Va’, metti una sentinella.

Titolo originale: To kill a mockingbird

In questo freddo venerdì di novembre ho pensato di analizzare e raccontarvi di un romanzo, non troppo complesso, ma che nonostante la sua facile lettura ha lasciato qualcosa in me. Sto parlando del “Buio oltre la siepe” romanzo di Harper Lee, pubblicato nel 1960, ottenne rapidamente un grande successo e fu vincitore del premio Pulitzer nel 1961. La trama è in parte basata sul caso degli Scottsboro boys, un gruppo di adolescenti afroamericani accusati ingiustamente di stupro.

Nelle Harper Lee nacque il 28 aprile 1926 a Monroeville, in Alabama. Era la più giovane di quattro figli. Suo padre, Amasa Coleman Lee, era avvocato, membro della Corte legislativa Statale dell’Alabama e proprietario di parte del giornale locale. La madre, Frances Finch Lee era ammalata e raramente usciva di casa: morì nel 1951. Uno dei suoi più cari amici di infanzia fu Truman Capote (allora conosciuto come Truman Persons). I due amici erano molto diversi, ma entrambi avevano una vita familiare difficile. Truman viveva con i parenti di sua madre in città, pressoché abbandonato dai suoi genitori.

Il romanzo, ambientato nell’america sudista degli anni ’30, racconta le vicende della piccola Scout Finch e di suo fratello Jem. I due ragazzi sono orfani di madre e vivono con il padre Atticus a Maycomb, una piccola cittadina dell’Alabama, insieme alla domestica di colore Calpurnia.
Un’estate Scout e Jem fanno amicizia con Dill, un ragazzino che trascorre le vacanze in città e che trasmette loro la curiosità su di un vicino, tale Arthur Radley- detto Boo-, che non esce mai di casa e che sembra molto misterioso. I tre si ritrovano spesso a spiarlo, cercando di capire cosa faccia e come trascorra le sue giornate.
Intanto Atticus Finch, avvocato piuttosto noto in città, accetta di difendere Tom Robinson, un uomo di colore accusato di aver violentato una ragazza bianca, Mayella Ewell. Proprio per la decisione del padre, da questo momento i due ragazzi dovranno fare i conti con gli insulti e il disprezzo degli altri cittadini.

Durante il processo Atticus riesce a dimostrare che Tom non ha commesso alcuna violenza: Mayella si è appartata volontariamente con Tom, ma, dopo essere stata sorpresa dal padre, cerca di salvarsi dalla vergogna e dalle percosse, accusando il nero di averla violentata.
Nonostante l’evidenza, la giuria, interamente composta da cittadini bianchi, condanna Tom che morirà poi per un colpo d’arma da fuoco mentre tenta di fuggire dalla prigione.

Bob Ewell, a cui non erano andate giù le insinuazioni di Atticus, si vendica a modo suo, aggredendo in strada Scout e Jem mentre tornano a casa dopo una festa di Halloween.
In loro aiuto giunge proprio Boo Radley che li salva dall’aggressione e, ferisce a morte Ewell.
Boo riporta a casa i ragazzi e lo sceriffo, per non danneggiarlo, porta avanti la versione che Ewell si sia ferito da solo, inciampando su una radice.

L’episodio dell’aggressione chiarisce infine la vera personalità del misterioso vicino: Boo non ha nulla di strano o pericoloso, è solo un uomo un po’ riservato, ma dall’animo gentile che, proprio come avevano fatto Scout, Jem e Dill, aveva imparato a conoscere i ragazzi osservandoli dalla finestra della propria casa, mentre loro spiavano lui nascosti in giardino.

Il  titolo in lingua italiana è una metafora ripresa da uno dei passi del libro in cui si parla di Boo Radley, il vicino di casa dei Finch, che Jem e Scout non hanno mai visto e che temono solo perché non conoscono: oltre la siepe che separa la casa dei Radley dalla strada c’è l’ignoto. Il “buio oltre la siepe” rappresenta l’ignoto e la paura che genera il pregiudizio. “Quasi tutte le persone sono simpatiche quando si riescono a capire.”

Nel testo ci sono numerosi riferimenti al titolo originale To Kill a Mockingbird” (uccidere un usignolo), un’azione crudele e immotivata. Il “Mockingbird” è un uccellino dal nome scientifico Mimus polyglottos molto diffuso negli Stati Uniti ma non è presente in Italia: la traduzione, mancando di un preciso termine corrispondente, ha variamente proposto sinonimi come tordo, passero, usignolo. Passi contenenti riferimenti al titolo: “Egli (il direttore del giornale locale di Maycomb) semplicemente argomentava che era un delitto uccidere uno storpio, in piedi, seduto o in fuga che fosse. Egli paragonava la morte di Tom all’insensata ecatombe di uccellini ad opera di cacciatori e bambini, e Maycomb pensò che la sua intenzione fosse di scrivere un editoriale tanto poetico da venir riportato sul Bollettino di Montgomery.”

Per Natale lo zio Jack regala ai ragazzi un fucile e Atticus così commenta: “Preferirei che sparaste ai barattoli in cortile, ma so già che andrete dietro agli uccelli. Sparate fin che volete alle ghiandaie, se vi riesce di prenderle, ma ricordatevi che è peccato uccidere un passero. – Era la prima volta che udivo Atticus dire che era peccato fare una data cosa, così andai a informarmi da miss Maudie. – Tuo padre ha ragione – disse. – I passeri non fanno niente di speciale, ma fa piacere sentirli cinguettare. Non mangiano le sementi dei giardini, non fanno il nido nelle madie; non fanno proprio niente, solo cinguettano. Per questo è peccato uccidere un passero.

La stessa metafora dell’uccellino indifeso viene usata anche da Scout nelle ultime pagine del libro in riferimento a Boo se fosse stato sottoposto a un processo: “Atticus aveva l’aria di uno che ha bisogno d’esser tirato su di morale. Corsi da lui, lo strinsi e l’abbracciai con tutte le mie forze. – Sì signore, capisco benissimo- lo rassicurai. – Il signor Tate aveva ragione.- Atticus si liberò dalle mie braccia e mi guardò. – Che vuoi dire? – – Beh, sarebbe come uccidere un passero – Atticus appoggiò il viso sui miei capelli e ce lo mosse su e giù.”

Nel 1962 fu tratto dal romanzo l’omonimo film diretto da Robert Mulligan con Gregory Peck. Il film ricevette 8 nomination al premio Oscar e ne vinse 3.

I fratelli Karamazov

Titolo originale: Братья Карамазовы

Qualche tempo fa, mi trovavo in biblioteca e stavo cercando dei libri da leggere; mi sono ritrovata nella “zona” dei libri scritti da russi, e stavo per cambiare rotta dal momento che ho sempre pensato che fossero troppo complessi da leggere. Ma mi sono fermata per curiosità e mi è balzato subito agli occhi il volume dei fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij. La bibliotecaria mi ha avvertito che il libro secondo lei non era adatto alla mia età a meno che non fossi una a cui leggere piace davvero o quantomeno fossi una masochista. Ma le dissi che volevo provare, mettermi alla prova con qualche libro sofisticato. Fu una saggia scelta, perché lessi tutto il romanzo, dedicandogli tutto il tempo necessario e chiedendo spiegazioni al professore di filosofia quando qualcosa proprio non la comprendevo.

I fratelli Karamazov scritto da Fëdor Dostoevskij è ritenuto il romanzo vertice della sua produzione letteraria, un capolavoro della letteratura dell’Ottocento e di ogni tempo. Pubblicato a puntate su Il messaggero russo, una rivista letteraria, dal gennaio 1879 a novembre 1880, lo scrittore morì meno di quattro mesi dopo la sua pubblicazione.

<<Un solo filo d’erba, un solo scarabeo, una sola formica, un’ape dai riflessi d’oro… Testimoniano d’istinto il mistero divino>>

L’opera è un appassionato romanzo filosofico ambientato nell’impero russo del XIX secolo, che verte sui dibattiti etici concernenti Dio, il libero arbitrio e la moralità; il dramma spirituale di una lotta che coinvolge la fede, il dubbio, la ragione, messi in rapporto con una Russia allora persuasa da fermenti di modernità. Al centro della trama stanno le vicende della famiglia Karamazov e i loro conflitti e sentimenti contrastanti: tre fratelli molto diversi fra loro e un padre dispotico. Contesto nel quale matura il parricidio del capofamiglia Fëdor Pavlovic, del quale viene accusato il figlio primogenito Dmitrij. Secondo l’originale progetto dell’autore, la storia dei fratelli Karamazov doveva essere la prima parte di una complessa e vasta biografia di Aleksej (Alëša), uno dei fratelli (il più caro all’autore): l’opera, dopo cinque anni, due di studio e tre di lavoro, rimase incompiuta. L’autore compose la maggior parte del testo a Staraja Russa. La prima edizione italiana risale al 1926, con la traduzione di Alfredo Polledro.

Il romanzo si apre con la descrizione del capofamiglia, un uomo volgare che sposò Adelaide Ivanovna Mjusova, donna che abbandonò il tetto coniugale, lasciando il marito ed il piccolo figlio Dmitrij, poi si risposò con Sofia Ivanovna, donna che gli diede due figli: Ivàn e Alekseij. Ella morrà in giovane età per una malattia causatale dal rude marito, dopo i continui dispiaceri che le diede. Vengono poi descritti Ivàn, uomo intelligente e sicuro di sé, e il fratello Alekseij, uomo fedele e leale e infine il fratello maggiore Dmitrij che detesta il padre. L’uomo conosce una donna nell’esercito, Katerina Ivanovna, che ha bisogno di un prestito per aiutare suo padre; egli pensa di ingannarla, ma dopo averla invitata a casa, le consegna una somma di denaro, lasciandola andare. Katerina però gli confessa di essersi innamorata di lui e per questo si fidanzano. La relazione tra i due però dura poco, perché Dmitrij si invaghisce di Grusenka, contesa anche da suo padre, che la vorrebbe sposare. Nel frattempo Katerina Ivanovna si innamora di Ivàn, che la ricambia. In seguito vengono esposte le vicende di Alekseij, il quale viene a conoscenza di un fatto umiliante subito dal giovane Iljusa da parte di Dmitrij e vorrebbe che quindi il fratello chieda scusa al giovane. Alekseij inoltre conosce la giovane Lisa, che in una lettera gli confessa di essere innamorata di lui. La parte centrale è la più importante del romanzo I fratelli Karamazov: si raccontano le conversazioni teologiche tra Ivàn e Alekseij: il primo non riesce a comprendere il perché Dio permetta delle sofferenze ai danni dei bambini. Inoltre i due giovani affronteranno temi come per esempio l’esistenza di Dio. 

Successivamente viene raccontata anche la vita passata dello starec Zosima, figura spirituale molto importante per Alekseij.
La narrazione prosegue con la descrizione delle vicende di Dmitrij, il quale vorrebbe scappare via con Grusenka, donna che il padre Fedor vorrebbe sposare. In un momento di disperazione e di non lucidità, Dmitrij si reca presso l’abitazione del padre armato di pestello, con l’obiettivo di ucciderlo, qualora lo avesse scoperto in compagnia della donna amata. Dopo averlo visto però solo, in preda a un raptus colpisce con il pestello il servitore Grigorij. In seguito scopre che Grusenka è scappata con un altro uomo, per cui pensa che l’unica soluzione al suo dramma interiore sia uccidersi. 
In un secondo momento però Dmitrij scopre che l’uomo con cui ella è partita la vuole solo raggirare. Egli avverte la donna e trascorre la notte con lei, abbandonando gli intenti suicidi.
Nel corso della notte però fa irruzione nella loro stanza la polizia che accusa l’uomo dell’omicidio del padre. Da questo momento il romanzo I fratelli Karamazov si incentra sul processo a carico di Dmitrij e sull’introspezione psicologica dei personaggi, come per esempio Ivàn che si sente il responsabile morale dell’omicidio e ha anche delle allucinazioni. Nonostante Smerdjakov, figlio illegittimo di Fedor Pavlovic, confessi a Ivàn di essere lui l’autore materiale dell’omicidio poiché aveva subìto delle umiliazioni da parte del padre, Ivàn continua ad essere perplesso circa lo svolgimento degli eventi. Il processo si conclude con la condanna di Dmitrij ai lavori forzati, in quanto ritenuto il responsabile dell’assassinio del padre. 
La parte finale del romanzo descrive i piani attuati da Ivàn per cercare di impedire il trasferimento del fratello in Siberia. Grusenka inoltre, essendo ora innamorata di Dmitrij, è disposta a seguirlo ovunque. Il capitolo conclusivo si incentra invece sui funerali del giovane Ilijusa.

I fratelli Karamazov è un romanzo cupo e disperato, che oscilla pericolosamente nell’incerto territorio in cui danzano avvinghiati Eros e Thanatos; è una storia assoluta, spietata, estrema, senza margini di riscatto, senza limiti. L’ultimo romanzo di Fëdor Dostoevskij ha la grandezza e la forza di un inferno dantesco, è una comédie humaine alla russa, dove bestie umane si agitano sulla scena del mondo, dove il denaro, il fango e il sangue scorrono insieme. Dostoevskij sembra scagliare un monito all’umanità ferita e spaesata: “conoscerai un grande dolore e nel tuo dolore sarai felice. Cerca la felicità nel tuo dolore”.

Sigmund Freud era un ammiratore di Dostoevskij e, infatti, nel saggio Dostoevskij e il parricidio scriverà che egli considera il romanzo come uno dei più grandiosi che siano mai stati scritti. Egli inoltre analizzerà lo scrittore tramite il romanzo parlando di una personalità simile a quella di un delinquente o un peccatore dalla forte tendenza distruttiva e autodistruttiva, con aspetti di masochismo autocolpevolizzante. Freud considera in Dostoevskij un «rapporto implicito» col parricidio, rivelato attraverso i suoi personaggi come Ivàn e Dmitrij Karamazov in relazione con il fratellastro Smerdjakov: un rapporto vissuto con senso di colpa e ammirazione narcisistica.

«… Ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla Terra, questo è indubbio, non solo a causa della colpa comune originaria, ma ciascuno individualmente per tutti gli uomini e per ogni uomo sulla Terra»

Il fu! Mattia Pascal

Titolo originale: Il fu Mattia Pascal

L’8 novembre 1934 Luigi Pirandello, uno dei più famosi scrittori italiani del ‘900 riceve il Premio Nobel per la Letteratura: <<Per il suo coraggio e l’ ingegnosa ripresentazione dell’arte drammatica e teatrale>>, con questa motivazione. Sono passati 85 anni, e spero che tutti gli italiani conoscano, almeno per sentito dire Pirandello.

Luigi Pirandello nacque a Girgenti il 28 giugno 1867. È stato un drammaturgo, scrittore e poeta italiano. Per la sua produzione, le tematiche affrontate e l’innovazione del racconto teatrale è considerato tra i più importanti drammaturghi del XX secolo. Tra i suoi lavori spiccano diverse novelle e racconti brevi (in lingua italiana e siciliana) e circa quaranta drammi, l’ultimo dei quali incompleto.

<<Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco “Kaos”.>>

(Luigi Pirandello)

Il fu Mattia Pascal è uno dei primi romanzi di Luigi Pirandello, pubblicato nel 1904. Apparve dapprima a puntate sulla rivista Nuova Antologia nel 1904 e fu pubblicato in volume nello stesso anno. Fu il primo grande successo di Pirandello, scritto in un momento difficile della sua vita. La critica non diede subito al romanzo il successo che invece ebbe tra il pubblico.

Mattia Pascal vive a Miragno, un immaginario paese della Liguria. Il padre, intraprendente mercante, ha lasciato alla famiglia una discreta eredità, che presto va in fumo per i disonesti maneggi dell’amministratore, Batta Malagna. Mattia per vendicarsi compromette la nipote Romilda. Costretto a sposarla si trova a convivere con la suocera Marianna Pescatori che lo disprezza. La vita familiare è un inferno, ed umiliante è il modesto impiego nella Biblioteca Boccamazza. Mattia decide allora di fuggire per tentare una vita diversa. A Montecarlo vince alla roulette un’enorme somma di denaro e per caso legge su un giornale della sua presunta morte. Ha finalmente la possibilità di cambiare vita. Col nome di Adriano Meis comincia a viaggiare, poi si stabilisce a Roma come pensionante in casa del signor Paleari. S’innamora della figlia di lui Adriana e vorrebbe proteggerla dalle mire del losco cognato Terenzio. A questo punto si accorge che la nuova identità fittizia non gli consente di sposarsi, né di denunciare Terenzio, perché Adriano Meis per l’anagrafe non esiste. Architetta allora un finto suicidio per poter riprendere la vera identità. Tornato a Miragno dopo due anni, nessuno lo riconosce, e la moglie è ormai risposata e ha una bambina. Non gli resta che chiudersi in biblioteca a scrivere la sua storia e portare ogni tanto dei fiori sulla sua tomba.

Dunque Mattia Pascal, il protagonista del romanzo di Luigi Pirandello, è all’origine un pirandelliano <<uomo senza qualità>>, appena un nome: il nome era un tempo per il protagonista l’unica certezza, e lo ripeteva a sé e agli altri per riconoscere almeno in quel suono la sua presenza. Il romanzo, Il fu Mattia Pascal, contiene la rappresentazione del dramma esistenziale di ogni uomo che vaga attraverso la vita alla ricerca di una dimensione e di una identità personale. Di fatto, Mattia Pascal scopre che le convenzioni sociali cui ha voluto sottrarsi sono qualcosa di vincolante, ma anche di insostituibile: è inutile che l’uomo cerchi di realizzare se stesso, perché non riuscirà mai a uscire da regole e norme che, mentre lo condizionano, sono altrettanto indispensabili per la sua esistenza. Quindi l’uomo vale solo in virtù di elementi e fattori estranei alla sua realtà di persona. È questa l’ultima conseguenza di quel fallimento globale del mondo ottocentesco: la totale scomparsa dell’eroe, la totale scomparsa di una immagine tradizionale dell’uomo.

Nella Premessa seconda (filosofica) il protagonista decide di mettere per iscritto la sua strana vicenda su consiglio dell’amico bibliotecario, don Eligio: Mattia lascerà il manoscritto nella biblioteca dove aveva lavorato con l’obbligo però di aprirlo soltanto cinquant’anni dopo la sua terza, ultima e definitiva morte. La prima morte è quella che lo vede morto suicida nel mulino, la seconda quella in cui passa a miglior vita il suo alter ego Adriano Meis. E la terza, quella reale.

«Nulla s’inventa, è vero, che non abbia una qualche radice, più o men profonda, nella realtà; e anche le cose più strane possono esser vere, anzi nessuna fantasia arriva a concepire certe follie, certe inverosimili avventure che si scatenano e scoppiano dal seno tumultuoso della vita; ma pure, come e quanto appare diversa dalle invenzioni che noi possiamo trarne la realtà viva e spirante! Di quante cose sostanziali, minutissime, inimmaginabili ha bisogno la nostra invenzione per ridiventare quella stessa realtà da cui fu tratta, di quante fila che la riallaccino nel complicatissimo intrico della vita, fila che noi abbiamo recise per farla diventare una cosa a sé!».

In questo racconto, che è costruito come un lungo grande flashback, ogni personaggio ha ruolo chiave ed emerge chiaramente la teoria pirandelliana della “lanterninosofia”, secondo cui, a differenza del mondo vegetale, privo di sensibilità, l’essere umano ha la sfortuna di avere coscienza della propria vita, con la conseguenza di subordinare la realtà esterna oggettiva a un sentimento interno della vita, caratterizzata da ingannevole mutevolezza.

<<E questo sentimento della vita per il signor Anselmo era appunto come un lanternino che ciascuno di noi porta in sé acceso; un lanternino che ci fa vedere sperduti su la terra, e ci fa vedere il male e il bene; un lanternino che proietta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l’ombra nera, l’ombra paurosa che non esisterebbe, se il lanternino non fosse acceso in noi, ma che noi dobbiamo pur troppo credere vera, fintanto ch’esso si mantiene vivo in noi. Spento alla fine a un soffio, ci accoglierà la notte perpetua dopo il giorno fumoso della nostra illusione, o non rimarremo noi piuttosto alla mercé dell’Essere, che avrà soltanto rotto le vane forme della nostra ragione?».

Il moderno Prometeo

Titolo originale: Frankenstein; or, the Modern Prometheus

Siamo giunti alla fine di ottobre. Dato che oggi si festeggia la spaventosa e moderna festa di Halloween, penso proprio sia il caso di andare a parlarvi di un romanzo gotico, fantasy ed horror. Frankenstein fu scritto dall’autrice Mary Shelley fra il 1816 ed il 1817, all’età di 19 anni, (ed io che a quell’età pensavo solo a divertirmi, come cambiano i tempi), fu pubblicato nel 1818 e modificato dall’autrice per una seconda edizione del 1831. È questo il romanzo con cui nascono le figure letterarie del dottor Victor Frankenstein e della sua creatura, spesso ricordata come mostro di Frankenstein, ma anche, in maniera erronea, come Frankenstein, nome che, invece appartiene al suo artefice.

È probabile che si debba alla figura del mostro, espressione della paura, al tempo diffusa, per lo sviluppo tecnologico, se il romanzo è divenuto immortale. Frankenstein è uno dei miti della letteratura, proprio perché affonda le sue radici nelle paure umane. La “creatura” è l’esempio del sublime, del diverso, che in quanto tale causa terrore.

Dalla pubblicazione del libro, il nome di Frankenstein è entrato nell’immaginario collettivo in ambito letterario, cinematografico e televisivo. È inoltre spesso utilizzato, per estensione, come esempio negativo in quello bioetico, alludendo al fatto che il suddetto dottore compisse esperimenti illeciti o eticamente discutibili.

Siamo nel maggio 1816: la sorellastra di Mary Shelley, Claire Clairmont, divenuta l’amante di Lord Byron, convice i coniugi Shelley a seguirla a Ginevra. Il tempo piovoso costringe i dimoranti a rimanere confinati nella loro residenza di Villa Diodati, dove trascorrono il tempo leggendo storie tedesche di fantasmi, tradotte in francese e raccolte nell’antologia Fantasmagoriana. Byron propone allora di comporre loro stessi una storia di fantasmi: tutti cominciano a scrivere, ma Mary non ebbe subito l’ispirazione.

Intanto le lunghe conversazioni degli uomini vertono sulla natura dei principi della vita, sul galvanismo, sulla possibilità di plasmare una creatura e infondere in essa la vita. Da questi pensieri l’immaginazione di Mary la portano al l’incubo che è all’origine del grande mito gotico: uno studente che si inginocchia di fianco alla creatura che ha assemblato; creatura che, grazie ad una qualche forza, comincia a mostrare segni di vita.

Mary inizia il racconto decisa a ricreare quel terrore che lei stessa ha provato nell’incubo: il successo dello scienziato nell’anima la creatura l’avrebbe terrorizzato ed egli sarebbe scappato dal suo lavoro, sperando che, abbandonato a sé stesso, l’essere sarebbe morto; ma la creatura rimane sconcertata dalla sua solitudine (“Satana aveva i suoi compagni che lo ammirassero e incoraggiassero; ma io sono solo”) e avrebbe voluto dalle spiegazioni, similmente a quelle di Adamo del Paradiso perduto di John Milton che compaiono all’inizio del testo: “Ti chiesi io, Creatore, dall’argilla di crearmi uomo, ti chiesi io dall’oscurità di promuovermi…?” (John Milton, Paradiso Perduto). Il marito spinge Mary a sviluppare maggiormente la storia che viene continuata in Inghilterra.

All’uscita anonima l’11 marzo 1818 le critiche sono sfavorevoli: dicono che il romanzo non insegna nessuna condotta morale e che affatica i sentimenti senza coinvolgere la mente. Walter Scott però scrive che l’autore è dotato di una buona capacità d’espressione e di un buon inglese. L’unico indizio che porta all’autore è la dedica a William Godwin, che i critici attribuiscono a Percy Bysshe Shelley, il suo più famoso discepolo. Ma Frankenstein non è una celebrazione dei razionali principi godwiniani, bensì una lezione morale e forse anche politica su quali azioni possano essere difese come ragionevoli (nella parte centrale, quando la creatura narra la sua storia). I critici tuttavia preferiscono non badare a questo evidente sottofondo e catalogano il romanzo come un’orribile storia movimentata. In ogni caso Frankenstein, come Dracula, è subito un best seller e i critici rimangono spiazzati quando nella seconda edizione l’autore si rivela un’autrice (scrivono “per un uomo era eccellente, ma per una donna è straordinario”), e per giunta molto giovane (21 anni).

Per l’autrice di quello che è generalmente considerato il più grande mito gotico di tutti i tempi, la presenza di alcune opere come retroterra letterario è scontata: ha infatti letto I misteri di Udolpho (1794) e L’italiano (1796) di Ann Radcliffe, Il Monaco di Matthew Gregory Lewis, Vathek di William Beckford. Quest’ultimo si rifiuta di ammettere Frankenstein all’interno del genere gotico, per lo stile realistico delle sue descrizioni, che producono un effetto molto più potente dello stile rifinito di Beckford. In effetti Frankenstein è diverso dal tradizionale gotico in cui gli elementi naturali rimangono intatti. Quella natura che ci circonda, tanto amata nel Settecento, viene fortemente invasa. È Victor stesso a dichiarare di voler sconfiggere ogni malattia e debolezza umana. Vi sono alcuni punti però che possono accostare Frankenstein al gotico, come l’ansia data per la mancanza d’una via d’uscita e il fatto che entrambi i protagonisti vogliano perseguitarsi fino alla morte di uno di loro. Man mano che si procede verso la fine della storia i loro percorsi si fanno sempre più intrecciati, fino a ricordare un Doppelgänger Motiv (alter ego o sosia, in italiano). Il romanzo può dunque rientrare in un tipo di gotico moderno che illustra l’aspetto più importante di questo genere e cioè la mancanza del rapporto tra causa ed effetto o comunque la sua debolezza. Successivamente l’opera è stata considerata anche il primo romanzo di fantascienza.

Il sottotitolo del romanzo, Il Prometeo moderno (The Modern Prometheus), allude all’aspirazione degli scienziati di poter fare tecnicamente qualsiasi cosa. Vi sono due versioni della storia di Prometeo che Mary Shelley cerca di unificare: il Prometeo della mitologia greca, un titano ribelle che ruba il fuoco dall’Olimpo per salvare l’umanità, da cui viene tratto il tema della ribellione contro il destino; la rielaborazione romana della leggenda di Ovidio (dalle Metamorfosi), in cui Prometeo plasma gli esseri umani dalla creta.

Dato che siamo nel “mood” di Halloween, fra l’horror ed il fantasy credo che questo romanzo meriti una lettura, o se lo avete già letto rilettura.

Buona lettura e buon Halloween!

Prime impressioni

Titolo originale: Pride & Prejudice

Orgoglio e pregiudizio, pubblicato per la prima volta nel 1813 è senza dubbio il romanzo più famoso di Jane Austen (1775-1817).

È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie”

Così ha inizio il romanzo, di gran lunga uno dei testi più importanti dell’800 che, dietro all’apparente frivolezza della trama, mette allo scoperto diverse problematiche che segnarono quel secolo, in particolar modo per quanto riguarda la condizione della donna e i rapporti matrimoniali, profondamente influenzati da ciò che la società pensava fosse giusto, non permettendo alle donne di esprimere se stesse.

Una breve sinossi: A Longbourne in Inghilterra vive la signora Bennet, donna allegra ma profondamente frivola, con le sue 5 figlie. La maggiore Jane è bella e sensibile, la seconda Elizabeth intelligente e spiritosa.
Presso i Bennet nella lussuosa dimora di Netherfield Park si trasferisce il ricco scapolo Bingley, che si infatua della maggiore Jane. La loro storia d’amore parte con i migliori presupposti ma Bingley ritorna a Londra e abbandona Jane da un momento all’altro, lasciandola nella più totale disperazione. La causa di questa rottura tra Jane e Bingley, secondo sua sorella Elizabeth, è dovuta allo zampino dell’amico aristocratico di Bingley, il signorino “Darcy”, che ha sempre guardato con occhi di distacco e superiorità la famiglia Bennet per la loro modesta estrazione sociale. Inoltre Wickham, amico di Bingley e delle sorelle minori di Elizabeth, ha sempre creduto nella forte negatività di Darcy sull’intera famiglia Bennet. Profondamente influenzata dagli avvenimenti e dall’opinione sociale su Darcy, Elizabeth rifiuta pertanto con sdegno la proposta di matrimonio che lo stesso le fa malgrado le riserve nei confronti dei Bennet. L’immagine di questo giovane ragazzo è influenzata dall’opinione sociale che sconvolge la ragazza e lo rende un personaggio da allontanare e ripudiare. La situazione si complica ulteriormente quando in casa giunge il reverendo Collins, un lontano parente destinato, come diretto discendente maschio, ad ereditare la proprietà dei Bennet, il quale vorrebbe sposare Elizabeth, che invece lo respinge. Passa del tempo e Darcy ha occasione di mostrare a Elizabeth la sua vera natura di uomo colto e sensibile, rivelando una tenerezza inaspettata. Quando Elizabeth viene a sapere che la sorella Lydia è fuggita con Wickham, egli l’aiuta a ritrovarla e s’impegna perché i due si sposino. Suggestionata dall’aiuto offerto, alla seconda proposta di matrimonio da parte di Darcy la donna non può che accettare. Si chiariscono intanto anche i malintesi fra Bingley e Jane e i due si fidanzano con grande felicità della signora Bennet. I loro matrimoni sono influenzati dall’opinione materna, che vede negli scapoli d’oro l’occasione chiave per sistemare le figlie e garantire loro un futuro di agi. Il romanzo si conclude con gli attesi matrimoni tra la bella Elizabeth e Darcy e quello tra Jane e Bingley, vedendo così finalmente sconfitti l’orgoglio ed il pregiudizio.

L’autrice, come detto, pubblicò Orgoglio e Pregiudizio nel 1813, ma in realtà scrisse la prima stesura del romanzo, intitolata Prime impressioni, tra il 1796 e il 1797, a soli ventun anni. Non l’avrebbe vista pubblicata fin quasi alla soglia dei quarant’anni. Jane Austen era molto orgogliosa del suo romanzo, ma Temev potesse essere troppo frivolo e leggero. La letteratura del suo tempo era fortemente improntata a una funzione pedagogica e morale e l’autrice stessa, in una lettera alla sorella Cassandra, si preoccupava di come il suo romanzo fosse troppo “brillante”,”vivace”, “leggero”, mentre in letteratura occorrono maggiori “ombre” e “tensioni”. Non stupisce che il suo lavoro successivo, Mansfield Park (1814), fu il suo romanzo più “serio” e “impegnativo”. Forse proprio per questo il meno amato dai suoi fan.

Orgoglio e Pregiudizio è un romanzo scorrevole e semplice: il merito è dei dialoghi e dell’abilità letteraria della sua autrice che non solo dipinge in modo encomiabile la società inglese dell’epoca, ma restituisce al lettore personaggi ben caratterizzati, ben definiti nei loro pensieri e atteggiamenti e, malgrado siano passati duecento anni, resta facile farsi travolgere da balli, sguardi languidi, matrimoni e colpi di scena. Una storia lontana dai nostri giorni, ma non certamente lontana dai nostri cuori.

Secondo una ricerca dell’associazione non profit Online Computer Library Center, Orgoglio e Pregiudizio risulta essere al 32° posto nella classifica dei libri più richiesti alle biblioteche di tutto il mondo.

La balena

Versione originale: Moby Dick, or the Whale

<<Laggiù soffia! Laggiù soffia! La gobba come una montagna di neve! È Moby Dick!>>

In questa domenica, per me piuttosto comatosa, ho pensato di parlare di un romanzo, molto famoso, che lessi tempo fa. Mi ci volle un bel po’ per completarne la lettura, dato la mole del volume. Sto parlando di Moby Dick, capolavoro di Herman Melville (1819-1891), pubblicato nel 1851 ed oggi è considerato il massimo esempio di romanzo americano dell’Ottocento, anche se l’opera fu riscoperta solo negli anni Venti dell’ultimo secolo, quando venne segnalato come pietra angolare della tradizione letteraria americana.

Il romanzo è il resoconto in prima persona del protagonista Ismaele della spedizione di una nave baleniera, il Pequod, all’inseguimento della mitica “balena bianca” (in realtà si tratta di un capodoglio) Moby Dick. Al comando della nave c’è la figura carismatica del capitano Achab, ossessionato dalla vendetta contro Moby Dick che, in una precedente battuta di caccia, gli aveva strappato una gamba.

Moby Dick, in una specie di enorme enciclopedia umana, alterna alle scene di caccia alla balena bianca (in parte basate su fatti realmente accaduti) le riflessioni del protagonista e dell’autore su temi che spaziano dalla fede in Dio e il destino al legame tra il bene e il male, dall’analisi dei personaggi e delle loro classi sociali al rapporto con la natura selvaggia e all’ansia di scoprire l’ignoto.

Per il puritano Melville la lotta epica tra Achab e la balena rappresenta una sfida tra il Bene ed il Male. Moby Dick riassume, inoltre, il Male dell’universo e il demoniaco presente nell’animo umano. Achab ha l’idea fissa di vendicarsi della balena che lo ha mutilato e a ciò si unisce una furia autodistruttiva: <<La Balena Bianca gli nuotava davanti come la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell’intimo…>> Ma la balena rappresenta anche l’assoluto che l’uomo insegue e non può conoscere mai: <<Ma non abbiamo ancora risolto l’incantesimo di questa bianchezza né trovato perché abbia un così potente influsso sull’anima; più strano e molto più portentoso, dato che, come abbiamo veduto, essa è il simbolo più significativo di cose spirituali, il velo stesso, anzi, della Divinità Cristiana, e pure è insieme la causa intensificante nelle cose che più atterriscono l’uomo!… >> Quanto alla rappresentazione nel romanzo della natura, essa è un’entità tremenda e fascinosa (il mare, gli abissi) e può essere vista come esempio di Sublime romantico (categoria estetica che risale all’antichità classica e successivamente al Romanticismo): lo spruzzo intermittente della balena è come un soffio potente per cui i marinai <<non avrebbero potuto rabbrividire di più, eppure non provavano terrore, ma piuttosto un piacere… >>

Due avvenimenti reali costituirono la genesi del racconto di Melville. Il primo è l’affondamento nel 1820 della baleniera Essex di Nantucket, dopo l’urto con un enorme capodaglio a 3200 km dalla costa occidentale del Sud America. Il primo ufficiale Owen Chase, uno degli otto sopravvissuti, riportò l’avvenimento nel suo libro del 1821 Narrazione del naufragio della Baleniera Essex di Nantucket che fu affondata da un grosso capodoglio al largo dell’Oceano Pacifico. Il secondo evento fu la presunta uccisione, attorno al 1830, del capodoglio albino Mocha Dick nelle acque al largo dell’isola cilena di Mocha. Si raccontava che Mocha Dick avesse venti o più ramponi conficcatigli nel dorso da altri balenieri e che sembrava attaccare le navi con una ferocia premeditata come raccontò l’esploratore Jeremiah N. Reynolds, nel maggio 1839 sul The Knickerbocker.

Il convivio

Titolo originale: Il Simposio (Συμπόσιον)

Ebbene oggi mi è venuto un bell’attacco di nostalgia in piena regola, rovistando fra diari e libri delle mie superiori. Liceo classico. Una scuola che mi ha insegnato tanto, ma chissà se sto mettendo a frutto ciò che mi ha lasciato. Fra tutti i libri è balzato fuori il Simposio di Platone, che abbiamo studiato con il professore di filosofia. Il mio prof preferito. Diciamo che lui spesso e volentieri salvava la mia media di voti, perché le mie materie preferite storia e filosofia erano le uniche a cui dedicavo la vera attenzione. Che sciocca. Tutte le materie erano, sono importanti. Ma basta divagare… Parlerò oggi di questa sorta di dialogo, risalente al IV secolo a.C, direte voi, così vecchio, sarà noioso. E invece no, è davvero attuale, perché la tematica affrontata è universale e soprattutto senza tempo, mi riferisco all’amore o Eros per dirla con un altro termine.

Il simposio è forse il più conosciuto dei dialoghi di Platone, in particolare, si differenzia dagli altri scritti del filosofo per la sua struttura, che si articola non tanto in un dialogo, quanto nelle varie parti di un agone oratorio, in cui ciascuno degli interlocutori, scelti tra il fiore degli intellettuali ateniesi, espone con un ampio discorso la propria teoria su Eros (“Amore”).

Nato nell’anno dell’ottantesima Olimpiade, intorno al 428 a.C., Platone fu un filosofo greco allievo di Socrate e maestro di Aristotele: i tre hanno il merito di aver posto le basi della filosofia occidentale. Sembra che il nome Platone gli derivi dalla larghezza delle sue spalle (platýs in greco vuol dire “ampio”), poiché in giovane età il filosofo praticava il pancrazio, sport simile al pugilato. Affascinato dalla maieutica socratica e dal suo modo di condurre gli studenti alla conoscenza, Platone si appassionò ed affrontò molti temi, tra cui la giustizia, la bellezza e l’uguaglianza, la politica, l’epistemologia e la filosofia del linguaggio. Fondò l’Accademia di Atene, uno dei primi istituti di istruzione superiore del mondo occidentale, che continuò ad operare ben oltre la sua morte: l’Accademia fu chiusa solo nel 529 d.C, dall’imperatore bizantino Giustiniano. Morì ad Atene intorno al 347 a.C., dopo aver dedicato gli ultimi anni della sua vita all’Accademia e ai suoi scritti.

La cornice in cui si inseriscono i vari interventi è rappresentata dal banchetto, offerto dal poeta tragico Agatone per festeggiare la sua vittoria negli agoni delle Lenee, oppure alle Grandi Dionisie, del 416 a.C. Fra gli invitati, oltre a Socrate e al suo discepolo Aristodemo, il medico Erissimaco, il commediografo Aristofane, Pausania l’amante di Agatone e il suo amico Fedro, figlio di Pitocle ed esperto di retorica: ognuno di loro, su invito di Erissimaco, terrà un discorso che ha per oggetto un elogio di Eros. Verso la fine, fa una clamorosa irruzione anche Alcibiade, completamente ubriaco, incoronato di edera e di viole, accompagnato dal suo komos (corteo rituale), che si presenta per festeggiare Agatone, e che viene accolto con cordialità. Alla fine del banchetto, la mattina seguente, Socrate (uno dei pochi rimasti svegli per tutta la notte) lascia l’abitazione e, seguito da Aristodemo, si dirige verso il Liceo, luogo nel quale Aristotele, molti anni dopo, fondò la sua scuola.

Il Simposio si concentra sul banchetto tenuto a casa di Agotone, assumendo i caratteri vivi di una tipica rappresentazione teatrale incentrata sull’amore e sull’eros, nonché sui diversi miti e leggende. Nonostante gli argomenti centrali la trama scritta dell’opera si presenta nella sua prima parte particolarmente complessa,cercando di affrontare il tema dell’eros con un distacco emotivo sufficiente a non cadere all’interno dell’immedesimazione, cercando dall’altra parte di frapporre il pensiero di Fedro all’utilitarismo e mania della vita quotidiana.

Le cornici narrative sembrano essere state inserite per suscitare nel lettore il dubbio sistematico sui mezzi di comunicazione frapposti ai vari personaggi, concentrandosi nella seconda parte dell’opera nel mito delle diverse origini legate all’eros, rimarcando un’omosessualità approvata all’interno delle tradizioni dell’Atene antica tra un uomo più anziano e un ragazzo più giovane. Le due diverse tipologie legate all’eros rispecchiano i due rovesci della medaglia legati ai sentimenti strettamente ‘celesti e puri’, come nel caso dell’amore platonico, in contrapposizione al piacere della carne dato dall’attrazione fisica.

“Colui che ama è cosa più divina di chi si lascia amare, perché un dio lo possiede; per questo gli dei onorarono maggiormente Achille che non Alcesti e gli dischiusero le isole dei beati. Per concludere io affermo che Amore è il più antico degli dei, il più degno di onori, quello che più può infondere agli uomini virtù e felicità, sia mentre vivono che dopo la loro morte.

Chiedo perdono in anticipo se non mi addentro in più dettagli di questo dialogo immortale, ma consiglio di leggerlo per poter apprezzare la magnificenza e la saggezza di questi uomini vissuti migliaia di anni fa.

La bambina che salvava i libri

Titolo originale: The book thief

Storia di una ladra di libri, il romanzo di cui parlerò oggi, è nella top ten dei miei libri preferiti. Anche il prestigioso New York Times lo ha definito come un libro che ti cambia la vita.

É il 1939 nella Germania nazista. Tutto il paese è col fiato sospeso. La Morte non ha mai avuto tanto da fare, ed è solo l’inizio. Il giorno del funerale del suo fratellino, Liesel Meminger raccoglie un oggetto seminascosto nella neve, qualcosa di sconosciuto e confortante al tempo stesso, un libriccino abbandonato lì, forse, o dimenticato dai custodi del minuscolo cimitero. Liesel non ci pensa due volte, le pare un sogno, la prova tangibile di un ricordo per il futuro: lo ruba e lo porta con sé. Così comincia la storia di una piccola ladra, la storia d’amore di Liesel con i libri e con le parole, che per lei diventano un talismano contro l’orrore che la circonda. Grazie al padre adottivo impara a leggere e ben presto si fa più esperta e temeraria: prima strappa i libri ai roghi nazisti perché <<ai tedeschi piaceva bruciare cose. Negozi, sinagoghe, case e libri>>, poi li sottrae dalla biblioteca della moglie del sindaco, e interviene tutte le volte che ce n’è uno in pericolo. Lei li salva, come farebbe con qualsiasi creatura. Ma i tempi si fanno sempre più difficili. Quando la famiglia putativa di Liesel nasconde un ebreo in cantina, il mondo della ragazzina all’improvviso diventa più piccolo. E, al contempo, più vasto.

Raccontato dalla Morte – curiosa, amabile, partecipe, chiacchierona – Storia di una ladra di libri è un romanzo sul potere delle parole e sulla capacità dei libri di nutrire lo spirito.

La storia, naturalmente, è un’opera di fantasia e delicatezza dello scrittore Markus Zusak, ma il contesto e le vicende che fanno da sfondo e causa al racconto sono tristemente note. E forse Liesel Meminger e i coniugi Hubermann non sono mai davvero esistiti, ma persone come loro hanno vissuto storie simili. E l’autore ha studiato attentamente e con cura la situazione della Germania Nazista e le conseguenze in Europa prima di trattare la sua storia. È noto che durante la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, ai libri che non seguivano l’ideologia nazista toccava una sorte impietosa. Erano chiamati Bücherverbrennungen, noti in Italia come i roghi dei libri – ed erano enormi eventi organizzati nelle piazze dove le persone assistevano ad una situazione insostenibile: interminabili copie di libri che bruciavano tra le fiamme a causa di un regime del terrore. Il primo e più famoso rogo di libri avvenne nel maggio del 1933 segnando l’inizio di una profonda ferita per la civiltà europea. Alcune scene, nascono dai racconti dei genitori di Zusak, che hanno vissuto in Germania e assistito alle terribili vicende di quel periodo. Come un gruppo di soldati che trascinava via delle persone per portarle nei campi di concentramento. La madre di Zusak aveva solo sei anni, come ricorda lo scrittore, e non ha mai dimenticato quella scena. E ancora, così come la famiglia di Liesel ha nascosto Max dai soldati tedeschi, tantissime famiglie durante il periodo nazista hanno scelto di rischiare la propria vita nascondendo dei rifugiati per salvare loro la vita. Il libro Storia di una ladra di libri è una nuova prospettiva, dolce quanto crudele, su una storia mai dimenticata.

Donne e scrittura…

<<Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?>>

(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, 1929)

Oggi andrò a parlarvi di una delle mie scrittrici preferite, ed in particolare di una sua opera: Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé.

Virginia Woolf (1882-1941) è stata una scrittrice, saggista ed attivista britannica. Una delle figure che hanno maggiormente influenzato la letteratura del XX secolo, fu impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi ed assieme al marito militante del fabianesimo, un movimento politico e sociale britannico istituito a Londra nel 1884, che si proponeva come scopo istituzionale l’elevazione delle classi lavoratrici, per renderle idonee ad assumere il controllo dei mezzi di produzione. Nel periodo fra le due guerre ella fu membro del Bloomsbury Group, un gruppo di artisti e allievi nato in Inghilterra nel quartiere londinese di Bloomsbury, dal 1905 alla Seconda guerra mondiale.

Una stanza tutta per sé, opera saggistica del 1929, compare la celebre citazione: “Una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi.” Il libro è un capolavoro di ingegno che rende verità e giustizia al genere femminile, ma considerarlo un semplice manifesto femminista è piuttosto riduttivo. Il testo, diviso in sei capitoli, raccoglie due conferenze che la Woolf tenne nel 1928 alle studentesse di Cambridge, successivamente modificate ed ampliate nel 1929 nel volume dal titolo originale A Room of One’s Own.

Già dalla prima pagina è chiaro l’intento dell’autrice che è quello di offrire “un nocciolo di verità pura”. Un primo tema che riguarda tutta l’opera è quello di non avere nessuna fretta, né bisogno di scintillare. Nessun bisogno di essere altro che se stessi, perché per imparare a scrivere romanzi c’è bisogno di tempo, spazio e un gruzzoletto di denaro, ogni donna deve cercare l’indipendenza: “pensavo com’è spiacevole rimanere chiusi fuori; e poi quanto sia forse peggio rimanere chiusi dentro”. La scrittrice non si limita a vedere la donna come vittima, lascia fuori la rabbia come dimostrano le sue parole: “La vita per entrambi i sessi è ardua, è difficile, una continua lotta. Richiede coraggio e forza giganteschi. […] richiede fiducia in se stessi”.

Un secondo concetto importante su cui si focalizza l’attenzione dell’autrice è il fatto che sulle donne non si sappia nulla prima del ‘700. Sicuramente nella letteratura, dall’ alba di tutti i tempi, la donna è stata musa ispiratrice, ma poi nella realtà era rinchiusa e aggredita nonché inferiorizzata. Non si può sapere se aveva una stanza tutta per sé, o com’era la sua casa o se si occupava della cucina, possiamo solo immaginarlo. Ed ecco il terzo punto chiave del saggio: l’immaginazione. La Woolf, infatti, prova a fantasticare su cosa sarebbe accaduto se nel ‘500 Shakespeare avesse avuto una sorella incredibilmente dotata. A quell’epoca una donna nata col talento poetico sarebbe stata una donna infelice, in lotta con se stessa, resa pazza dalla tortura causatale dal proprio talento, così da essere probabilmente costretta a cercare il suicidio, e seppure fosse sopravvissuta comunque il suo valore non sarebbe stato riconosciuto, i suoi scritti sarebbero stati modificati e forse non avrebbero nemmeno circolato con la sua firma. Insomma per le donne le difficoltà materiali e immateriali erano assai peggiori. Ed è solo verso la fine del ‘700 che avvenne un mutamento per cui la donna di classe media cominciò a scrivere.

Un quarto ed ultimo elemento che richiede attenzione è senza dubbio, quello dell’armonia del cervello che gioca sul doppio binario mente/sessi: “in ognuno di noi dominano due forze, una maschile e una femminile, e nel cervello dell’uomo l’uomo predomina sulla donna, e nel cervello della donna la donna predomina sull’uomo. Lo stato più normale e più appagante si ha quando le due forze vivono insieme in armonia, cooperando spiritualmente”. Dunque questo rivendicare superiorità e attribuire inferiorità deve necessariamente essere superato. Il libro si chiude con un eterno invito puri-generazionale: “nel mio discorso vi ho detto che Shakespeare aveva una sorella […] Ora io credo che questa poetessa, che non scrisse mai una parola e venne sepolta ad un crocicchio, viva ancora. Vive in voi e vive in me […] perché i grandi poeti non muoiono; sono presenze perenni: hanno solo bisogno di un’opportunità per tornare fra noi in carne ed ossa […] Ma io sostengo che lei verrà, se lavoreremo, per lei”.

L’acchiappatore nella segale

Titolo originale: The Catcher in the Rye

In questo lunedì ottombrino, vorrei commentare un libro che ho letto diversi mesi fa e che mi è piaciuto molto. Sto parlando del giovane Holden. Con il titolo originale di The Catcher in the Rye, scritto da J. D. Salinger nel 1951. Il titolo inglese allude ad una strofa di una nota canzone in Scots attribuita a Robert Burns, Comin’ Through the Rye:

<< «Gin a body meet a body

Coming thro’ the rye,

Gin a body kiss a body

Need a body cry?»

Il titolo nasce dalla storpiatura del secondo verso della strofa che il protagonista opera involontariamente in uno dei passaggi più importanti del romanzo quando, interrogato dalla sorella Phoebe su cosa voglia veramente fare da grande, risponde, ispirandosi alla scena evocata dalla poesia di Burns, “colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale”. In inglese, l’espressione suona bizzarra per l’immagine che evoca, ma è formata da termini comuni: catcher indica anche il ruolo del ricevitore nelle squadre di baseball, mentre rye è popolare quanto il rye whiskey, un distillato che, secondo le leggi degli USA, deve essere prodotto impiegando almeno il 51% di segale. In italiano, con una traduzione letterale il titolo sarebbe risultato “Il prenditore nel campo di segale”, Il prenditore nella segale o alternativamente, Il prenditore nel whiskey (altre possibili traduzioni sono Il terzino nella grappa, L’acchiappatore nella segale o Il salvatore sul precipizio). Alla fine il primo traduttore italiano optò per Vita da uomo, poi cambiato in Il giovane Holden nelle successive riedizioni, anche se il titolo originale resta comunque conosciuto anche fuori dal mondo anglosassone.

Salinger volle che la copertina del romanzo fosse interamente bianca. Questo perchè egli desiderava che il volume fosse acquistato per il suo contenuto e non per la copertina.

Il racconto ha inizio in un’ipotetica cittadina della Pennsylvania, Agerstown, dove ha sede la scuola di preparazione al college alla quale Holden è stato iscritto dai suoi genitori, la Pencey. Salinger, che in gioventù aveva frequentato un college militare a Wayne, Pennsylvania, fa certamente riferimento, in questa fase del romanzo, a delle esperienze autobiografiche. La narrazione si trasferisce poi definitivamente a New York, dove, nell’area metropolitana di Manhattan compresa tra la parte sud di Central Park e il Greenwich Village, hanno luogo tutte le vicende successive.

«E poi non mi metto certo a farvi la mia stupida autobiografia o non so cosa. Vi racconterò giusto la roba da matti che mi è capitata sotto Natale, prima di ritrovarmi cosí a pezzi che poi sono dovuto venire qui a stare un po’ tranquillo. Ovvero quel che ho raccontato a D. B., che però è mio fratello, non so se mi spiego. Lui sta a Hollywood, quindi non lontanissimo da questo schifo di posto, e infatti viene a trovarmi praticamente ogni weekend. Dice che mi riaccompagna in macchina quando il mese prossimo torno a casa, forse. Si è appena comprato una Jaguar. Uno di quei gioiellini inglesi che fanno anche i trecento all’ora. L’ha pagata una sberla tipo quattromila dollari. È sfondato di soldi, adesso. Prima no. Prima, quando stava a casa, era solo uno scrittore normale».

Il giovane Holden è un romanzo di formazione del passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Tuttavia, nello specifico caso de Il giovane Holden il confine tra età giovanile ed età adulta non è varcato per scelta – non si sa quanto consapevole – del protagonista stesso, che ritiene l’età adulta falsa e pretenziosa. Di conseguenza Holden ammanta la propria incapacità psicologica di crescere con una presunzione morale che funziona come una barriera protettiva: il vuoto di valore che Holden trova intorno a sé può essere anche interpretato come uno specchio della propria tormentata condizione interiore. Il distacco, misto spesso a disprezzo e cinismo, che egli prova per il mondo degli adulti – ma di cui lui stesso è sovente corresponsabile – ha il suo contraltare nell’esaltazione dell’innocenza, un altro tema molto caro alla letteratura americana, impersonato in particolar modo da Phoebe.

Salinger fu uno dei principali esponenti della Beat Generation, anche se la sua vita e la sua scrittura furono notevolmente influenzate dall’entrata in un lager nazista che, appena ventenne, l’autore visitò come soldato.

Forse anche il ricordo dell’orrore visto durante la seconda guerra mondiale lo convinsero a lasciare la caotica New York per trasferirsi nella più tranquilla Cornish, dove si eclissò lentamente, sparendo del tutto dalle scene nel 1990 e morendo per un tumore al pancreas nel 2010.

Sia la vita dell’autore, che del protagonista del romanzo, mi hanno molto colpita. Vi consiglio di leggere le opere di questo scrittore, so che non ve ne pentirete.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora