Steve Jobs non abita più qui

Steve Jobs non abita più qui, Michele Masneri, prima pubblicazione 30 luglio 2020, Adelphi Editore

Steve Jobs non abita più qui è un libro particolare, che può trovare posto senza rischio di errore nello scaffale dei libri di viaggio, in quello delle cronache letterarie o in quello delle (più belle) storie del costume. Masneri è partito per la California, e in particolare San Francisco e la Silicon Valley, e nel suo lungo soggiorno ha provato a conoscere e comprendere le inclinazioni, i vizi e le virtù di uno dei luoghi più avanzati al mondo, sia dal punto di vista culturale che tecnologico, regno delle più grandi e influenti aziende del pianeta, da Google a Facebook, ma anche patria prima della libertà dei diritti. Le descrizioni di Masneri sono sempre precise nel mostrare le incongruenze del paese e dei suoi abitanti: sfilano tra le pagine innumerevoli ritratti, dalle miniature di una nuova classe sociale ben precisa, quella degli «startuppari» sempre in cerca di miglioramenti per le loro aziende e del loro primo milione, ma che intanto abitano a San Francisco in pochissimi metri quadrati, alle rappresentazioni ariose e suggestive di grandi personaggi americani.

A quest’ultimo gruppo appartengono le pagine dedicate per esempio al capo di Facebook, Whatsapp, Instagram ecc., Mark Zuckerberg e alla fatica con cui, anche lui, è riuscito a comprare quattro villette a San Francisco e a unirle con grandi lavori edilizi che hanno disturbato non poco il vicinato, o allo scrittore Jonathan Franzen, che vive a Santa Cruz e «davvero non si capisce cosa ci faccia quassù, tra centri di abbronzatura e dentisti e massaggiatori e la nebbia sinistra della sera»: con chi parlerà il massimo scrittore americano («I maligni sostengono che da quando si è trasferito qui, con l’ossessione del bird-watching, non ha più niente da dire e si è un po’ rimbecillito»)? Ma in Steve Jobs non abita più qui si trovano anche descrizioni della comunità Lgbt di San Francisco e del movimento Me too, programmatori Google da qualche centinaia di migliaia di dollari l’anno che vivono alla stregua di homeless per non fare i pendolari ed essere più vicini alla sede, il controverso sistema universitario americano, la vita impossibile di Ceo di grandi aziende, il dramma della casa anche per chi è relativamente benestante, con una certa abbondanza di esistenze in disperata ricerca del successo.

Masneri con questo libro riesce a tratteggiare con grande chiarezza, e attraverso un linguaggio variegato che gioca con il vocabolario italiano e con i tic linguistici inglesi, i prodromi del futuro mondiale che prende forma in California, nei garage di smanettoni (oggi molti di quelli che hanno costruito pezzi del nostro presente sono musei) o nelle grandi aziende digital tech che corteggiano accademici con stipendi da capogiro, non mancando mai di mettere in luce le contraddizioni di un sistema che pare sempre al limite ma che, in realtà, non si fermerà mai («murales e nuovissimi ristoranti almeno vegani, e accanto la via ancora infrequentabile, col morto ammazzato e il proiettile vagante» scrive Masneri di Misiòn, San Francisco).

«Quel paese è così interessante, in ogni momento provocherà continuamente emozioni fortissime, dall’irrefrenabile entusiasmo alla disperazione che si finisce per provare ad ogni passo» 

Le sette morti di Evelyn Hardcastle

Titolo originale
The seven deaths of Evelyn Hardcastle, ed. originale 2018
, Neri Pozza Editore ed.2019, Collana: I Narratori delle Tavole

Durante la festa a casa Hardcastle sarà commesso un omicidio, che però non sembrerà tale. Aiden Bishop ha otto possibilità per risolvere l’enigma, rivivendo lo stesso giorno otto volte, ogni volta in un corpo diverso, rivedendo la giornata attraverso gli occhi delle otto diverse incarnazioni.

Il debutto letterario dell’inglese Stuart Turton, “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” (Neri Pozza), è stato acclamato dalla critica e dai lettori per la sua grande originalità: un romanzo dove ambienti, personaggi e situazioni tipiche della classica “mystery story” si fondono con elementi più “moderni”, come il viaggio nel tempo e vengono rielaborati dando vita a qualcosa di completamente nuovo.

Fin dalle prime pagine il lettore può cercare di orientarsi in una trama priva di precisi riferimenti temporali e spaziali, grazie ad una mappa dei luoghi del romanzo: sale, salotti, gallerie, solarium, camere da letto, scuderie, casette del portinaio e del giardiniere, cottage e laghetto con annessa rimessa per barche.

Blackheath House è una maestosa residenza di campagna cinta da migliaia di acri di foresta, una tenuta enorme che, nelle sue sale dagli stucchi sbrecciati dal tempo, è pronta ad accogliere gli invitati al ballo in maschera indetto da Lord Peter e Lady Helena Hardcastle. Gli ospiti sono membri dell’alta società, ufficiali, banchieri, medici ai quali è ben nota la tenuta degli Hardcastle. Diciannove anni prima erano tutti presenti al ricevimento in cui un tragico evento – la morte del giovane Thomas Hardcastle – ha segnato la storia della famiglia e della loro residenza, condannando entrambe a un inesorabile declino. Ora sono accorsi attratti dalla singolare circostanza di ritrovarsi di nuovo insieme, dalle sorprese promesse da Lord Peter per la serata, dai costumi bizzarri da indossare, dai fuochi d’artificio.
Alle undici della sera, tuttavia, la morte torna a gettare i suoi dadi a Blackheath House. Nell’attimo in cui esplodono nell’aria i preannunciati fuochi d’artificio, Evelyn, la giovane e bella figlia di Lord Peter e Lady Helena, scivola lentamente nell’acqua del laghetto che orna il giardino antistante la casa. Morta, per un colpo di pistola al ventre.
Un tragico decesso che non pone fine alle crudeli sorprese della festa. L’invito al ballo si rivela un gioco spietato, una trappola inaspettata per i convenuti a Blackheath House e per uno di loro in particolare: Aiden Bishop. Evelyn Hardcastle non morirà, infatti, una volta sola. Finché Aiden non risolverà il mistero della sua morte, la scena della caduta nell’acqua si ripeterà, incessantemente, giorno dopo giorno. E ogni volta si concluderà con il fatidico colpo di pistola.
La sola via per porre fine a questo tragico gioco è identificare l’assassino. Ma, al sorgere di ogni nuovo giorno, Aiden si sveglia nel corpo di un ospite differente. E qualcuno è determinato a impedirgli di fuggire da Blackheath House…

Questo romanzo, dove è sempre valida la regola che “niente è come sembra”, proprio per lo stratagemma del ciclo temporale che si ripete più volte, ma con personaggi diversi, rientra solo in parte nei confini del tradizionale romanzo giallo, per diventare invece una stimolante ed inedita sfida contro il tempo e con se stessi.


Accolto dall’entusiasmo della critica al suo apparire, vincitore del Costa First Novel Award, Le sette morti di Evelyn Hardcastle è, come ha scritto il Financial Times, «qualcosa in cui il lettore non si è mai imbattuto fino ad ora», un romanzo geniale in cui Agatha Christie incontra Black Mirror.

Una vita degna di essere vissuta

Una vita degna di essere vissuta, di Marsha Linehan, Editore Raffaello Cortina Editore, Anno di Pubblicazione Gennaio 2021

«Un memoir coraggioso, sostenuto dalla passione per la terapia e per la verifica scientifica della sua efficacia»

– Vittorio Lingiardi, Robinson

Una vita degna di essere vissuta non parla soltanto del disturbo borderline di personalità.

Da paziente psichiatrica ritenuta incurabile a psicologa di fama mondiale: Marsha M. Linehan, la donna che ha ideato la più efficace forma di terapia psicologica utilizzata oggi, racconta la sua storia.

Il 28 gennaio è stata la data di uscita de Una vita degna di essere vissuta, un libro che andrebbe considerato come un importante pezzo del puzzle che stiamo cercando di comporre per sottolineare la necessità, sempre più urgente, di istituire un dialogo il più chiaro, aperto e articolato possibile sulle malattie mentali e sulle loro possibili cure.

A firmarlo è Marsha M. Linehan, la psicologa di fama mondiale che ha sviluppato la DBT (Dialectical Behavior Therapy), conosciuta in Italia come la terapia cognitivo comportamentale, la più moderna, efficace e scientificamente supportata forma di terapia psicologica ad oggi disponibile per la cura di una malattia mentale molto diffusa, soprattutto tra le donne, il disturbo borderline di personalità.

Pratiche di autolesionismo, ideazioni suicide, disordini sessuali e abuso di sostanze sono tra i sintomi di questo disturbo, caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e da una marcata impulsività e difficoltà ad organizzare in modo coerente i propri pensieri. Pur essendo dotate di molte risorse personali e sociali, le tante persone che ne soffrono – tra i disturbi di personalità il disturbo borderline è quello che giunge più comunemente all’osservazione clinica – realizzano con grandissime difficoltà i propri obiettivi, se mai riescono a farlo.

A rendere questo libro estremamente prezioso è il fatto che Linhean stessa racconta di essere stata uno di quei casi. Da adolescente venne rinchiusa in un istituto psichiatrico dove venne trattata nel modo sbagliato e dimessa dopo più di due anni in quanto considerata senza speranza di guarigione (per l’esattezza, “la paziente più incurabile mai ospitata nella struttura”). La donna che ha cambiato la storia della psicoterapia era un’adolescente che quando veniva chiusa in una stanza priva di ogni possibile oggetto contundente, così che evitasse di farsi del male, saliva su una sedia e si lanciava con tutta la sua energia sul pavimento, nel disperato tentativo di stordirsi e, con un po’ di fortuna, uccidersi.

Marsha Linhean non è una scrittrice: è una scienziata, una ricercatrice clinica. Ed è proprio la totale assenza di aspirazione letteraria a rendere questo libro così utile e limpido. L’abuso di una certa retorica, normalmente fastidiosissima – è la stessa Linhean a definire la sua malattia come una “discesa all’inferno” – risulta qui più che sopportabile. Dopo aver salvato le vite di centinaia di migliaia di persone con la straordinaria terapia di sua invenzione, Linhean può permettersi di usare tutte le metafore trite e ritrite che vuole. Anche perché mentre lo fa, mentre racconta con grande onesta e semplicità la sua storia di vita – e cioè la storia di un’adolescente che dopo aver cercato in tutti i modi di autodistruggersi si trasforma nella professionista che avrebbe potuto salvarla – condivide con noi un processo estremamente affascinante: la nascita e lo sviluppo di una nuova, rivoluzionaria terapia che, ovviamente, data la sua modernità, dovrà farsi strada con una certa aggressività (o meglio, assertività, per rubare un termine chiave della DBT). Ci vorranno quasi due decenni perché, negli anni Ottanta, lo sviluppo della Dialectical Behavior Therapy prenda una svolta finalmente decisiva, e l’approccio terapeutico che combina l’accettazione di sé e la capacità di innescare un cambiamento diventi finalmente il trattamento d’elezione per il disturbo borderline di personalità.

Il segreto è che leggendo la storia di come la DBT è nata e cresciuta, la si impara (o la si ripassa), almeno nei suoi rudimenti: in quanto mix geniale di mindfulness, Zen ed esercizi pratici, immediatamente utilizzabili – perché agisce sul comportamento, invece che sul pensiero – la DBT è utile anche alla persona più mentalmente sana del mondo, semplicemente perché insegna dei “trucchetti” per gestire qualsiasi tipo di emozione che provoca dolore – dalle grandi sofferenze ai piccoli disagi con cui tutti, prima o poi, ci dobbiamo scontrare.

Com’è facile immaginare, Una vita degna di essere vissuta è anche la storia di una donna che si è fatta strada in un ambiente esclusivamente maschile, ed è un libro estremamente femminista senza mai cercare di esserlo. Ma la sorpresa più sconcertante è che è anche una grande storia di spiritualità. Figlia di una famiglia numerosissima e religiosissima, nel corso della sua brillante carriera scientifica Marsha Linehan è rimasta una donna profondamente credente, tanto che la decisione di sviluppare la DBT è il frutto di una promessa fatta a dio da giovanissima. Durante i primi anni di università prende i voti come suora laica, anche se poi l’amore renderà molto difficile rispettarli. Il dio di Linehan non ascolta e non risponde: con lui non si parla, ma si trascorre del tempo in silenzio, semplicemente stando insieme. La descrizione di questa strana forma di preghiera, molto vicina alla meditazione, fa uno strano effetto in compagnia del rigore scientifico che Linhean si ostina a perseguire fin dall’inizio della sua carriera in una disciplina che ha sempre fatto a meno delle prove inconfutabili. E poi i difficili rapporti con i genitori, la disperazione emotiva, i traguardi scientifici e accademici, la difficoltà a relazionarsi con i colleghi, le amicizie salvifiche, le tragiche vicende amorose, la scelta di diventare madre: una vita degna di essere vissuta, soprattutto perché spesa a far sì che anche quelle degli altri possano esserlo.

Hunger Games – Ballata dell’usignolo e del serpente

Titolo originale: The Ballad of Songbirds and Snakes, anno di pubblicazione 2020

“Da ciò, appare chiaramente che quando gli uomini vivono senza un potere comune che li tenga tutti in soggezione, essi si trovano in quella condizione chiamata guerra: guerra che è quella di ogni uomo contro ogni altro uomo.

Thomas Hobbes, Leviatano, 1651

Le vicende della Ballata dell’usignolo e del serpente si svolgono esattamente 64 anni prima gli eventi del primo Hunger Games. Il giorno della mietitura dei decimi Hunger Games Coriolanus Snow è un diciottenne che cerca in tutti i modi di risollevare il nome degli Snow, caduti in povertà in seguito alla guerra. L’unica possibilità di riportare il cognome all’antico splendore risiede nella capacità del ragazzo di essere il mentore più affascinante, più persuasivo e più astuto per condurre così il suo tributo alla vittoria. In questo modo infatti vincerebbe la borsa di studio per l’Università. Tuttavia tutto è contro di lui: non solo gli è stato assegnato il distretto più debole, il 12, ma gli è toccata la femmina della coppia di tributi. Da questo momento in avanti ogni scelta di Coriolanus influenzerà inevitabilmente i possibili successi o insuccessi della ragazza. Dentro l’arena avrà luogo un duello all’ultimo sangue, ma fuori dall’arena Coriolanus inizierà a provare qualcosa per il suo tributo e sarà costretto a scegliere tra la necessità di seguire le regole e il desiderio di sopravvivere.

Se le prime due parti del romanzo sono strettamente legate allo svolgimento dei giochi, nella terza parte ci troviamo di fronte alla vera e propria evoluzione di Coriolanus. Nelle due parti agisce con lo scopo di far vincere il suo tributo tramite strategie, talvolta discutibili, così da poter risollevare il nome degli Snow. Nell’ultima parte invece lo troviamo di fronte a una vera e propria scelta di vita, in cui gli Hunger Games non sono più importanti. Tale decisione in ogni caso segnerà un punto di non ritorno e deciderà le sorti del personaggio.

Si sa, quando un autore torna a mettere mano a una saga dopo molto tempo, il rischio di fallire è alto. In questo caso era incalcolabile, viste le aspettative stellari. Molti lettori e molti blogger erano scettici in merito a questa uscita. Ma… la Collins ha spaccato alla grande!

Questo prequel, non solo è scritto in maniera impeccabile, ma è semplicemente geniale. Non voglio fare spoiler, ma per portare i lettori a empatizzare con un personaggio come Coriolanus, be’… ci vogliono fegato, audacia e una grande abilità. E la carissima Suzanne Collins queste caratteristiche le ha tutte. Oh, sì che le ha!

I leoni di Sicilia

I leoni di Sicilia, pubblicato nel maggio 2019, Editore Nord, Collana Narrativa Nord

Di ccà c’è ‘a morti, di ddà c’è a sorti.

<<Da una parte c’è la morte, dall’altra il destino.>>

PROVERBIO SICILIANO

Attraverso le pagine di questo bellissimo libro, si delinea la storia dell’ascesa sociale della famiglia Florio, dettata da profonda ambizione, che li ha portati a sperimentare nuove attività commerciali in ogni campo, diventando una delle famiglie più potenti della Sicilia tra il XIX e il XX secolo. La loro ricchezza, ottenuta a prezzo di enormi sacrifici e rinunce, per sfuggire alla miseria, ha un carattere di amarezza e rimpianto ed è strettamente legata alla loro difficile situazione familiare. Il dolore che accomuna Ignazio e sua cognata Giuseppina affonda le radici in una profonda solitudine, soprattutto dopo la morte dei propri genitori con cui avevano un rapporto molto stretto. Il senso di famiglia si frantumerà anche quando Paolo, spinto dal desiderio di migliorare la propria condizione,  decide di iniziare il commercio di spezie a Palermo. Ignazio segue il fratello Paolo in quest’avventura, ma per lui è fondamentale il valore della famiglia oltre al desiderio di ricchezza e quindi decide di portare con sé l’anello della madre, per non recidere quel legame così importante.

Il trasferimento da Bagnara Calabra a Palermo provoca in Giuseppina una profonda tristezza, a causa della perdita delle sue radici : rimarrà il luogo della memoria dove sono confinati i sogni e i desideri persi per sempre. A Palermo abiterà in una casa fatiscente a cui non era abituata, ma non reagisce perché sa che le donne devono accettare la volontà dei mariti: nei confronti di suo marito Paolo prova un senso di rimpianto, tenerezza e paura e non riesce a perdonarsi la sua mancanza di amore verso di lui. Le minacce, i soprusi e le offese che i due fratelli Florio devono sopportare perché sono considerati “bagnaroti e facchini” e non sono accettati dagli altri commercianti non ferma la loro determinazione: ”Siamo venuti qui e ci resteremo”. All’inizio i Florio che “non hanno paura di niente e di nessuno” fanno credito ai clienti per cercare di farsi strada: il commercio di spezie li arricchisce, tuttavia li espone a maldicenza e cattiverie. A quel tempo Palermo si trovava al centro del commercio del Mediterraneo e traboccava di commercianti di spezie e di marinai e il ruolo sempre più importante che i Florio rivestivano, creava contrasti e invidie anche all’interno della stessa famiglia: infatti Paolo è costretto a interrompere la collaborazione con il cognato perché egli vende il carico ad altri ed egli considera ciò come un tradimento. I nobili palermitani erano attaccati ai propri privilegi, contraevano molti debiti per mostrare una ricchezza che non avevano, il loro unico scopo era l’apparenza. I Florio li consideravano privi di dignità, perché, pur non considerandoli alla loro altezza, chiedevano prestiti. Una vera svolta si ha con la creazione di un’aromateria, una novità nel panorama commerciale dell’epoca e i Florio divengono ottimi fornitori in una Palermo ormai libera dal potere di Napoleone.

Il profondo legame che Ignazio prova nei confronti della sua famiglia si esplica nel celare a se stesso e agli altri il turbamento d’amore nei confronti della cognata, simile alla “dolcezza delle sere d’inverno” e anche nel tentativo di non distruggere il rapporto con sua sorella, nonostante il rifiuto di Paolo a concederle il perdono. Alla morte di Paolo, Ignazio si sentirà responsabile e si prenderà sempre cura del nipote che considererà “figlio non di carne ma di anima”. Rappresenterà una guida per lui e gli insegnerà a stare a contatto con i clienti per imparare la disciplina e il rispetto del lavoro altrui, ma anche a comprendere le esigenze di ognuno. Il trasferimento in un nuovo negozio, una drogheria più elegante, e la sperimentazione di una macchina per frantumare il cortice da cui si produce il chinino, utilizzato per la cura della malaria li fa diventare molto ricchi, ma suscita molta invidia: profonda è la rabbia di Vincenzo per il mancato riconoscimento sociale che lo porta ad aggredire chi gli manca di rispetto. Vincenzo è diverso da suo padre e il suo cuore è pervaso da orgoglio e da una profonda inquietudine, una “voglia oscura di mari e cieli aperti”. Ignazio che “cresceva la rabbia in sé come una figlia” ma non reagisce alle offese, serbando il dolore nella sua anima, gli insegna che ”i fatti devono parlare per te non i pugni”. Vincenzo che era  “creatura di vento” e si era trasformato in uomo di terra e denaro, intraprende relazioni commerciali con l’America. Palermo era per lui come una donna, schiava e padrona, che accoglie e rifiuta, ma egli si rende conto che se non si provava a fare qualcosa di nuovo, nulla sarebbe potuto cambiare. I Florio intraprendono molte attività, sempre più innovative che vanno dalla vendita di zolfo, all’acquisto di un terreno accanto al mare dove installerà una cantina per produrre il Marsala, puntando sull’alta qualità del vino, trasmettendo la sua passione agli operai e facendo loro capire che “lavorare in questa cantina era un onore e dovevano saperlo”. Il desiderio di riscatto sociale di Vincenzo si realizzerà, tuttavia egli proverà per tutta la vita rancore e amarezza, unita al senso di umiliazione, nonostante l’enorme ricchezza accumulata, perché “contava la nobiltà” ed egli non lo era, nonostante i soldi e la cultura. Sognava che suo figlio Ignazio potesse conquistarsi un ruolo importante nella società siciliana del tempo: ”Tu puoi arrivare dove io non sono mai arrivato” sono le parole che egli gli rivolge, insegnandogli a non fidarsi di nessuno e prendersi tutto. Ignazio ha dovuto seguire la strada tracciata dal padre e sente che “la sua vita non gli appartiene” e continuerà a cercarla, mentre suo padre Vincenzo, addolorato per la morte dell’amico Ben, che lo ha sempre accompagnato nel suo percorso, comprenderà che ormai è giunta “la fine di un sogno”.

Vincenzo aveva sempre avuto grande difficoltà nell’esprimere i sentimenti, soprattutto nei confronti di Giulia, la donna che amava e dei suoi figli, ma durante l’epidemia di colera nel 1837, si era sentito padre ascoltando il pianto degli altri, ma mostrerà sempre un distacco nei confronti delle sue figlie “nate fuori dal matrimonio”, che ne soffriranno sempre, anche per la preferenza data al loro fratello, Ignazio, che egli considera il suo erede. Alla fine della sua vita, la frase di Giulia: “io sono rimasta” è la testimonianza di un amore profondo ed egli solo allora comprende che ella, nonostante si sentisse come “un mare calmo che nasconde un’anima inquieta”, avesse rappresentato per lui la roccia a cui potersi aggrappare e che solo lei poteva rimanergli accanto.

Gli sdraiati

Gli sdraiati, Michele Serra, Editore Feltrinelli, Collana I Narratori, anno edizione 2013

Bisogna partire dal finale per capire il senso di questo racconto-saggio-monologo interiore, Gli sdraiati di Michele Serra. È lì che appare evidente cosa è in gioco nella storia di un padre che cerca il contatto con il proprio figlio, e non riesce ad averlo. Dopo aver perseguitato il ragazzo, un tipico adolescente d’oggi, nativo digitale, come si dice, uno “sdraiato”, con la prova della salita al Colle della Nasca, il padre riesce a trascinarcelo. Una salita faticosa compiuta dall’adolescente con le scarpe e il vestiario inadatto. A un tratto il padre perde il figlio di vista. Pensa che sia rimasto indietro, crede di doverlo soccorrere, e invece il ragazzo l’ha superato. Lo chiama e lui risponde: “Sono quiiiii! Papààààà!”.

Cosa abbiamo da passare ai figli? Domanda imbarazzante che il protagonista di Michele Serra si fa, in forma indiretta, più volte. La traduce in: cosa abbiamo in comune? Dna, tratti somatici, atteggiamenti? In cosa ci somigliamo? L’inizio del libro è altrettanto paradigmatico del finale. Nell’ingresso nella casa che abita con il figlio – non c’è alcuna figura femminile nel libro – c’è un tappeto, un kilim. Il figlio lo calpesta, stropiccia, piega. Quest’oggetto, quasi un topos da radical chic, diventa l’emblema di ciò che il figlio bistratta.

Il padre è il tappeto. Il figlio ci passa sopra con le sue scarpacce – oggetto chiave nel racconto – ed è come se calpestasse il padre stesso, che s’identifica, a torto – presume sempre – con chi ha tessuto amorevolmente il tappeto, che il figlio non rispetta. Un altro degli oggetti che lui rifiuta, perché rifiuta il passaggio del testimone. E qui sta il dramma: il padre non sa cosa ha da passargli, una volta evaporata la figura paterna come autorità o autorevolezza. D’altra parte, il figlio gli sta lontano, lo teme, anche se non glielo dice in modo diretto: non vuole la lotta. Ettore, nell’Iliade, si piega verso il figlio, gli tende le braccia, ma il figlio si ritrae perché l’armatura che indossa lo spaventa.

Il padre di Serra non ha alcuna corazza, è indifeso e sguarnito; armato solo del suo non-capire, non-sapere, si tende verso il figlio e questo si sottrae. Una condizione dilaniante: niente infanzia alle spalle, nessun futuro davanti. Solo quell’amara conclusione: “Finalmente potevo diventare vecchio”. Ma siamo mai diventati adulti? Grandi sì, adulti forse no. Siamo una generazione che per eccesso di affettività da ricevere – desiderata e non avuta dai nostri padri – e da dare – voglia di dare, ma senza riuscirci – è diventata paradossalmente anaffettiva. Per troppo affetto, ci siamo ritratti nel nostro spazio difendendolo sino all’eccesso ed escludendo l’altro.

Il libro di Serra è tutto un catalogo di spazi, da quelli della memoria a quelli reali della casa, sentiti come violati, o almeno non capiti e non apprezzati dal figlio. Un figlio che è quasi un fratellino più piccolo, un altro sé, con cui il protagonista si rapporta passando attraverso la memoria del proprio sé. 

Quello che il padre de Gli sdraiati cerca affannosamente è proprio questo rito di passaggio. Lo identifica nella salita al Colle, dopo aver cercato di comprendere nel capitolo più graffiante, e insieme più disperato del libro, quello dedicato al negozio delle felpe, invaso dalle ninfette e dai giovanissimi satiri, i riti d’iniziazione dei figli, subito respinti attraverso il sarcasmo – nel libro sarcasmo e ironia sono la crosta sotto cui la voce narrante seppellisce i suoi dolori. Essere superati dal figlio nell’ascesa, è cominciare a morire. 

Oggi il sentimento di nostalgia verso la figura del padre sta riemergendo con forza. Gli sdraiati lo evidenzia. Ma diventare vecchi è diventare padri? Michele Serra ci lascia con questo interrogativo irrisolto.

Il mondo perduto

Titolo originale: The Lost World, 1°ed. originale 1912, Copertina Editore Fanucci, anno edizione 2019, Collana Piccola biblioteca di fantascienza

Londra, inizi del Novecento. Il professor Challenger, burbero e geniale zoologo e scienziato, in compagnia del suo rivale di sempre, il professor Summerlee, dell’impulsivo cacciatore lord John Roxton e del giornalista della Daily Gazette Edward Malone, decide di intraprendere un’impresa ai limiti delle possibilità umane: esplorare un misterioso altopiano, nel cuore della giungla amazzonica, dove il tempo sembra essersi fermato milioni di anni prima. Durante il viaggio i quattro compagni resteranno intrappolati in un mondo che pensavano perduto, dove rinverranno ancora in vita animali preistorici come l’iguanodonte e il tirannosauro, scopriranno l’esistenza di particolari primati non molto socievoli, ed entreranno in contatto con primitive tribù di indios.

Iguanodonte
Tirannosauro

Attraverso incredibili peripezie e una miriade di ostacoli da superare, riusciranno infine a tornare in Inghilterra, portando come prova della loro straordinaria avventura uno Pterodactylus vivo all’interno di una cassa, che tuttavia fuggirà per aggirarsi impazzito tra le vie di Londra. L’eccezionale avventura vissuta nel mondo perduto non solo lascia ai quattro viaggiatori fama, ricordi e conoscenze, ma soprattutto un profondo legame di amicizia tra Challenger e Malone, amicizia che li porterà a condividere nuovi, straordinari viaggi di scoperta.

Pterodactylus

Il mondo perduto (The Lost World), edito anche come Un mondo perduto, è un romanzo fantastico del 1912 di Arthur Conan Doyle. È una delle opere di riferimento del filone avventuroso del “mondo perduto” sviluppatosi a cavallo tra Ottocento e Novecento e da esso sono stati tratti numerosi film. Fu pubblicato in italiano per la prima volta nel 1913 ne La Domenica del Corriere.

Conan Doyle trasse ispirazione per questo romanzo dalla grande suggestione suscitata dalla conquista (avvenuta nel 1884) della cima del tepui Roraima. Questo, infatti, non solo con i suoi 2800 metri è il più alto tra tutti i tepui venezuelani, ma è anche un caso di straordinario interesse biologico e geologico, poiché la sua inaccessibilità ha determinato un processo evolutivo del tutto indipendente da quello del territorio circostante. Vi si trovano effettivamente specie animali e vegetali del tutto assenti nel resto del mondo. La conquista della sua cima richiese molte spedizioni, effettuate nel corso di almeno mezzo secolo.

Il romanzo è una delle opere più note del filone avventuroso del “mondo perduto” che si sviluppò e fu popolare nella tarda epoca vittoriana a cavallo tra Ottocento e Novecento. In particolare influenzò tutte le successive opere che narravano di “terre perdute” con caratteristiche preistoriche e popolate di dinosauri, anche nel cinema grazie alla trasposizione cinematografica del 1925, prima di una serie di pellicole cinematografiche direttamente tratte dal romanzo o solo ispirate al tema, tra cui King Kong del 1933.

King Kong, locandina film 1933

Opere recenti con evidenti richiami all’opera di Conan Doyle – fin dal titolo – sono inoltre il romanzo Il mondo perduto (1995) di Michael Crichton e il film Il mondo perduto – Jurassic Park del 1997 tratto dal romanzo (di cui alcune scene sono state girate proprio sul tepui Roraima). È la base anche per una storia omonima a fumetti pubblicata sulla rivista Topolino, e anche di una storia di Zagor uscita nel 2013.

Jurassic Park, Il mondo perduto, locandina italiana del film del 1997

A più di cento anni dalla pubblicazione, Il mondo perduto si conferma un grande classico della letteratura fantastica, un perfetto mix di comicità e pathos drammatico, fantasia e realtà. Un’opera intramontabile, capace di influenzare generazioni di scrittori e cineasti.

«Con “Il mondo perduto”, Conan Doyle ha fatto molto di più che inventare un personaggio, ha dato vita a un nuovo genere letterario, il fantasy di avventura, definendone le norme» – Michael Crichton

«”Il mondo perduto” dimostra che Doyle era uno dei più grandi scrittori di fantascienza di tutti i tempi» – Sam Moskowitz

«Una storia davvero sorprendente» – Helen Grant

Eugénie Grandet

Eugénie Grandet, di Honoré de Balzac
pubblicato nel 1833, Copertina Universale Economica Feltrinelli

Sullo sfondo fosco e incolore della provincia francese all’epoca della Restaurazione, a Samour, nell’anonimato di una campagna dove tutto scorre monotono, vive Papà Grandet, un vecchio vignaiolo arricchito con grande capacità negli affari e un talento vivente di avarizia (che Zio Paperone a confronto è mecenate), insieme alla moglie, alla figlia Eugénie e alla domestica Nanon. Gli unici eventi capaci di turbare questa stasi sono le visite serali di due famiglie della città, i Des Grassins e i Cruchot, interessate solo a impossessarsi delle ricchezze dell’anziano attraverso un matrimonio dei rispettivi figli con Eugénie.
“L’evento” tale da rompere gli schemi precostituiti è un “innocente” arrivo, quello di Charles, un giovane ed elegante gentiluomo parigino, nipote di Papà Grandet, mandato lontano da casa da suo padre, che sta vivendo un periodo di crisi economica tale da spingerlo al suicidio.

Due rappresentazioni del dramma della vita. Due sfere antitetiche di valori, riflessioni e istinti: da un lato Charles, dissipatore e amante della vita, dall’altro “l’avaro” accumulatore Papà Grandet, freddo e calcolatore, insonne nei suoi pensieri affaristici, un uomo tanto materialista da rimirare di nascosto il danaro accumulato di notte inventandosi nuove azzardate forme di investimento.
Preoccupato più che per la salute del nipote (in un primo momento ignaro dei propositi del padre), della causa fallimentare ai danni del fratello, il vecchio avaro imbastisce un’abile strategia per speculare sul fallimento del fratello con la complicità di De Grassins, offrendo al giovane cuore affranto Charles le spese di viaggio in India.
Tra i due, emerge vivo il quadro della protagonista: Eugénie.
Eugénie che dà il titolo al romanzo, rappresenta -a mio avviso- una figura marginale della storia rispetto al padre.

Vive insieme a sua madre, in un condizione di reclusa in casa, relegata ai lavori domestici di telaio e cucito.
Eugénie non ha mai conosciuto l’amore, è uno spirito ingenuo, una ragazza casta e pura, malgrado la sua non esile corporatura che Balzac amabilmente descrive. E’ evidente quindi che Charles, “l’ignoto”, farà pian piano rivedere alla giovane donna (e in generale alle donne di casa, domestica compresa), i precetti paterni, liberandola da quella “segregazione” cui il padre acidamente e avaramente l’aveva sottoposta.
Soffrendo lei stessa in primo piano per lo stato di prostrazione del cugino, darà il suo piccolo tesoretto di monete d’oro (accumulate in anni di solitudine e sacrificio) in dono al cugino come sorta di pegno d’amore.
Il segreto del dono non durerà tuttavia a lungo e le conseguenze incrineranno per sempre i rapporti già precari della famiglia sino a un nulla eterno che mai potrà rimanere tale.
L’avidità sembra la parola chiave di questo romanzo (scritto nel 1833 e oggi attuale considerando la sopraffazione emotiva che molte giovani donne sono costrette a subire), un acre sentimento che sovrasta tutto, persino gli affetti: la dolce figlia rappresenta un pericolo ereditario, il fratello suicida il rischio di un esborso, il nipote orfano una fastidiosa bocca da sfamare.
Eugénie dall’animo limpido è l’antitesi del padre. Si può dire che l’intero romanzo scritto da Balzac rappresenti un sapiente chiasmo tra la generosità della figlia, pronta a rinunciare a tutto per il suo amore e l’avidità paterna che riconosce solo nel denaro la sua unica fonte di sostentamento. I coprimari di questo chiasmo sono le figure reiette, la madre, piegata alla volontà del marito e la badante Nanon, sorta di proiezione materna di Eugénie. Ne segue un perfetto parallelismo stilistico in una trama alquanto scarna di avvenimenti, ma raffinata da descrizioni minuziose e particolareggiate, tanto dell’ambientazione quanto dei caratteri umani.
Nella lettura Balzac compie il miracolo di quello che oggi viene denominata “scrittura teatrale”. Sembra quasi, cioè, di assistere a uno spettacolo che ci riporta, con una narrazione limpida e lenta, prima nelle stanze buie e spoglie di casa Grandet e successivamente alle fredde vie di Samour, nostalgiche e malinconiche come l’animo degli stessi personaggi di contorno, quasi sfumati, irrilevanti.
Balzac non concepì subito Eugénie Grandet come romanzo ma come racconto breve atto a rappresentare una scena di vita di provincia francese. Dopo averne iniziato la stesura nel 1833, l’autore si convinse ad approfondire il soggetto e a estendere l’analisi della vita di provincia già iniziata in altri racconti dell’Europè Litearaire, dove apparirà il primo capitolo di quello che sarà qualche mese più tardi, il romanzo Eugénie Grandet.
Tocca le corde del cuore questo romanzo delizioso e assolutamente da leggere. Non solo come piccolo tassello del grandioso mosaico della “Commedia Umana” ma ritratto, semplice e reale, senza processo e senza giustizia, di una nuova Francia, di una nuova Restaurazione, e purtroppo di una nuova crisi: quella della natura umana che ieri come oggi, tocca corde di miseria ma anche di sana e limpida umiltà e generosità.
E di amore, non dimentichiamocelo.

Io sono l’abisso

Io sono l’abisso, Editore Longanesi, 2020

«In Italia, se dici thriller, dici Donato Carrisi.»

Sono le cinque meno dieci esatte. Il lago s’intravede all’orizzonte: è una lunga linea di grafite, nera e argento. L’uomo che pulisce sta per iniziare una giornata scandita dalla raccolta della spazzatura. Non prova ribrezzo per il suo lavoro, anzi: sa che è necessario. E sa che è proprio in ciò che le persone gettano via che si celano i più profondi segreti. E lui sa interpretarli. E sa come usarli. Perché anche lui nasconde un segreto. L’uomo che pulisce vive seguendo abitudini e ritmi ormai consolidati, con l’eccezione di rare ma memorabili serate speciali. Quello che non sa è che entro poche ore la sua vita ordinata sarà stravolta dall’incontro con la ragazzina col ciuffo viola. Lui che ha scelto di essere invisibile, un’ombra appena percepita ai margini del mondo, si troverà coinvolto nella realtà inconfessabile della ragazzina. Il rischio non è solo quello che qualcuno scopra chi è o cosa fa realmente. Il vero rischio è, ed è sempre stato, sin da quando era bambino, quello di contrariare l’uomo che si nasconde dietro la porta verde. Ma c’è un’altra cosa che l’uomo che pulisce non può sapere: là fuori c’è già qualcuno che lo cerca. La cacciatrice di mosche si è data una missione: fermare la violenza, salvare il maggior numero possibile di donne. Niente può impedirglielo: né la sua pessima forma fisica, né l’oscura fama che la accompagna. E quando il fondo del lago restituisce una traccia, la cacciatrice sa che è un messaggio che solo lei può capire. C’è soltanto una cosa che può, anzi, deve fare: stanare l’ombra invisibile che si trova al centro dell’abisso.

Sullo sfondo del lago di Como, in un atmosfera tetra, in cui è l’acqua a celare il pericolo maggiore poiché è oscura e ricca di mulinelli, si dipanano le vicende di uomini e donne senza nome, invisibili e con un passato  pregno di  grandi sofferenze.

Veduta del lago di Como

Troviamo in questo romanzo il male puro che incombe nella vita di tutti i giorni, sovrasta tutto e stravolge la vita  di chi incontra.

L’uomo che pulisce” è un uomo disturbato che da bambino ha subito soprusi, maltrattamenti, vere e proprie violenze fisiche e non ha mai conosciuto l`amore della madre. Questo l’ha portato a non essere sempre in grado di contenere la violenza e a compiere omicidi. Ha cercato per tutta la sua vita di adolescente e di adulto di non farsi vedere, di mimetizzarsi con l`ambiente a partire dall` abbigliamento, sempre rigorosamente di colori neutri. Ogni tanto  però non riesce a trattenere il male che ha dentro ed emerge l’uomo dietro la porta verde, un uomo freddo, calcolatore capace di uccidere organizzando tutto nei minimi dettagli. L’uomo invisibile diventa Mike, l’unico personaggio a cui Carrisi da un nome. 

Un altro personaggio cardine è  “La cacciatrice di mosche”, una donna senza nome, scialba, trascurata, che è rimasta devastata dopo che il figlio ha ucciso a sangue freddo la sua ex perché si sentiva impotente difronte alla sofferenza.  Credeva di aver cresciuto un bravo ragazzo ma lui, come dirà lo stesso personaggio, aveva sempre sentito di avere un rapporto particolare con la morte. Questa grande sofferenza però le ha fornito una missione aiutare le donne vittime di violenza.

Importante nell’ evoluzione del romanzo è la ragazza con il ciuffo viola, una tredicenne progenie di una famiglia ricca consumata da un segreto di cui nessuno è a conoscenza. È vittima di revenge porn, un ragazzo della sua scuola, poco più grande di lei, la spinge a fare cose terribili minacciandola di diffondere foto private scattate con il telefonino. È un personaggio centrale perché farà emergere dall’ombra e rischiare per salvarla l’uomo che pulisce, un uomo che non si era mai permesso di provare emozioni.

Donato Carrisi in questo romanzo fa percepire al lettore l’ abisso, il male puro, la sofferenza più profonda e come questa si celi a volte anche in persone che sembrano felici e senza grandi sofferenze alle spalle. Ciò ci fa riflettere sul fatto che il male,  l’essere un serial killer dipende dal proprio passato, della propria sofferenza, ma soprattutto dalle scelte che si fanno nei momenti clou, quelli che ti cambiano la vita. Ma si può davvero scegliere o la sofferenza che incombe ti pone una scelta forzata?

L’autore come sempre in maniera egregia ci racconta del male però questa volta lo fa con un racconto lineare, facile da leggere che incatena il lettore alla poltrona. Per fare ben comprendere la storia dei protagonisti inserisce dei flashback che fanno sperimentare al lettore, senza orpelli, senza edulcorare, le mostruose sofferenza che i protagonisti hanno subito in passato. Un passato che fa accapponare la pelle e ha forgiato la loro interiorità.

Sembra esserci una lieve speranza di salvezza verso la fine, ma il cerchio si chiude e si scoprirà quanto il mondo sia piccolo, quanto tra i personaggi ci sia un filo invisibile,  non percepibile in precedenza, che li collega.

Io sono l’abisso combina le atmosfere cupe del noir e le investigazioni tipiche del thriller creando un connubio travolgente. Solo l’inizio del racconto stenta un po’ a partire, ma non per la complessità della scrittura bensì per la perfetta asetticità con cui racconta il vissuto dell’uomo che pulisce. Un’asetticità adeguata alle vicende che rende però leggermente ardua la lettura a chi possiede un animo sensibile.

Donato Carrisi è nato a Martina Franca e vive tra Roma e Milano. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. Scrittore, regista e sceneggiatore di serie televisive è per il cinema, è una firma del Corriere della Sera. È l’autore di numerosi best-seller internazionali tra cui:  L’ipotesi del maleIl cacciatore del buioLa ragazza nella nebbia,  Il maestro delle ombre,
L’uomo del labirintoIl gioco del suggeritore e La casa delle voci. Ha vinto prestigiosi premi in Italia e all’estero come il Prix Polar e il Prix Livre de Poche in Francia e il Premio Bancarella in Italia.  

Cambieremo prima dell’alba

Cambieremo prima dell’alba, Clara Sánchez, 2020, Garzanti Editore

Sono passata ad una lettura leggera, se così la si può definire, un romanzo di narrativa, che mi ha incuriosita durante la mia ricerca di libri in biblioteca qualche settimana fa. Sfortunatamente la biblioteca del paese in cui vivo è carente di libri, specialmente dei più recenti, quindi mi sono lasciata trasportare dal nome dell’autrice Clara Sánchez, che avevo sentito nominare sui social network, in una diretta in cui veniva presentato un suo romanzo precedente Il profumo delle foglie di limone pubblicato nel 2010.

Clara Sánchez è l’unica scrittrice ad aver vinto con i suoi romanzi i tre più importanti premi letterari spagnoli: il premio Alfaguara con La meraviglia degli anni imperfetti, il premio Nadal con Il profumo delle foglie di limone, bestseller che ha venduto un milione di copie, in cima alle classifiche di vendita per oltre due anni, ed il premio Planeta con Le cose che sai di me. In Italia sono tutti pubblicati da Garzanti, come anche La voce invisibile del vento, Le mille luci del mattino, Entra nella mia vita, Lo stupore di una notte di luce, La forza imprevedibile delle parole, L’amante silenzioso e L’estate dell’innocenza.

Clara Sánchez

Vuoi vivere un’altra vita? Vuoi essere un’altra persona? Non sempre è la scelta giusta.

Sulla copertina del libro si leggono queste due domande, ed una frase che termina portando fin da subito ad intuire che la protagonista del romanzo si trova ad affrontare delle scelte difficili. Ed è proprio sul peso delle scelte che si permea tutto il romanzo.

L’elegante edificio si staglia di fronte a lei. Sonia alza lo sguardo per seguirne il profilo fin dove incontra il cielo. Non ricorda in che modo si sia trovata a lavorare come cameriera in uno degli alberghi più lussuosi della città. In fondo, nella vita, si è sempre sentita una figurante più che una protagonista. A volte, però, sogna di essere un’altra. Quando le viene chiesto, forse per la sua straordinaria somiglianza con la ragazza, di occuparsi della giovane Amina, in visita a Marbella con la sua ricca famiglia, da un giorno all’altro Sonia viene introdotta in un mondo di sfarzo e desideri immediatamente esauditi, un mondo di donne misteriose e molto lontane da lei. Finché Amina le fa una proposta: scambiarsi di ruolo per un giorno. Si somigliano talmente tanto che nessuno se ne accorgerà. Vivere la vita di un’altra persona per ventiquattr’ore. Farlo per davvero. Sonia legge negli occhi della ragazza una disperata voglia di libertà e accetta. Eppure, quando l’alba sta ormai per sorgere, Amina non fa ritorno. Sonia si sente ingannata da una persona che voleva soltanto aiutare. Ora deve fare di tutto per cercarla e riprendersi la sua identità, perché il mondo dorato in cui è finita è rischiarato dal luccichio di mille diamanti che, in realtà, sono solo fondi di bottiglia. Deve scappare. Ma anche fuori da lì non può svelare a nessuno il suo segreto. Una rete di menzogne e ricatti la circonda. Sonia capisce allora che lei e Amina hanno in comune molto più di quanto pensasse. Se sei una donna la verità non conta, i tuoi desideri non contano. Devi solo guardarti le spalle da chiunque. Anche da te stessa.

Un romanzo quindi basato sul peso delle scelte. Sulle apparenze che non sempre ingannano. Sull’indipendenza delle donne, che resta ancora una sfida aperta per la quale vale sempre la pena di lottare.

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