
Fontamara è il primo romanzo di Ignazio Silone, pubblicato dapprima nel 1933 in lingua tedesca in Svizzera – dopo esser stato scritto nella Confederazione elvetica tra il 1929 e il 1931 – al tempo in cui l’autore era riparato all’estero per sfuggire alle persecuzioni del Regime fascista; nel novembre 1933 egli pubblica un’edizione in lingua italiana a proprie spese, e nel 1934 l’opera fu tradotta in inglese. Il successo del romanzo, che denunciava l’immoralità e gli inganni del Partito Fascista di Mussolini e dei suoi seguaci, fu straordinario, galvanizzando una parte dell’opinione pubblica internazionale dell’epoca, che fece di Fontamara un documento della propaganda antifascista fuori dall’Italia e un simbolo della resistenza al totalitarismo (Hitler era appena arrivato al potere in Germania).
«In Fontamara non siamo alle prese con le grandi questioni: siamo in mezzo al fango e al sangue, all’ingiustizia e all’ignominia del presente… è il più toccante resoconto della barbarie fascista che abbia letto finora» (Graham Green, The Spectator, 2 novembre 1934)
Fontamara è un immaginario villaggio di montagna, nell’Abruzzo marsicano, la cui comunità soffre sotto il peso del fascismo e di sventure ataviche. Spaccato sociale di un proletariato oppresso e sfruttato sono i “cafoni”, realisticamente descritti nella loro ingenuità, e tenuti in ignoranza secolare da una classe dominante sempre più rapace e parassitaria.
La narrazione comincia però in Svizzera, dove un io narrante identificabile con la figura dell’autore riceve la visita di tre persone, due uomini (padre e figlio) e una donna. Si tratta di tre abitanti di Fontamara, fuggiti clandestinamente dall’Italia e arrivati fino in Svizzera per chiedere asilo e quindi per condividere con l’autore, loro conterraneo, le recenti vicende del loro sciagurato paese. L’autore decide di riportare il loro racconto perché “Fontamara somiglia dunque, per molti lati, a ogni villaggio meridionale il quale sia […] un po’ più arretrato e misero e abbandonato degli altri”. Fontamara è un cosmo, un luogo di esperienze a un tempo locali e universali. In più, chi scrive è spinto a testimoniare dalla speranza che il “cafone”, protagonista con le proprie sofferenze dell’intero racconto, “quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore”. Il racconto ha quindi una forte componente testimoniale, poiché l’io narrante dell’introduione si assume esplicitamente il compito di “tradurre” in italiano l’esperienza e il punto di vista degli esuli fontamaresi. Fontamara è dunque la successione dei racconti in prima persona dell’uomo, della donna e di loro figlio. La loro è una vicenda di povertà e soprusi, che prosegue sin dai tempi dell’unificazione d’Italia e del passaggio dalla dominazione borbonica a quella sabauda. Nessuno si è mai occupato dei cafoni della Marsica, perché i cafoni da sempre sono considerati una specie inferiore di uomini:
“E noi?” gli rispondemmo. “Non siamo cristiani anche noi?”
“Voi siete cafone” ci rispose quello. “Carne abituata a soffrire”.
Con l’avvento al potere del fascismo, però, la condizione si è aggravata. Lo dimostra emblematicamente l’evento su cui si apre il racconto, ovvero l’interruzione dell’erogazione di elettricità nel paese. Gli abitanti di Fontamara ancora non sanno quale sia questo nuovo governo, né hanno idea di cosa significhi “fascista”: per loro il colore o l’orientamento di chi comanda si misura solo nei termini delle condizioni materiali di vita, che, col nuovo potere, conoscono un significativo peggioramento per la perdita di diritti conquistati nel tempo. Il racconto è scandito infatti da una serie di inganni orditi ai danni della popolazione di Fontamara da parte dei nuovi governanti della comunità locale, rappresentati dal personaggio del podestà, l’autoritario e spietato Impresario, appoggiato dal clero – impersonato dal pavido don Abbacchio (parodia del manzoniano don Abbondio) – e dai piccoli proprietari come don Circostanza, che pur mostrando di rappresentare gli interessi dei fontamaresi finisce per fare gli interessi di chi comanda. Al raggiro dell’elettricità si aggiunge quello connesso al corso del ruscello, la cui acqua è una risorsa di primaria importanza per l’economia rurale di Fontamara. Con la connivenza delle istituzioni questo è stato incanalato verso le terre dell’Impresario per renderle più fertili e produttive. Gli uomini e le donne di Fontamara, però, non sono disposti ad arrendersi di fronte ai soprusi e tentano con varie proteste – spesso ingenue – di far valere i propri diritti. L’ignoranza dei “cafoni”, che hanno firmato una carta in bianco che autorizzava l’esproprio dell’acqua, sono ingannati a causa della loro ignoranza e del loro analfabetismo: di fronte alla loro sommossa, l’avvocato don Circostanza li convince ad accettare un accordo scritto per cui “tre quarti” dell’acqua andrà all’Impresario e “tre quarti” al paese. Non comprendendo la palese incongruenza, i “cafoni” cadono nel tranello. In seguito, i fontamaresi assistono al fallimento di una grande manifestazione per rivendicare i loro diritti elementari e l’espropriazione di alcune terre da sempre destinate al pascolo comune.
Al danno materiale si aggiunge la punizione violenta per aver tentato di ribellarsi agli ordini delle autorità: un giorno, mentre tutti gli uomini del villaggio sono nei campi a lavorare, una squadraccia di fascisti si presenta a Fontamara per perquisire le case e violentare le donne; al ritorno degli uomini, questi vengono “schedati” come sovversivi con un’assurda prova di fedeltà al regime. Viene poi promulgato il divieto di emigrare dal paese e quello di discutere di politica in pubblico. Quella dei fontamaresi è la condizione di un popolo abbandonato alle ingiustizie di un sistema fondato su clientelismo e corruzione; nessuno difende la causa dei cafoni, che non possono neanche sperare in un capo carismatico che li guidi alla rivolta. Il giovane Berardo Viola, che è un “cafone” dotato di una “coscienza di classe” assai rara, tenta inizialmente la strada della rivolta, ma poi si convince a cercare un lavoro e un futuro lontano dal misero paese natale per poter tornare e sposare Elvira. Ma anche Berardo ha il destino di uno sconfitto: giunto a Roma, egli non riesce a trovare lavoro per la fama di sovversivi che accompagna i fontamaresi (e lui in particolare), il giovane è poi arrestato e torturato in carcere, dove si assumerà anche la responsabilità di alcune stampe che inneggiano all’antifascismo. Berardo morirà per le conseguenze delle percosse, convinto che di non morire “per sé, ma per gli altri”. La sua fine verrà mascherata come un suicidio.
Privi del loro esponente più carismatico, i fontamaresi provano ad organizzare le loro forze attorno a un giornale clandestino, dal titolo «Che fare?», ma l’esperienza è di breve durata. Mentre nelle campagne abruzzesi hanno luogo una serie di insurrezioni contro lo Stato fascista, le squadre fasciste tornano a colpire ancor più duramente Fontamara, che viene saccheggiata e data alle fiamme, tra morti e feriti. I tre esuli (Giuvà, Matalè e loro figlio) fuggono e vengono salvati dall’anarchico Solito Sconosciuto, già in contatto con Berardo, e condotti in Svizzera. Sono loro il simbolo della speranza per il futuro di Fontamara.
Quella raccontata in Fontamara è la storia tragica del destino di sofferenza assegnato agli “ultimi” della società italiana. Il romanzo si chiude su un’immagine di disperazione e disorientamento: i tre narratori sfuggono alla rappresaglia intervenuta a punire l’insurrezione di Fontamara e, allontanandosi dal paese, si chiedono “che fare?”. Non c’è risposta alla domanda e nulla all’orizzonte lascia trasparire una soluzione o una speranza. Eppure questo romanzo è stato considerato da molti critici come il manifesto della dignità dei cafoni e della loro volontà di rivalsa rispetto ai lutti e alle ingiustizie inflitte. In effetti, per la prima volta nella letteratura italiana, la plebe meridionale prende direttamente la parola e racconta la Storia dal proprio punto di vista. E proprio il punto di vista della narrazione è l’elemento che Silone sceglie per contrastare un potere che, per il proprio tornaconto, sfrutta l’ingenuità inerme e l’onestà della povera gente. Chi racconta, infatti, traducendo in italiano il resoconto dialettale dei tre fontamaresi fuggiti, rende comprensibile ed efficace il messaggio etico e di denuncia sociale. Al tempo stesso però viene alla luce anche l’aspetto paradossale, per non dire comico, di alcune vicende. Ad esempio, nel caso di una delle molte truffe perpetrate ai danni dei “cafoni”:
“Ecco, intendiamoci”, riprese Innocenzo “intendiamoci, non si tratta di tasse, vi giuro su tutti i santi che non si tratta di pagare. Se si tratta di tasse, che Dio mi tolga la vista”.
Vi fu una piccola pausa, giusto il tempo per permettere a Dio di esaminare il caso. Innocenzo conservò la vista.
La capacità di alternare, al tono grave con cui in prevalenza viene condotta la narrazione, un tono più leggero e disincantato è sempre funzionale alla denuncia delle contraddizioni e delle storture del potere: la presenza di elementi comici non implica affatto che chi narra si ponga ad un livello superiore o sia in sintonia con le prepotenze dei “galantuomini”. Il narratore decide di limitare al minimo i suoi interventi sul testo e sulle narrazioni dei tre “cafoni”: il suo compito è più quello del traduttore, per far emergere nella maniera meno filtrata possibile la visione del mondo di degli “ultimi”. La narrativa di Silone, anche in altre opere (Pane e vino, 1936; Una manciata di more, 1952; L’avventura di un povero cristiano, 1968), sin dalla sua prima prova conferma quindi un forte ed irrinunciabile retroterra etico, che ha la precedenza sulle questioni stilistiche e formali.
Un libro molto profondo e coinvolgente nella tragicità degli eventi narrati: letto per la prima volta alle medie (era uno dei titoli affrontati in terza), l’ho riletto anche in seguito, consapevole che la prima volta che l’avevo affrontato non ero certo riuscito a cogliere tutta la sua complessità.
Inoltre, pur essendo un argomento impegnativo, la lettura è piuttosto scorrevole, se si eccettuano alcuni termini dialettali o desueti.
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Forse uno dei primi libri che ho visto girare in casa mia , lo aveva comprato mia madre , un capolavoro , come L’avventura di un povero cristiano , che ho letto e che rileggerò
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