull’assunto che l’umanità e l’empatia dell’uomo siano ancora superiori agli algoritmi. Spero che sia vero anche quando si tratterà della propria carriera o di condurre un’azienda o lavorare con i fornitori, collaboratori, dipendenti e capi, la gentilezza e la bontà, l’umanità saranno ancora un vantaggio competitivo.

In questo senso mi piace l’idea e la speranza che ne nasce.

Il pericolo è l’irrilevanza

Siamo abituati a parlare di cattive condizioni del lavoro, di scarsa tutela. Abbiamo da poco assistito alle polemiche sui riders e su quanto di dannoso socialmente venga prodotto dalla Gig Economy.

Su un social come LinkedIn, ad esempio, è più facile imbattersi in una persona che lamenta di essere sottopagata e sfruttata, che non in chi festeggia una promozione, ma esiste un problema ancora più grande dello sfruttamento all’orizzonte secondo Harari: “l’irrilevanza”.
Il reddito universale, quello di cittadinanza, i Navigator appena introdotti, l’idea di super tassare i ricchi o addirittura i robot, sono tutte misure, probabilmente necessarie, che tuteleranno l’esistenza del lavoro per le persone. Speriamo bene.

Ma Yuval Noah Harari afferma che prima bisognerebbe tutelare le persone anziché il lavoro.

La minaccia, e non voglio “spoilerare” una parte affascinante del libro, è quella di scomparire socialmente. Il rischio terribile per la gente è quello di passare da individuo sfruttato a individuo inutile e finire quindi nell’irrilevanza.

È l’irrilevanza, il non contare più nulla nel sistema socioeconomico, il vero dramma a cui le persone rischiano di partecipare nel prossimo futuro.

In questo ragionamento ciò che va ricercato da tutti è il “significato” della propria esistenza.
Serve una narrazione della propria vita che dia senso.

Harari spiega che :“Tutte le narrazioni sono incomplete. Per costruire un’identità utile per me stesso e per dare un senso alla mia vita, però, non ho davvero bisogno di una narrazione completa priva di punti oscuri e di contraddizioni. Per dare un senso alla mia vita, basta che una narrazione soddisfi due condizioni solamente: la prima è che deve dare a me un qualche ruolo da ricoprire. La seconda è che, mentre non occorre che una buona storia si estenda all’infinito, essa deve però andare oltre i miei orizzonti. La storia mi fornisce un’identità e dà senso alla mia vita includendomi in qualcosa di più grande di me. (E) La maggior parte delle storie di successo si chiude con un finale aperto.”

Questo è uno dei passaggi a mio avviso più emblematici anche se il discorso sul senso non si completa così. L’autore lo inserisce nel capitolo finale, “Resilienza”.

Suggerisce che il “come andare avanti senza perdere la fede” sia una questione di trovare significato e soprattutto di trovarne uno personale.

Anche la trattazione di questo argomento non è lineare e risolta ma è proprio questa nebulosità a donarle fascino di avventura in divenire a cui partecipare. E io, come lettore in cerca di chiavi interpretative del mondo, ci voglio prendere parte.

D’altro canto, c’è un vantaggio nel trovarmi di fronte a un autore che pone le domande giuste ma non mi fornisce le risposte. Sono sicura che non ha voglia di vendermi corsi di approfondimento.

Unica critica, e sono in compagnia di Bill Gates, è sull’importanza e la predominanza dei dati.
Sono convinta che non basterà avere le informazioni, ma conterà saperle usare nel modo corretto, calandole nel giusto contesto e adeguandosi alle persone di un contesto. 

Infine, propongo la frase che mi ha colpito di più. Cito un breve passaggio che introduce il testo e può servire da bussola per orientarsi.

“In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere. In teoria chiunque può partecipare al dibattito sul futuro dell’umanità, ma è molto difficile mantenere una visione chiara. Spesso non ci accorgiamo neppure che un dibattito è in corso, o quali siano le questioni importanti. Miliardi di noi possono a stento permettersi il lusso di approfondire queste domande, poiché siamo pressati da ben altre urgenze: lavorare, prenderci cura dei figli o assistere i genitori anziani. Purtroppo, la storia non fa sconti. Se il futuro dell’umanità viene deciso in vostra assenza, poiché siete troppo occupati a dar da mangiare e a vestire i vostri figli – voi e loro ne subirete comunque le conseguenze. Certo è parecchio ingiusto; ma chi ha mai detto che la storia sia giusta?”

La nausea

Titolo originale: La nausée, 1938

Jean-Paul Sartre (1905-1980), considerato uno dei maggiori rappresentanti del pensiero esistenzialista, è colui che ha dato una spinta decisiva alla considerazione dell’individuo come essere libero e responsabile delle sue decisioni. Lo scritto che incarna al meglio la prima fase dell’esistenzialismo di Sartre è senza alcun dubbio La Nausea, fase impregnata ancora di quel pessimismo e (spesso) nichilismo tipici di autori a lui antecedenti, come Arthur Schopenhauer e Friedrich Nietzsche.

Con questo “diario filosofico” Sartre compie un passo fondamentale per quel che riguarda il delinearsi del suo pensiero sui temi di maggiore importanza, quali la percezione della realtà, l’esistenza umana e in particolare quel che concerne la coscienza. Premettendo che La Nausea lascia più di una questione irrisolta, l’autore si riserva di definire completamente con il titolo stesso l’atteggiamento dell’uomo nei confronti dell’esistenza, che riguarda i sensi e la consapevolezza di questi, intesi come mezzo per comprendere quanto ciò che ci circonda sia opprimente.

La via per ovviare a questa irreparabile insensatezza del mondo non è che la solitudine, inscindibile dalla libertà e unico antidoto a disposizione dell’uomo per evitare di restare paralizzato nella realtà. L’uomo è solo, pur facendo parte della società, ma gli è concesso (o forse egli vi è condannato) di decidere come agire, così da poter essere libero anche di non essere affatto libero; libertà questa, che però non è sinonimo della volontà di potenza di cui tratta Nietzsche. L’enigma che Sartre costruisce da sé incombe su tutta l’opera e trova la sua massima espressione in una frase situata verso la conclusione del diario, durante la quale vi è una riflessione a proposito dell’esistenza, non più vincolata all’essere umano, ma trattata come concetto universale: «Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione».

Una nascita senza ragione, non dettata dalla logica, non desiderata, che costringe l’uomo fin dal primo respiro a “protrarsi” accompagnato da quella squallida sensazione dolciastra e ammorbante che è la Nausea. Questa condizione psicofisica che “avvelena” l’uomo si riversa in un contesto molto più profondo che spinge l’esistenza umana a diventare addirittura “orrore di esistere”, dal momento che essa viene resa ancor più tragica dalla coscienza e dalla consapevolezza, come se l’uomo stesso accettasse passivamente di apporre una firma per auto-condannarsi a morte. Morte che viene affrontata come il culmine dell’assurdità, come fine di tutto in quanto fine della coscienza, considerata anche un evento dettato da una sfortunata combinazione di coincidenze che ci impedisce di tentare inutilmente di inseguire la nostra irrazionale volontà costringendoci ad annullare ogni progetto.

Sartre rappresenta una sorta di trasgressione, attraverso la quale anche i sentimenti più intensi vengono svalutati perché investiti dalla Nausea senza alcuna manifestazione di disperazione, ma piuttosto trattati con un’apatia tale da consumare anche la più forte delle speranze, condizione non troppo sconcertante, se pensiamo che l’esistenza viene affrontata dall’autore come qualcosa di non necessario. È proprio in questo che risiede il seme della Nausea:

«L’essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente: gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre […]. La contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare…ecco la Nausea».

Il giardino dei Finzi-Contini

Titolo originale: Il giardino dei Finzi-Contini, 1962

Pubblicato nel 1962, Il giardino dei Finzi Contini fa parte di quel grande organismo romanzesco cui Giorgio Bassani lavorò nel corso di quarant’anni, dal ’38 al ’48, e che va sotto il nome de Il romanzo di Ferrara. Si tratta di una macrostruttura, sostenuta da un complesso meccanismo di relazioni e rimandi interni, che raccoglie gran parte dell’opera narrativa dello scrittore: Dentro le mura, Gli occhiali d’oro, Il giardino dei Finzi Contini, Dietro la porta, L’airone, L’odore del fieno, romanzi autonomi ma nello stesso tempo legati intimamente da una visione poetica comune, e da un’ambientazione che diventa anche simbolo di un modo di guardare alla storia: Ferrara, con le sue strade larghe e silenziose; la malinconia sottile e piacevole di un’esistenza sospesa in un’eterna provincia, tra i fasti universitari di Bologna e i poetici languori di Venezia; le nebbie lattiginose, da cui affiorano a tratti sagome scure, fantasmi che solo all’ultimo momento rivelano la loro vera identità di case, alberi, muri. Ennio Flaiano nasce a Pescara nel 1910, ma nel ’40 si trasferisce a Roma dove resterà per tutto il resto della vita. Appena trasferito, pur essendo iscritto alla facoltà di architettura, comincia la sua attività di giornalista, in special modo come critico letterario e cinematografico.

L’io narrante de Il giardino dei Finzi Contini vive immerso in questa atmosfera, e di questa atmosfera vuole restituire il sapore, in un romanzo che nasce e si sviluppa sul lento, assiduo movimento del ricordo. Il prologo esordisce con l’immagine della necropoli etrusca di Cerveteri, meta di una scampagnata del protagonista insieme ad alcuni amici, una domenica d’aprile del 1957. La particolarità del luogo suscita nella compagnia una riflessione sulla morte e il ricordo di chi ci ha lasciato, sempre più labile con il passare degli anni, fino a dissolversi del tutto. «Perché le tombe antiche fanno meno malinconia di quelle più nuove?» chiede Giannina, la più piccola del gruppo, ed è come se da questa domanda scaturisse il flusso narrativo che dà vita all’intero romanzo, una grande “intermittenza del cuore” a recuperare un tempo passato, ma solo per accorgersi che mai, neppure quando era presente, lo si è posseduto veramente. «Io riandavo con la memoria agli anni della mia prima giovinezza, e a Ferrara, e al cimitero ebraico posto in fondo a via Montebello». Non è un caso che sia proprio un cimitero ad aprire la lunga rassegna di ricordi dell’io narrante; le immagini di morte sono ricorrenti nel romanzo, avvolte di un’aura mai lugubre o drammatica, ma dolcemente malinconica. Anche della tragedia umana dei Finzi Contini, illustre famiglia ebraica travolta e distrutta nei campi di sterminio nazisti, il lettore non avverte l’orrore e l’immane peso storico, ma solo il languore elegiaco di un amore perduto.

All’epoca delle leggi razziali, un gruppo di giovani ebrei benestanti di Ferrara si trova escluso dai circoli sportivi, dalle biblioteche e dai luoghi di ritrovo pubblici: è l’occasione che spinge gli alteri Finzi Contini a sciogliere il proverbiale riserbo, mettendo il loro leggendario giardino a disposizione dei giovani, ebrei e non, coetanei dei figli Alberto e Micol. Il giardino diventa così un luogo sospeso, a-storico, dove lo spensierato snobismo dei suoi nobili abitanti sembra voler cancellare con la noncuranza e il disinteresse quanto sta avvenendo oltre le mura secolari che ne delimitano i confini. Il fascino misterioso e antico di questo microcosmo, apparentemente inattaccabile, del tutto bastante a se stesso, attrae irresistibilmente il protagonista, che si innamora di Micol, parte di quel mondo ma, nello stesso tempo, l’unica a saperlo guardare con distacco e con triste ironia, l’unica che, talvolta, provi a scavalcare quelle mura, come faceva fin da ragazzina, eludendo la sorveglianza di portinai e governanti.

Ma questo amore appassionato e struggente non verrà mai vissuto: Micol lo allontana, consapevole che le persone troppo simili non possono amarsi davvero, perché «l’amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce […] da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà do propositi»; e forse (ma è un dubbio, solo un dubbio che l’io narrante non vuole sciogliere, né per se stesso né per i lettori), forse Micol un amore di questo tipo lo ha trovato, in Malnate, giovane frequentatore del giardino, milanese, comunista militante, che guarda alla vita e alla storia con ben altra energia e concretezza che i Finzi Contini. Alla fine del romanzo, la rinuncia del protagonista a Micol corrisponde con la sua entrata nella vita vera, con tutto il suo peso di dolore e responsabilità, con la nuova consapevolezza che il mondo protetto e incantato de Il giardino dei Finzi Contini si reggeva solo su valori appartenenti al passato, che le parole di Micol erano «le solite parole ingannevoli e disperate che soltanto un vero bacio avrebbe potuto impedirle di proferire».

Black lives matter

Quest’oggi, non presenterò e non parlerò dei libri che mi piacciono e che vi consiglio di leggere.

Oggi credo sia necessario, purtroppo direi, parlare di un cancro, di una patologia che affligge l’essere umano, cioè la xenofobia e il razzismo soprattutto. La paura del diverso, di chi non è come noi, o non segue le nostre tradizioni, i nostri culti, le nostre ideologie.

Il vocabolario Treccani spiega così la parola razzismo:

Razzismo s. m. [der. di razza, sull’esempio del fr. racisme]. – Ideologia, teoria e prassi politica e sociale fondata sull’arbitrario presupposto dell’esistenza di razze umane biologicamente e storicamente «superiori», destinate al comando, e di altre «inferiori», destinate alla sottomissione, e intesa, con discriminazioni e persecuzioni contro di queste, e persino con il genocidio, a conservare la «purezza» e ad assicurare il predominio assoluto della pretesa razza superiore: il rnazista, la dottrina e la prassi della superiorità razziale ariana e in partic. germanica, elaborata in funzione prevalentemente antisemita; il rdella Repubblica Sudafricana, basato sulla discriminazione razziale sancita a livello legislativo e istituzionale (v. apartheid); il rstatunitense, riguardo a gruppi etnici di colore, o anche a minoranze diverse dalla maggioranza egemone. Più genericam., complesso di manifestazioni o atteggiamenti di intolleranza originati da profondi e radicati pregiudizî sociali ed espressi attraverso forme di disprezzo ed emarginazione nei confronti di individui o gruppi appartenenti a comunità etniche e culturali diverse, spesso ritenute inferiori: episodî di rcontro gli extracomunitarî.”

I presupposti pseudo-scientifici del razzismo sono stati dimostrati infondati sia attraverso le molte ragioni addotte a far dubitare dell’esistenza di razze pure primarie, sia mediante la dimostrazione che alcuni dei caratteri ritenuti superiori, come il biondismo, sono in realtà acquisiti attraverso il meccanismo della selezione favorita da contingenze ambientali, sia mediante la prova che a parità d’istruzione e di stato socio-economico il quoziente d’intelligenza (Q. I.) dei ragazzi dei diversi gruppi etnici non varia, sia mediante un’ampia gamma d’argomentazioni tratte dalla storia.

Gli Stati Uniti in questi giorni sono scossi dalla più imponente e vasta rivolta sociale della loro storia recente, incendiata dalla presenza di elementi razziali. La brutalità poliziesca contro le minoranze, rappresentata iconicamente dalla morte di George Floyd, ha scatenato le proteste che poi si sono trasformate in saccheggi e scontri con le forze dell’ordine, palesando l’esistenza di un altro grave problema della società americana: la violenza.

Due sono le entità che hanno contribuito in maniera fondamentale ad elevare il carattere degli scontri, rendendoli organizzati in maniera scientifica e consentendone la diffusione capillare sull’intero territorio nazionale: il movimento sociale “Black Lives Matter” (Blm) e il collettivo di sinistra radicale noto come “Antifa“.

Le violenze sono scaturite dalla morte di George Floyd, afroamericano 46enne che il 26 maggio è deceduto a Minneapolis, in pieno giorno, dinanzi gli occhi della folla e delle fotocamere dei loro cellulari, dopo che un agente di polizia gli ha premuto con forza il ginocchio sul collo per più di cinque minuti. Quella morsa si è rivelata fatale: Floyd ha smesso di respirare e le sue ultime parole “I can’t breathe” (let. Non riesco a respirare) hanno suscitato uno sdegno tale da spingere decine di migliaia di persone ad occupare le strade in ogni parte del paese, da Minneapolis a Los Angeles, da Washington D.C. a New York.

Violenti scontri e saccheggi si sono registrati e si registrano nelle più grandi metropoli, la sicurezza fisica della stessa Casa Bianca e dei suoi inquilini è stata minacciata da scontri fra manifestanti e forze dell’ordine nella notte del 31 maggio, e l’imposizione di rigidi coprifuochi e l’entrata in scena della Guardia nazionale sono stati inevitabili.

Il bilancio dei disordini, al primo giugno, è un vero e proprio bollettino di guerra: in 15 Stati è stata richiamata la Guardia Nazionale, per un totale di oltre 5mila truppe per le strade, più di 5mila persone sono state arrestate, in 12 grandi città vige il coprifuoco.

Nel 2013, in seguito all’assoluzione di George Zimmerman, il quale aveva sparato al diciassettenne afroamericano Trayvon Martin il 26 febbraio 2012, uccidendolo, cominciò a comparire su vari social media l’hashtag #BlackLivesMatter, da cui poi ebbe origine l’omonimo movimento. Black Lives Matter ottenne visibilità a livello nazionale grazie alle sue proteste in strada in seguito alla morte di due afroamericani, entrambi uccisi da agenti di polizia, nel 2014: Michael Brown, che portò a numerose rivolte nella città di Ferguson, e Eric Garner, soffocato da un agente a New York. Dalle proteste di Ferguson, i partecipanti del movimento sono scesi in strada per manifestare dopo la morte di numerosi altri afroamericani, uccisi in seguito ad azioni della polizia o durante la custodia in carcere. Durante l’estate del 2015, gli attivisti di Black Lives Matter presero parte pubblicamente alle discussioni sulle elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America del 2016. Le creatrici dell’hashtag e le fondatrici del movimento, Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi, tra il 2014 e il 2016 hanno esteso il loro progetto iniziale a una rete di oltre 30 rami locali. Il movimento di Black Lives Matter, tuttavia, nel suo complesso è un gruppo decentralizzato e non possiede una gerarchia formale.

Ci sono state molte reazioni di vario tipo nei confronti del movimento. L’opinione generale su Black Lives Matter, all’interno della popolazione statunitense, varia in modo significativo tra i diversi gruppi etnici. In risposta al movimento è stata coniata la frase “All Lives Matter” (“tutte le vite contano”, in italiano), ma è stata criticata per ignorare o fraintendere il messaggio che il motto “Black Lives Matter” vuole trasmettere. In seguito all’uccisione di due agenti di polizia a Ferguson, è stato creato l’hashtag #BlueLivesMatter in supporto ai membri delle forze dell’ordine. Alcuni attivisti neri per i diritti civili si sono mostrati in disaccordo con la strategia del movimento opposto.

Black Lives Matter è stato criticato di essere contro la polizia, e alcuni hanno messo in discussione alcune delle statistiche presentate dal movimento. Alcuni tra gli oppositori ritengono che Black Lives Matter dovrebbe concentrarsi di più sulla violenza intra-razziale, o che inizialmente non si sia concentrato abbastanza sulla sorte delle donne nere. L’ex-sindaco di New York Rudolph Giuliani, nel frattempo, ha accusato BLM di razzismo.

“Il razzismo è una malattia. È un cattivo funzionamento della mente che compromette le relazioni umane, è una malattia psichicamente contagiosa conseguente al fatto che una mente predisposta viene infettata da idee false, patologiche, che producono ostilità verso altri gruppi e verso i loro membri.“

-Ashley Montagu antropologo e saggista inglese 1905 – 1999

La misura del tempo

Titolo originale: La misura del tempo, 2019

<<Se non fosse colpevole di quell’omicidio, e non riesco a immaginare come sia possibile, sarebbe un tale concorso di circostanze sfortunate da mettere i brividi.>>

Tanti anni prima Lorenza era una ragazza bella e insopportabile, dal fascino abbagliante. La donna che un pomeriggio di fine inverno Guido Guerrieri si trova di fronte nello studio non le assomiglia. Non ha nulla della lucentezza di allora, è diventata una donna opaca. Gli anni hanno infierito su di lei e, come se non bastasse, il figlio Iacopo è in carcere per omicidio volontario. Iacopo, cresciuto senza padre, ha precedenti per spaccio e rapina e il giorno in cui Cosimo Gaglione è stato ucciso era andato a trovare la vittima con cui aveva avuto un alterco telefonico. Tutto sembra giocare a suo sfavore, ma Guerrieri, con l’aiuto dei suoi collaboratori, comincia a smontare le prove e a segnalare i difetti delle indagini fatte. Un libro sulla difficoltà di giudicare, in tribunale ma anche nella vita quotidiana e un libro sui conti che restano da chiudere con il proprio passato. Guido è tutt’altro che convinto, ma accetta lo stesso il caso; forse anche per rendere un malinconico omaggio ai fantasmi, ai privilegi perduti della giovinezza. Comincia così, quasi controvoglia una sfida processuale ricca di colpi di scena, un appassionante viaggio nei meandri della giustizia, insidiosi e a volte letali.

In La misura del tempo (Einaudi) torna l’avvocato penalista Guido Guerrieri, già protagonista di sei romanzi di Gianrico Carofiglio. Continua a vivere da solo, a parlare con il suo vecchio sacco da pugilato, a infarcire i suoi discorsi di citazioni letterarie, ad amare il buon cibo e il buon vino, a coltivare amicizie e idiosincrasie.

Un giurista deve – sottolineo deve – dedicare una cospicua parte del proprio tempo a cose che con il diritto, all’apparenza, non c’entrano nulla: leggere buoni romanzi, vedere buon cinema, anche buona televisione. Insomma nutrirsi di buone storie.

Gianrico Carofiglio è nato a Bari il 30 maggio 1961. Ex magistrato ed ex senatore, ha scritto racconti, romanzi, saggi. Ha esordito per Sellerio con il romanzo Testimone inconsapevole. Per Einaudi ha scritto il racconto La doppia vita di Natalia Blum raccolto nell’antologia Crimini italiani (2008), Cocaina, con Massimo Carlotto e Giancarlo De Cataldo (2013), Una mutevole verità (2014), La regola dell’equilibrio (2014), Passeggeri notturni (2016), L’estate fredda (2016), Le tre del mattino (2017), La versione di Fenoglio (2019) e La misura del tempo (2019).

L’aiuto

Titolo originale: The Help, 2009

“L’aiuto” (“The Help”) è un romanzo del 2009 scritto da Kathryn Stockett, pubblicato in Italia da Arnoldo Mondadori Editore, incentrato sulla figura di alcune domestiche afroamericane che lavorano per famiglie bianche a Jackson (Mississippi), durante gli anni sessanta; il periodo delle rivendicazioni dei diritti dei neri e i discorsi di Martin Luther King.

L’aiuto è il primo romanzo della Stockett, la cui stesura ha richiesto ben cinque anni. Inizialmente rifiutato da numerosi agenti letterari, il romanzo è stato pubblicato nel 2009 in 35 paesi, diventato ben presto un best seller.

Il romanzo è raccontato dal punto di vista di tre narratrici: Aibileen Clark, una domestica afroamericana di mezza età che ha trascorso la sua vita educando i figli dei bianchi e che ha da poco perso il suo unico figlio in un incidente sul lavoro; Minny Jackson, una domestica afroamericana il cui caratteraccio l’ha portata più volte ad essere licenziata dai suoi datori di lavoro, nonostante il bisogno costante di denaro per mantenere la sua numerosa famiglia; ed infine Eugenia Phelan, detta “Skeeter”, una giovane ragazza bianca neolaureata con aspirazioni da scrittrice.

Dopo la distribuzione in Italia dell’adattamento cinematografico, il romanzo è stato ripubblicato da Arnoldo Mondadori Editore ad inizio 2012 con il titolo originale The Help.

È l’estate del 1962 quando Eugenia “Skeeter” Phelan torna a vivere in famiglia a Jackson, in Mississippi, dopo aver frequentato l’università lontano da casa. Skeeter è molto diversa dalle sue amiche di un tempo, già sposate e perfettamente inserite in un modello di vita borghese, e sogna in segreto di diventare scrittrice. Aibileen è una domestica di colore. Saggia e materna, ha allevato amorevolmente uno dopo l’altro diciassette bambini bianchi, facendo le veci delle loro madri spesso assenti. Ma il destino è stato crudele con lei, portandole via il suo unico figlio. Minny è la sua migliore amica. Bassa, grassa, con un marito violento e una piccola tribù di figli, è con ogni probabilità la donna più sfacciata e insolente di tutto il Mississippi. Cuoca straordinaria, non sa però tenere a freno la lingua e viene licenziata di continuo. Sono gli anni in cui Bob Dylan inizia a testimoniare con le sue canzoni la protesta nascente, e il colore della pelle è ancora un ostacolo insormontabile. Nonostante ciò, Skeeter, Aibileen e Minny si ritrovano a lavorare segretamente a un progetto comune che le esporrà a gravi rischi. Il profondo Sud degli Stati Uniti fa da cornice a questa opera prima che ruota intorno ai sentimenti, all’amicizia e alla forza che può scaturire dal sostegno reciproco. Kathryn Stockett racconta personaggi a tutto tondo che fanno ridere, pensare e commuovere con la loro intelligenza, il loro coraggio e la loro capacità di uscire dagli schemi alla ricerca di un mondo migliore.

In questi giorni il problema del razzismo si sta ripresentando più forte che mai negli Stati Uniti.

Bianchi contro neri e neri contro bianchi. Cinquanta anni fa, gli Stati Uniti erano la culla della segregazione razziale. I “colored” avevano posti riservati sui bus, bagni separati dai bianchi e scuole per conto proprio. Ci furono leader carismatici (Martin Luther King, Malcolm X), manifestazioni di massa, forme di disobbedienza civile portate avanti dalla popolazione afroamericana. Fu il successo di queste (pagato al prezzo altissimo di repressioni, pestaggi e di violenze subite dai neri) a chiudere il capitolo della segregazione razziale. E quindi della disparità. “Tutti gli uomini sono stati creati uguali”, recita la Dichiarazione d’Indipendenza Americana. Però si è dovuto attendere la pronuncia della Suprema Corte (e arriviamo al 1968) per stabilire che posti sui bus, bagni, scuole e locali per soli neri non dovessero esistere più.

«E da allora fino ai nostri giorni – ci spiega Umberto Mucci, fondatore di “Wetheitalians”, portale web e associazione che racconta i legami fra Italia e Usa – si è sempre vissuto in una sorta di equilibrio precario. Significa che fra afroamericani e bianchi c’erano sì delle tensioni, ma erano controllate. I pregiudizi da ambo le parti sono sempre esistiti. Serviva tempo. Decenni. 330 milioni di cittadini americani dovevano maturare da soli l’idea che gli Usa fossero un conglomerato di tante culture, lingue, razze diverse: una casa del mondo in convivenza pacifica. Poi c’è stata la svolta storica dell’elezione di Obama a presidente degli Stati Uniti: è stata una cosa eccezionale perché questa nazione ha detto al mondo ‘noi americani siamo pronti a rivoluzionare il problema razziale e a chiuderlo per sempre’. E’ stato un ciclone, in quell’equilibrio precario. Ma le risposte che ha dato il presidente e la sua amministrazione non sono state sufficienti».

Il barone rampante

Titolo originale: Il barone rampante, 1957

Seconda tranche della trilogia I nostri antenati scritta nel 1957. Il racconto attraversa tutta l’esistenza del barone Cosimo Piovasco di Rondò, primogenito di una famiglia nobile «momentaneamente» decaduta. Il fatto principale è rappresentato da un futile litigio avvenuto il 15 giugno 1767 nella tenuta di Ombrosa, immaginario paesino della riviera Ligure, tra Cosimo adolescente e suo padre, dopo il quale Cosimo salirà sugli alberi del giardino di casa per non scenderne mai più.

Le pagine de Il barone rampante sono riportate con gli occhi del fratello minore, Biagio. Dopo il litigio, la vita del protagonista si svolgerà sempre sugli alberi, prima del giardino di famiglia e, in seguito, nei boschi del circondario, inframezzati da parentesi in terre lontane seppur collegate per «via vegetale» alla tenuta del barone (in Francia). Durante questi viaggi Cosimo conoscerà degli esiliati spagnoli e si innamorerà di Ursula che però, terminato l’esilio, ritornerà in Spagna mettendo fine alla loro storia.

Cosimo è forte, testardo, introverso e scontroso ma onesto e dotato di forza di volontà, fatto che gli consente di non venire mai meno ai propri ideali. Mantiene una normale vita di relazione, prosegue gli studi, impara a cacciare, consolida amicizie e segue la vita di famiglia. Ciò contribuisce sensibilmente a renderlo strano ma anche affascinante agli occhi della società.

La sua fama si diffonde con rapidità e toni impensabili per l’epoca d’ambientazione del racconto. Se all’inizio Cosimo diviene famoso come fenomeno da baraccone e la sua famiglia quasi se ne vergogna, in seguito interagisce anche con personaggi come Diderot, Rousseau, Napoleone e lo Zar di Russia, stratagemma che Calvino usa probabilmente per conferire dignità e importanza a un personaggio in parte autobiografico. Cosimo scrive anche un Progetto di Costituzione di uno Stato ideale fondato sugli alberi, opera che contribuisce alla fama e al rispetto di cui sopra.

Il ritorno di Viola, suo primo amore, fa esplodere un sentimento reciproco in realtà sempre esistito, che si concluderà drammaticamente per una serie di equivoci e cose non dette. La morte di Cosimo non viene descritta, vecchio e stanco, un giorno si aggrappa a una mongolfiera di passaggio scomparendo nel nulla. I personaggi più importanti che lo affiancano, oltre ai componenti della famiglia, sono: Viola d’Ondariva, bellissima smorfiosetta che si “impossessa” del suo cuore fin dalla più tenera età, il cane Ottimo Massimo, bastardino ricordo di Viola e inseparabile compagno di caccia, il brigante Gian dei Brughi che Cosimo inizia ai piaceri della lettura, l’abate tutore Fauchelafleur e il Cavalier Avvocato.

Esistono sicuramente dei paralleli con Il visconte dimezzato: la leggerezza del linguaggio, lo sguardo ironico che impedisce anche ai momenti drammatici di gettare un’ombra triste sull’opera, l’ambiguità dei personaggi, siano essi protagonisti principali o comparse relegate a ruoli di secondo piano, che Calvino mette in luce: il barone Cosimo, nobile che vive sugli alberi come un selvaggio, la nobile Viola che alimenta il suo rapporto amoroso ingelosendo l’amato e non preoccupandosi della reputazione che ne deriva presso le corti europee, i suoi due spasimanti, valorosi e coraggiosi guerrieri, ma zuccherosi e ridicoli come pretendenti.

Particolarmente importante anche ne Il barone rampante la visione dell’autore che si conferma poco incline a giudizi e opinioni ottusi e assoluti. Il comportamento stesso di Cosimo si rifà a un’idea di rifiuto delle regole preconcette e di accettazione delle diversità. Ancora una volta Calvino si dimostra precursore, illuminato ed estremamente attuale, soprattutto riguardo a tematiche più ampie come la paura e l’avversione per ciò che si discosta dalla cosiddetta “normalità”.

Credo che il Barone rampante sia un libro alla maniera dei racconti filosofici del settecento, ma anche un esempio di narrativa moderno, pieno di spunti, uno di quei saggi sulla scrittura, sull’arte della riflessione, della comunicazione. Un invito al rispetto delle diversità, andando al di là delle apparenze e delle contingenze. Anche dal punto di vista narrativo è un esempio di maestria. Il narratore sa far risalire l’entusiasmo del lettore quando avverte che l’attenzione sta calando: è come se continuamente lettore e narratore interagissero, e così Calvino inventa storie diverse e le posiziona al punto giusto nel mezzo del romanzo. Mentre noi leggiamo la sua opera lui legge nella nostra mente, qualche volta compiacendo la nostra immaginazione qualche volta raggirandola per sorprenderci.

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