L’inverno dei Leoni ❄❄🦁🦁

L’inverno dei Leoni, la saga dei Florio, Autrice: Stefania Auci, Prima pubblicazione: 24 maggio 2021, Editore Nord, Collana Narrativa

“Il potere crea nemici. E certi nemici sono come vermi. Basta una crepa, un cedimento, e le larve attecchiscono, e trasformano un corpo sano in carne marcia”.

Hanno vinto, i Florio, i Leoni di Sicilia. Lontani sono i tempi della misera putìa al centro di Palermo, dei sacchi di spezie, di Paolo e di Ignazio, arrivati lì per sfuggire alla miseria, ricchi solo di determinazione. Adesso hanno palazzi e fabbriche, navi e tonnare, sete e gioielli. Adesso tutta la città li ammira, li onora e li teme.
E il giovane Ignazio non teme nessuno. Il destino di Casa Florio è stato il suo destino fin dalla nascita, gli scorre nelle vene, lo spinge ad andare oltre la Sicilia, verso Roma e gli intrighi della politica, verso l’Europa e le sue corti, verso il dominio navale del Mediterraneo, verso l’acquisto dell’intero arcipelago delle Egadi. È un impero sfolgorante, quello di Ignazio, che però ha un cuore di ghiaccio. Perché per la gloria di Casa Florio lui ha dovuto rinunciare all’amore che avrebbe rovesciato il suo destino. E l’ombra di quell’amore non lo lascia mai, fino all’ultimo…
Ha paura, invece, suo figlio Ignazziddu, che a poco più di vent’anni riceve in eredità tutto ciò suo padre ha costruito. Ha paura perché lui non vuole essere schiavo di un nome, sacrificare se stesso sull’altare della famiglia. Eppure ci prova, affrontando un mondo che cambia troppo rapidamente, agitato da forze nuove, violente e incontrollabili. Ci prova, ma capisce che non basta avere il sangue dei Florio per imporsi. Ci vuole qualcos’altro, qualcosa che avevano suo nonno e suo padre e che a lui manca. Ma dove, cosa, ha sbagliato?
Vincono tutto e poi perdono tutto, i Florio. Eppure questa non è che una parte della loro incredibile storia. Perché questo padre e questo figlio, così diversi, così lontani, hanno accanto due donne anche loro molto diverse, eppure entrambe straordinarie: Giovanna, la moglie di Ignazio, dura e fragile come cristallo, piena di passione ma affamata d’amore, e Franca, la moglie di Ignazziddu, la donna più bella d’Europa, la cui esistenza dorata va in frantumi sotto i colpi di un destino crudele.
Sono loro, sono queste due donne, a compiere la vera parabola – esaltante e terribile, gloriosa e tragica – di una famiglia che, per un lungo istante, ha illuminato il mondo. E a farci capire perché, dopo tanti anni, i Florio continuano a vivere, a far battere il cuore di un’isola e di una città. Unici e indimenticabili.

A mio parere, con questo romanzo la Auci si è superata rispetto al primo volume come abilità descrittiva e capacità di rendere romanzo la storia di una delle famiglie più potenti dell’Europa di fine Ottocento. 670 pagine che scorrono veloci (praticamente un ossimoro) nel raccontare l’ascesa e il declino di una dinastia che ha lasciato un segno indelebile nella storia della Sicilia. Bello, coinvolgente, con la vivida intensità di una saga familiare, trascina il lettore nelle vicende dei Florio, dando l’impressione di vivere nel loro stesso mondo costellato di ricevimenti e feste eleganti, di viaggi e di incontri illustri.

“È destino degli uomini essere felici e non rendersi conto di esserlo. È la loro maledizione sprecare il tempo della gioia senza rendersi conto che è tanto raro quanto irripetibile. Che la memoria non può ridarti ciò che hai provato perché ti restituirà invece la misura di ciò che hai perduto.” 

Ignazio jr. e Franca Florio ed i figli Giovanna e Ignazio, data della fotografia incerta, certamente prima del 1903.

Cambiare l’acqua ai fiori

Titolo originale: Changer l’eau des fleurs, autore: Valérie Perrin, 1ª ed. originale 2018, Editore E/O

“Mi tengo dritta, è una mia peculiarità. Non mi sono mai piegata, neanche nei periodi di maggior dolore. Spesso mi chiedono se abbia fatto danza classica. Rispondo di no, che è stata la quotidianità a darmi una disciplina, a farmi allenare ogni giorno alla sbarra e sulle punte”.
Violette Trenet ne ha passate tante, è più volte caduta ma si è sempre rialzata, ha attraversato abbandoni, tradimenti, le perdite più dolorose, ma la sua giornata adesso profuma di gelsomino e di miele, le sue stanze sono bomboniere pastello che sanno di fresco. Violette sorride, nella sua solitudine piena di faccende, tra le piante odorose del suo giardino, “settecento metri quadrati di gioia, amore, sudore, coraggio, volontà e pazienza” e la sua casa, la cui porta è sempre aperta. Fa la guardiana del cimitero, Violette, e il suo paradiso è fatto di tante cose, piccole e immense, che lei assapora ogni giorno come doni del cielo.
In un cimitero lei ha trovato il segreto della sua felicità.
È una donna bella e riservata, la protagonista del romanzo di Valérie Perrin: chi visita il cimitero, e accompagna i propri morti, entra nella sua casa in cerca di conforto, e trova occhi buoni ad accogliere, caffè e parole, che escono spontanee da un cuore grande e sincero. Violette va oltre i suoi doveri, e si prende cura delle tombe con dedizione, conosce le storie di tutti, come se fossero suoi cari, e tiene un registro, dove trascrive i particolari di ogni funerale, la pioggia e il sole, i palloncini e le lacrime, i discorsi e i fiori, gli epitaffi, alcuni potentissimi.
“Se la vita è solo un passaggio, almeno su questo passaggio seminiamo fiori”.
Violette parla coi morti, coi gatti, coi fratelli Lucchini delle pompe funebri, con i tre bislacchi necrofori, Nono, Gaston e Elvis, con padre Cedric, interrogandolo sull’amore; ma soprattutto parla a stessa.
La sua solitudine è un dialogo ininterrotto tra la morte che la circonda e la vita che la anima, nella consapevolezza serena e positiva, che una non esiste senza l’altra. E come la luce non ha senso senza l’ombra, in questa storia di chiaroscuri, Violette ha due armadi, che nulla hanno a che vedere con le stagioni: l’armadio inverno ha vestiti scuri e austeri, destinati agli altri, l’armadio estate ha abiti chiari e colorati, destinati solo a sé: indossa l’estate sotto l’inverno, la guardiana del cimitero, e quando è sola, si toglie di dosso l’inverno e svela i suoi colori.
Una mattina alla sua porta arriva Julien, un commissario di Marsiglia, che odora di cannella e tabacco e vaniglia, e per Violette è come ritrovare una persona persa da tanto tempo. Julien ha una richiesta strana, che anche lui non capisce: la madre, nelle sue ultime volontà, ha chiesto che le sue ceneri fossero poste sulla tomba di un uomo che lui non conosce.
Sarà il racconto di una storia d’amore che ha superato la vita e abbracciato l’eternità a svelare la potenza di legami indissolubili, che si rincorrono tra passato e presente.
“Appena ha aperto bocca ho sentito la solitudine staccarsi da me come una pelle morta. La sua voce mi ha fatto l’effetto di una schiarita, come se mi avesse acceso un lampione sopra la testa, come quando una giornata si presenta uggiosa, poi il cielo plumbeo si dischiude e il sole penetra non si sa da dove per illuminare certi punti del paesaggio”.
Vincitore nel 2018 del Prix Maison de La Presse, Cambiare l’acqua ai fiori è un romanzo bizzarro e commovente, che non ha nulla di macabro, dove i soli fantasmi sono i ricordi che ritornano: un romanzo sull’amore, più forte di tutto, che riecheggia in ogni pagina di vita, di poesia, di musica e di colore, degli aromi delle verdure fresche e del profumo di rosa.
“Dammi notizie ogni tanto. Ma non troppo spesso, sennò le aspetterò”.

Il libro di Valérie Perrin non suscita solo critiche positive e alcuni fanno notare l’ispirazione a situazioni già conosciute, come ad esempio a certi aspetti della vicenda narrata ne I ponti di Madison County ma anche il riconoscimento per la capacità di coinvolgere il lettore con una scrittura raffinata. Secondo altri richiama in parte la storia descritta ne L’eleganza del riccio e la narrazione aiuta ad evitare il pregiudizio che spinge a mettere ogni persona in una casella ordinata della nostra classificazione personale.

Valérie Perrin lavora da sempre nel mondo dell’arte e per anni è stata fotografa di scena delle più importanti produzioni cinematografiche francesi, tra cui quelle del marito Claude Lelouche. Il suo talento nel cogliere attraverso l’obiettivo situazioni, atmosfere, emozioni le ha fatto conquistare numerosi premi.

Valérie Perrin

La simmetria dei desideri

La simmetria dei desideri, (Mishlà ahat yemina, 2008), di Eshkol Nevo, Editore Beat, data di pubblicazione 5 settembre 2012

Ascoltando i Passenger con la loro A Song for the Drunk and Broken Hearted non posso non parlare di uno dei romanzi che mi ha più segnato nel 2021, in maniera positiva. Mi ha fatto rendere conto che sebbene molti nostri desideri non si realizzano e non lo faranno in futuro, questo non significa che le nostre vite non abbiano un significato, ma che le persone che frequentiamo, che sono di passaggio o che rimangono al nostro fianco, sono loro, insieme alle circostanze che viviamo, che ci rendono quello che siamo. Imperfetti ma, desiderosi di fare del bene e di lasciare un segno nel mondo.

Quattro giovani amici, originari di Haifa ma ormai residenti a Tel Aviv, seguono insieme la finale dei mondiali di calcio del 1998. In quello stesso giorno, su proposta di uno di loro, tutti annotano tre desideri che vorrebbero realizzare nei quattro anni successivi, prima della finale dei mondiali del 2002. Le scelte e le circostanze portano però Amichai, Yoav detto Churchill e Ofir a traguardi diversi da quelli immaginati; e allora tocca a Yuval, voce narrante della storia, ristabilire un’ideale “simmetria dei desideri”.

Amici dai tempi del liceo, i quattro giovani sono molto diversi nel carattere e nell’aspetto fisico: Yuval è il più basso della compagnia, riservato e incline alla malinconia; Amichai ha un corpo solido, occhi color di terra e una macchia sul collo che cerca di nascondere ed è molto legato alla moglie e ai due figli gemelli; Churchill ha la testa larga e i capelli a spazzola, è egocentrico e seduttore; Ofir ha una testa riccioluta e un’irrequietezza che non gli dà pace. Accanto a loro si muovono vari personaggi femminili: la bella e inquieta Yaara contesa tra Yuval e Churchill; la malinconica e innamoratissima moglie di Amichai, Ilana; l’imponente Maria, l’allegra compagna di Ofir. Pur tanto diversi, i quattro amici sono forse davvero le ultime persone a cui importi l’uno dell’altro, in un mondo ormai cinico e violento, come dice Yaara ad un certo punto. Trascorsi i quattro anni, nessuno dei protagonisti, ormai 32enni, sarà più la stessa persona che ha scritto i tre desideri, eppure, nonostante anche dolori profondi e gravi tradimenti, saranno ancora gli amici di sempre.

Se c’era una possibilità, pur minima, che lei tornasse, allora c’era una ragione per radersi, una ragione per andare a dormire, una ragione per alzarsi al mattino e per tradurre ancora un articolo. E poi un altro articolo. E un altro ancora.

Dopo parecchie traversie e colpi di scena, ognuno dei protagonisti si ritrova a realizzare i sogni di un altro, rivelando una difficoltà a far luce in se stessi, a capire che cosa si desidera veramente. Quasi un romanzo di formazione, dato che la maturità si è spostata così in avanti. Alla domanda sulla popolarità delle letteratura in Israele, Nevo risponde che in questo paese tutti leggono, giovani e vecchi. Per La simmetria ha ricevuto lettere di liceali che gli parlavano delle loro amicizie e lettere di anziani che ricordavano le amicizie di un tempo. Forse la gente legge su supporti diversi, ma il bisogno di storie, a suo parere, non si esaurisce mai.

Quello che ho pensato, ha detto, è che ognuno potrebbe scrivere su un bigliettino dove sogna di ritrovarsi tra quattro anni. Dal punto di vista personale, professionale. Da tutti i punti di vista. E ai prossimi Mondiali apriremo i biglietti e vedremo cos’è successo nel frattempo.

Afferma Eshkol Nevo.

Eshkol Nevo è nato a Gerusalemme nel 1971. Dopo l’infanzia, trascorsa tra Israele e gli Stati Uniti, ha completato gli studi a Tel Aviv e cominciato una carriera di pubblicitario, abbandonata in seguito per dedicarsi alla letteratura. Oggi insegna scrittura creativa in numerose istituzioni. Oltre a Nostalgia (2007), vincitore nel 2005 del premio della Book Publishers’ Association e nel 2008 a Parigi del FFI-Raymond WallierPrize, ha pubblicato una raccolta di racconti intitolata Bed & Breakfast e il saggio The Breaking Up ManualLa simmetria dei desideri è del 2010. 

Tre piani

Tre piani, Titolo originale Shalosh komot, Genere romanzo, Prima pubblicazione 2015, Edizione italiana Neri Pozza 2017

I tre piani di una palazzina e i loro abitanti riflettono la seconda topica freudiana, l’Es, l’Io e il SuperIo: Nevo con grande ironia mette a nudo i fallimenti e la psicosi che sottendono la placida superficie della borghesia israeliana.

Ambientato in un edificio di Tel Aviv, dove abitano famiglie appartenenti alla classe borghese israeliana, il romanzo di Eshkol Nevo, “Tre piani” (Neri Pozza, 2017), tradotto da Alberto Folin, esamina la vita interconnessa dei residenti di questa tranquilla palazzina, appunto di tre piani, di cui i tumulti, i segreti, le confessioni inaffidabili e le decisioni problematiche rivelano i mali di una società nel bel mezzo di un crisi di identità.

Al primo piano vive una coppia di giovani genitori, Arnon e Ayelet che hanno una bambina, Ofri. La bambina viene affidata alle cure di una coppia di vicini anziani, Ruth e Hermann, persone educate, giunte in Israele dalla Germania. Un giorno Hermann, che da tempo mostra i primi sintomi dell’Alzheimer, “rapisce” Ofri per un pomeriggio, scatenando una furia incontenibile in Arnon, inconsciamente e, dunque, irrimediabilmente convinto che dietro quel gesto, in apparenza dettato dalla malattia, si celi ben altro.

Al secondo piano invece vive Hani, madre di due bambini e moglie di Assaf, costantemente all’estero per lavoro. Hani combatte da tempo una battaglia contro la solitudine e lo spettro della follia che, da quando sua madre è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico, non smette mai di tormentarla. Un giorno Eviatar, il cognato che non vede da dieci anni, bussa alla sua porta e le chiede di aiutarlo. Hani non esita a ospitarlo e a trovare così un compagno.

Dovra, giudice in pensione vive al terzo piano, è vedova e dialoga con il marito defunto attraverso la segreteria telefonica appartenutagli. Ricostruisce così il loro passato, il loro ruolo di genitori-guardiani della vita del figlio Arad, ruolo che ha spinto quest’ultimo dapprima a un tragico errore, poi a compiere un gesto estremo che lo ha escluso per sempre dalla loro vita.

I tre piani della palazzina nel romanzo di Nevo riflettono la seconda topica freudiana, l’Es, l’Io e il SuperIo. Nevo con grande ironia mette a nudo i fallimenti e la psicosi che sottendono la placida superficie della borghesia israeliana e ci regala un romanzo avvincente. Tra tutti gli scrittori israeliani di nuova generazione, Nevo è sicuramente il più tradizionale. Egli usa una narrazione semplice e trasforma una trama composita e intricata come quella di “Tre piani” in un’allegoria terrificante dei mali che affliggono la borghesia moderna.

Eshkol Nevo è nato a Gerusalemme nel 1971. Ha studiato psicologia all’Università di Tel Aviv e oggi, possiede e co-gestisce la più grande scuola di scrittura creativa privata in Israele. Ha pubblicato romanzi, racconti e saggi. Molti dei quali sono stati finalisti nei più prestigiosi premi internazionali di narrativa del mondo.

Steve Jobs non abita più qui

Steve Jobs non abita più qui, Michele Masneri, prima pubblicazione 30 luglio 2020, Adelphi Editore

Steve Jobs non abita più qui è un libro particolare, che può trovare posto senza rischio di errore nello scaffale dei libri di viaggio, in quello delle cronache letterarie o in quello delle (più belle) storie del costume. Masneri è partito per la California, e in particolare San Francisco e la Silicon Valley, e nel suo lungo soggiorno ha provato a conoscere e comprendere le inclinazioni, i vizi e le virtù di uno dei luoghi più avanzati al mondo, sia dal punto di vista culturale che tecnologico, regno delle più grandi e influenti aziende del pianeta, da Google a Facebook, ma anche patria prima della libertà dei diritti. Le descrizioni di Masneri sono sempre precise nel mostrare le incongruenze del paese e dei suoi abitanti: sfilano tra le pagine innumerevoli ritratti, dalle miniature di una nuova classe sociale ben precisa, quella degli «startuppari» sempre in cerca di miglioramenti per le loro aziende e del loro primo milione, ma che intanto abitano a San Francisco in pochissimi metri quadrati, alle rappresentazioni ariose e suggestive di grandi personaggi americani.

A quest’ultimo gruppo appartengono le pagine dedicate per esempio al capo di Facebook, Whatsapp, Instagram ecc., Mark Zuckerberg e alla fatica con cui, anche lui, è riuscito a comprare quattro villette a San Francisco e a unirle con grandi lavori edilizi che hanno disturbato non poco il vicinato, o allo scrittore Jonathan Franzen, che vive a Santa Cruz e «davvero non si capisce cosa ci faccia quassù, tra centri di abbronzatura e dentisti e massaggiatori e la nebbia sinistra della sera»: con chi parlerà il massimo scrittore americano («I maligni sostengono che da quando si è trasferito qui, con l’ossessione del bird-watching, non ha più niente da dire e si è un po’ rimbecillito»)? Ma in Steve Jobs non abita più qui si trovano anche descrizioni della comunità Lgbt di San Francisco e del movimento Me too, programmatori Google da qualche centinaia di migliaia di dollari l’anno che vivono alla stregua di homeless per non fare i pendolari ed essere più vicini alla sede, il controverso sistema universitario americano, la vita impossibile di Ceo di grandi aziende, il dramma della casa anche per chi è relativamente benestante, con una certa abbondanza di esistenze in disperata ricerca del successo.

Masneri con questo libro riesce a tratteggiare con grande chiarezza, e attraverso un linguaggio variegato che gioca con il vocabolario italiano e con i tic linguistici inglesi, i prodromi del futuro mondiale che prende forma in California, nei garage di smanettoni (oggi molti di quelli che hanno costruito pezzi del nostro presente sono musei) o nelle grandi aziende digital tech che corteggiano accademici con stipendi da capogiro, non mancando mai di mettere in luce le contraddizioni di un sistema che pare sempre al limite ma che, in realtà, non si fermerà mai («murales e nuovissimi ristoranti almeno vegani, e accanto la via ancora infrequentabile, col morto ammazzato e il proiettile vagante» scrive Masneri di Misiòn, San Francisco).

«Quel paese è così interessante, in ogni momento provocherà continuamente emozioni fortissime, dall’irrefrenabile entusiasmo alla disperazione che si finisce per provare ad ogni passo» 

Le sette morti di Evelyn Hardcastle

Titolo originale
The seven deaths of Evelyn Hardcastle, ed. originale 2018
, Neri Pozza Editore ed.2019, Collana: I Narratori delle Tavole

Durante la festa a casa Hardcastle sarà commesso un omicidio, che però non sembrerà tale. Aiden Bishop ha otto possibilità per risolvere l’enigma, rivivendo lo stesso giorno otto volte, ogni volta in un corpo diverso, rivedendo la giornata attraverso gli occhi delle otto diverse incarnazioni.

Il debutto letterario dell’inglese Stuart Turton, “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” (Neri Pozza), è stato acclamato dalla critica e dai lettori per la sua grande originalità: un romanzo dove ambienti, personaggi e situazioni tipiche della classica “mystery story” si fondono con elementi più “moderni”, come il viaggio nel tempo e vengono rielaborati dando vita a qualcosa di completamente nuovo.

Fin dalle prime pagine il lettore può cercare di orientarsi in una trama priva di precisi riferimenti temporali e spaziali, grazie ad una mappa dei luoghi del romanzo: sale, salotti, gallerie, solarium, camere da letto, scuderie, casette del portinaio e del giardiniere, cottage e laghetto con annessa rimessa per barche.

Blackheath House è una maestosa residenza di campagna cinta da migliaia di acri di foresta, una tenuta enorme che, nelle sue sale dagli stucchi sbrecciati dal tempo, è pronta ad accogliere gli invitati al ballo in maschera indetto da Lord Peter e Lady Helena Hardcastle. Gli ospiti sono membri dell’alta società, ufficiali, banchieri, medici ai quali è ben nota la tenuta degli Hardcastle. Diciannove anni prima erano tutti presenti al ricevimento in cui un tragico evento – la morte del giovane Thomas Hardcastle – ha segnato la storia della famiglia e della loro residenza, condannando entrambe a un inesorabile declino. Ora sono accorsi attratti dalla singolare circostanza di ritrovarsi di nuovo insieme, dalle sorprese promesse da Lord Peter per la serata, dai costumi bizzarri da indossare, dai fuochi d’artificio.
Alle undici della sera, tuttavia, la morte torna a gettare i suoi dadi a Blackheath House. Nell’attimo in cui esplodono nell’aria i preannunciati fuochi d’artificio, Evelyn, la giovane e bella figlia di Lord Peter e Lady Helena, scivola lentamente nell’acqua del laghetto che orna il giardino antistante la casa. Morta, per un colpo di pistola al ventre.
Un tragico decesso che non pone fine alle crudeli sorprese della festa. L’invito al ballo si rivela un gioco spietato, una trappola inaspettata per i convenuti a Blackheath House e per uno di loro in particolare: Aiden Bishop. Evelyn Hardcastle non morirà, infatti, una volta sola. Finché Aiden non risolverà il mistero della sua morte, la scena della caduta nell’acqua si ripeterà, incessantemente, giorno dopo giorno. E ogni volta si concluderà con il fatidico colpo di pistola.
La sola via per porre fine a questo tragico gioco è identificare l’assassino. Ma, al sorgere di ogni nuovo giorno, Aiden si sveglia nel corpo di un ospite differente. E qualcuno è determinato a impedirgli di fuggire da Blackheath House…

Questo romanzo, dove è sempre valida la regola che “niente è come sembra”, proprio per lo stratagemma del ciclo temporale che si ripete più volte, ma con personaggi diversi, rientra solo in parte nei confini del tradizionale romanzo giallo, per diventare invece una stimolante ed inedita sfida contro il tempo e con se stessi.


Accolto dall’entusiasmo della critica al suo apparire, vincitore del Costa First Novel Award, Le sette morti di Evelyn Hardcastle è, come ha scritto il Financial Times, «qualcosa in cui il lettore non si è mai imbattuto fino ad ora», un romanzo geniale in cui Agatha Christie incontra Black Mirror.

Una vita degna di essere vissuta

Una vita degna di essere vissuta, di Marsha Linehan, Editore Raffaello Cortina Editore, Anno di Pubblicazione Gennaio 2021

«Un memoir coraggioso, sostenuto dalla passione per la terapia e per la verifica scientifica della sua efficacia»

– Vittorio Lingiardi, Robinson

Una vita degna di essere vissuta non parla soltanto del disturbo borderline di personalità.

Da paziente psichiatrica ritenuta incurabile a psicologa di fama mondiale: Marsha M. Linehan, la donna che ha ideato la più efficace forma di terapia psicologica utilizzata oggi, racconta la sua storia.

Il 28 gennaio è stata la data di uscita de Una vita degna di essere vissuta, un libro che andrebbe considerato come un importante pezzo del puzzle che stiamo cercando di comporre per sottolineare la necessità, sempre più urgente, di istituire un dialogo il più chiaro, aperto e articolato possibile sulle malattie mentali e sulle loro possibili cure.

A firmarlo è Marsha M. Linehan, la psicologa di fama mondiale che ha sviluppato la DBT (Dialectical Behavior Therapy), conosciuta in Italia come la terapia cognitivo comportamentale, la più moderna, efficace e scientificamente supportata forma di terapia psicologica ad oggi disponibile per la cura di una malattia mentale molto diffusa, soprattutto tra le donne, il disturbo borderline di personalità.

Pratiche di autolesionismo, ideazioni suicide, disordini sessuali e abuso di sostanze sono tra i sintomi di questo disturbo, caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e da una marcata impulsività e difficoltà ad organizzare in modo coerente i propri pensieri. Pur essendo dotate di molte risorse personali e sociali, le tante persone che ne soffrono – tra i disturbi di personalità il disturbo borderline è quello che giunge più comunemente all’osservazione clinica – realizzano con grandissime difficoltà i propri obiettivi, se mai riescono a farlo.

A rendere questo libro estremamente prezioso è il fatto che Linhean stessa racconta di essere stata uno di quei casi. Da adolescente venne rinchiusa in un istituto psichiatrico dove venne trattata nel modo sbagliato e dimessa dopo più di due anni in quanto considerata senza speranza di guarigione (per l’esattezza, “la paziente più incurabile mai ospitata nella struttura”). La donna che ha cambiato la storia della psicoterapia era un’adolescente che quando veniva chiusa in una stanza priva di ogni possibile oggetto contundente, così che evitasse di farsi del male, saliva su una sedia e si lanciava con tutta la sua energia sul pavimento, nel disperato tentativo di stordirsi e, con un po’ di fortuna, uccidersi.

Marsha Linhean non è una scrittrice: è una scienziata, una ricercatrice clinica. Ed è proprio la totale assenza di aspirazione letteraria a rendere questo libro così utile e limpido. L’abuso di una certa retorica, normalmente fastidiosissima – è la stessa Linhean a definire la sua malattia come una “discesa all’inferno” – risulta qui più che sopportabile. Dopo aver salvato le vite di centinaia di migliaia di persone con la straordinaria terapia di sua invenzione, Linhean può permettersi di usare tutte le metafore trite e ritrite che vuole. Anche perché mentre lo fa, mentre racconta con grande onesta e semplicità la sua storia di vita – e cioè la storia di un’adolescente che dopo aver cercato in tutti i modi di autodistruggersi si trasforma nella professionista che avrebbe potuto salvarla – condivide con noi un processo estremamente affascinante: la nascita e lo sviluppo di una nuova, rivoluzionaria terapia che, ovviamente, data la sua modernità, dovrà farsi strada con una certa aggressività (o meglio, assertività, per rubare un termine chiave della DBT). Ci vorranno quasi due decenni perché, negli anni Ottanta, lo sviluppo della Dialectical Behavior Therapy prenda una svolta finalmente decisiva, e l’approccio terapeutico che combina l’accettazione di sé e la capacità di innescare un cambiamento diventi finalmente il trattamento d’elezione per il disturbo borderline di personalità.

Il segreto è che leggendo la storia di come la DBT è nata e cresciuta, la si impara (o la si ripassa), almeno nei suoi rudimenti: in quanto mix geniale di mindfulness, Zen ed esercizi pratici, immediatamente utilizzabili – perché agisce sul comportamento, invece che sul pensiero – la DBT è utile anche alla persona più mentalmente sana del mondo, semplicemente perché insegna dei “trucchetti” per gestire qualsiasi tipo di emozione che provoca dolore – dalle grandi sofferenze ai piccoli disagi con cui tutti, prima o poi, ci dobbiamo scontrare.

Com’è facile immaginare, Una vita degna di essere vissuta è anche la storia di una donna che si è fatta strada in un ambiente esclusivamente maschile, ed è un libro estremamente femminista senza mai cercare di esserlo. Ma la sorpresa più sconcertante è che è anche una grande storia di spiritualità. Figlia di una famiglia numerosissima e religiosissima, nel corso della sua brillante carriera scientifica Marsha Linehan è rimasta una donna profondamente credente, tanto che la decisione di sviluppare la DBT è il frutto di una promessa fatta a dio da giovanissima. Durante i primi anni di università prende i voti come suora laica, anche se poi l’amore renderà molto difficile rispettarli. Il dio di Linehan non ascolta e non risponde: con lui non si parla, ma si trascorre del tempo in silenzio, semplicemente stando insieme. La descrizione di questa strana forma di preghiera, molto vicina alla meditazione, fa uno strano effetto in compagnia del rigore scientifico che Linhean si ostina a perseguire fin dall’inizio della sua carriera in una disciplina che ha sempre fatto a meno delle prove inconfutabili. E poi i difficili rapporti con i genitori, la disperazione emotiva, i traguardi scientifici e accademici, la difficoltà a relazionarsi con i colleghi, le amicizie salvifiche, le tragiche vicende amorose, la scelta di diventare madre: una vita degna di essere vissuta, soprattutto perché spesa a far sì che anche quelle degli altri possano esserlo.

Hunger Games – Ballata dell’usignolo e del serpente

Titolo originale: The Ballad of Songbirds and Snakes, anno di pubblicazione 2020

“Da ciò, appare chiaramente che quando gli uomini vivono senza un potere comune che li tenga tutti in soggezione, essi si trovano in quella condizione chiamata guerra: guerra che è quella di ogni uomo contro ogni altro uomo.

Thomas Hobbes, Leviatano, 1651

Le vicende della Ballata dell’usignolo e del serpente si svolgono esattamente 64 anni prima gli eventi del primo Hunger Games. Il giorno della mietitura dei decimi Hunger Games Coriolanus Snow è un diciottenne che cerca in tutti i modi di risollevare il nome degli Snow, caduti in povertà in seguito alla guerra. L’unica possibilità di riportare il cognome all’antico splendore risiede nella capacità del ragazzo di essere il mentore più affascinante, più persuasivo e più astuto per condurre così il suo tributo alla vittoria. In questo modo infatti vincerebbe la borsa di studio per l’Università. Tuttavia tutto è contro di lui: non solo gli è stato assegnato il distretto più debole, il 12, ma gli è toccata la femmina della coppia di tributi. Da questo momento in avanti ogni scelta di Coriolanus influenzerà inevitabilmente i possibili successi o insuccessi della ragazza. Dentro l’arena avrà luogo un duello all’ultimo sangue, ma fuori dall’arena Coriolanus inizierà a provare qualcosa per il suo tributo e sarà costretto a scegliere tra la necessità di seguire le regole e il desiderio di sopravvivere.

Se le prime due parti del romanzo sono strettamente legate allo svolgimento dei giochi, nella terza parte ci troviamo di fronte alla vera e propria evoluzione di Coriolanus. Nelle due parti agisce con lo scopo di far vincere il suo tributo tramite strategie, talvolta discutibili, così da poter risollevare il nome degli Snow. Nell’ultima parte invece lo troviamo di fronte a una vera e propria scelta di vita, in cui gli Hunger Games non sono più importanti. Tale decisione in ogni caso segnerà un punto di non ritorno e deciderà le sorti del personaggio.

Si sa, quando un autore torna a mettere mano a una saga dopo molto tempo, il rischio di fallire è alto. In questo caso era incalcolabile, viste le aspettative stellari. Molti lettori e molti blogger erano scettici in merito a questa uscita. Ma… la Collins ha spaccato alla grande!

Questo prequel, non solo è scritto in maniera impeccabile, ma è semplicemente geniale. Non voglio fare spoiler, ma per portare i lettori a empatizzare con un personaggio come Coriolanus, be’… ci vogliono fegato, audacia e una grande abilità. E la carissima Suzanne Collins queste caratteristiche le ha tutte. Oh, sì che le ha!

I leoni di Sicilia

I leoni di Sicilia, pubblicato nel maggio 2019, Editore Nord, Collana Narrativa Nord

Di ccà c’è ‘a morti, di ddà c’è a sorti.

<<Da una parte c’è la morte, dall’altra il destino.>>

PROVERBIO SICILIANO

Attraverso le pagine di questo bellissimo libro, si delinea la storia dell’ascesa sociale della famiglia Florio, dettata da profonda ambizione, che li ha portati a sperimentare nuove attività commerciali in ogni campo, diventando una delle famiglie più potenti della Sicilia tra il XIX e il XX secolo. La loro ricchezza, ottenuta a prezzo di enormi sacrifici e rinunce, per sfuggire alla miseria, ha un carattere di amarezza e rimpianto ed è strettamente legata alla loro difficile situazione familiare. Il dolore che accomuna Ignazio e sua cognata Giuseppina affonda le radici in una profonda solitudine, soprattutto dopo la morte dei propri genitori con cui avevano un rapporto molto stretto. Il senso di famiglia si frantumerà anche quando Paolo, spinto dal desiderio di migliorare la propria condizione,  decide di iniziare il commercio di spezie a Palermo. Ignazio segue il fratello Paolo in quest’avventura, ma per lui è fondamentale il valore della famiglia oltre al desiderio di ricchezza e quindi decide di portare con sé l’anello della madre, per non recidere quel legame così importante.

Il trasferimento da Bagnara Calabra a Palermo provoca in Giuseppina una profonda tristezza, a causa della perdita delle sue radici : rimarrà il luogo della memoria dove sono confinati i sogni e i desideri persi per sempre. A Palermo abiterà in una casa fatiscente a cui non era abituata, ma non reagisce perché sa che le donne devono accettare la volontà dei mariti: nei confronti di suo marito Paolo prova un senso di rimpianto, tenerezza e paura e non riesce a perdonarsi la sua mancanza di amore verso di lui. Le minacce, i soprusi e le offese che i due fratelli Florio devono sopportare perché sono considerati “bagnaroti e facchini” e non sono accettati dagli altri commercianti non ferma la loro determinazione: ”Siamo venuti qui e ci resteremo”. All’inizio i Florio che “non hanno paura di niente e di nessuno” fanno credito ai clienti per cercare di farsi strada: il commercio di spezie li arricchisce, tuttavia li espone a maldicenza e cattiverie. A quel tempo Palermo si trovava al centro del commercio del Mediterraneo e traboccava di commercianti di spezie e di marinai e il ruolo sempre più importante che i Florio rivestivano, creava contrasti e invidie anche all’interno della stessa famiglia: infatti Paolo è costretto a interrompere la collaborazione con il cognato perché egli vende il carico ad altri ed egli considera ciò come un tradimento. I nobili palermitani erano attaccati ai propri privilegi, contraevano molti debiti per mostrare una ricchezza che non avevano, il loro unico scopo era l’apparenza. I Florio li consideravano privi di dignità, perché, pur non considerandoli alla loro altezza, chiedevano prestiti. Una vera svolta si ha con la creazione di un’aromateria, una novità nel panorama commerciale dell’epoca e i Florio divengono ottimi fornitori in una Palermo ormai libera dal potere di Napoleone.

Il profondo legame che Ignazio prova nei confronti della sua famiglia si esplica nel celare a se stesso e agli altri il turbamento d’amore nei confronti della cognata, simile alla “dolcezza delle sere d’inverno” e anche nel tentativo di non distruggere il rapporto con sua sorella, nonostante il rifiuto di Paolo a concederle il perdono. Alla morte di Paolo, Ignazio si sentirà responsabile e si prenderà sempre cura del nipote che considererà “figlio non di carne ma di anima”. Rappresenterà una guida per lui e gli insegnerà a stare a contatto con i clienti per imparare la disciplina e il rispetto del lavoro altrui, ma anche a comprendere le esigenze di ognuno. Il trasferimento in un nuovo negozio, una drogheria più elegante, e la sperimentazione di una macchina per frantumare il cortice da cui si produce il chinino, utilizzato per la cura della malaria li fa diventare molto ricchi, ma suscita molta invidia: profonda è la rabbia di Vincenzo per il mancato riconoscimento sociale che lo porta ad aggredire chi gli manca di rispetto. Vincenzo è diverso da suo padre e il suo cuore è pervaso da orgoglio e da una profonda inquietudine, una “voglia oscura di mari e cieli aperti”. Ignazio che “cresceva la rabbia in sé come una figlia” ma non reagisce alle offese, serbando il dolore nella sua anima, gli insegna che ”i fatti devono parlare per te non i pugni”. Vincenzo che era  “creatura di vento” e si era trasformato in uomo di terra e denaro, intraprende relazioni commerciali con l’America. Palermo era per lui come una donna, schiava e padrona, che accoglie e rifiuta, ma egli si rende conto che se non si provava a fare qualcosa di nuovo, nulla sarebbe potuto cambiare. I Florio intraprendono molte attività, sempre più innovative che vanno dalla vendita di zolfo, all’acquisto di un terreno accanto al mare dove installerà una cantina per produrre il Marsala, puntando sull’alta qualità del vino, trasmettendo la sua passione agli operai e facendo loro capire che “lavorare in questa cantina era un onore e dovevano saperlo”. Il desiderio di riscatto sociale di Vincenzo si realizzerà, tuttavia egli proverà per tutta la vita rancore e amarezza, unita al senso di umiliazione, nonostante l’enorme ricchezza accumulata, perché “contava la nobiltà” ed egli non lo era, nonostante i soldi e la cultura. Sognava che suo figlio Ignazio potesse conquistarsi un ruolo importante nella società siciliana del tempo: ”Tu puoi arrivare dove io non sono mai arrivato” sono le parole che egli gli rivolge, insegnandogli a non fidarsi di nessuno e prendersi tutto. Ignazio ha dovuto seguire la strada tracciata dal padre e sente che “la sua vita non gli appartiene” e continuerà a cercarla, mentre suo padre Vincenzo, addolorato per la morte dell’amico Ben, che lo ha sempre accompagnato nel suo percorso, comprenderà che ormai è giunta “la fine di un sogno”.

Vincenzo aveva sempre avuto grande difficoltà nell’esprimere i sentimenti, soprattutto nei confronti di Giulia, la donna che amava e dei suoi figli, ma durante l’epidemia di colera nel 1837, si era sentito padre ascoltando il pianto degli altri, ma mostrerà sempre un distacco nei confronti delle sue figlie “nate fuori dal matrimonio”, che ne soffriranno sempre, anche per la preferenza data al loro fratello, Ignazio, che egli considera il suo erede. Alla fine della sua vita, la frase di Giulia: “io sono rimasta” è la testimonianza di un amore profondo ed egli solo allora comprende che ella, nonostante si sentisse come “un mare calmo che nasconde un’anima inquieta”, avesse rappresentato per lui la roccia a cui potersi aggrappare e che solo lei poteva rimanergli accanto.

Gli sdraiati

Gli sdraiati, Michele Serra, Editore Feltrinelli, Collana I Narratori, anno edizione 2013

Bisogna partire dal finale per capire il senso di questo racconto-saggio-monologo interiore, Gli sdraiati di Michele Serra. È lì che appare evidente cosa è in gioco nella storia di un padre che cerca il contatto con il proprio figlio, e non riesce ad averlo. Dopo aver perseguitato il ragazzo, un tipico adolescente d’oggi, nativo digitale, come si dice, uno “sdraiato”, con la prova della salita al Colle della Nasca, il padre riesce a trascinarcelo. Una salita faticosa compiuta dall’adolescente con le scarpe e il vestiario inadatto. A un tratto il padre perde il figlio di vista. Pensa che sia rimasto indietro, crede di doverlo soccorrere, e invece il ragazzo l’ha superato. Lo chiama e lui risponde: “Sono quiiiii! Papààààà!”.

Cosa abbiamo da passare ai figli? Domanda imbarazzante che il protagonista di Michele Serra si fa, in forma indiretta, più volte. La traduce in: cosa abbiamo in comune? Dna, tratti somatici, atteggiamenti? In cosa ci somigliamo? L’inizio del libro è altrettanto paradigmatico del finale. Nell’ingresso nella casa che abita con il figlio – non c’è alcuna figura femminile nel libro – c’è un tappeto, un kilim. Il figlio lo calpesta, stropiccia, piega. Quest’oggetto, quasi un topos da radical chic, diventa l’emblema di ciò che il figlio bistratta.

Il padre è il tappeto. Il figlio ci passa sopra con le sue scarpacce – oggetto chiave nel racconto – ed è come se calpestasse il padre stesso, che s’identifica, a torto – presume sempre – con chi ha tessuto amorevolmente il tappeto, che il figlio non rispetta. Un altro degli oggetti che lui rifiuta, perché rifiuta il passaggio del testimone. E qui sta il dramma: il padre non sa cosa ha da passargli, una volta evaporata la figura paterna come autorità o autorevolezza. D’altra parte, il figlio gli sta lontano, lo teme, anche se non glielo dice in modo diretto: non vuole la lotta. Ettore, nell’Iliade, si piega verso il figlio, gli tende le braccia, ma il figlio si ritrae perché l’armatura che indossa lo spaventa.

Il padre di Serra non ha alcuna corazza, è indifeso e sguarnito; armato solo del suo non-capire, non-sapere, si tende verso il figlio e questo si sottrae. Una condizione dilaniante: niente infanzia alle spalle, nessun futuro davanti. Solo quell’amara conclusione: “Finalmente potevo diventare vecchio”. Ma siamo mai diventati adulti? Grandi sì, adulti forse no. Siamo una generazione che per eccesso di affettività da ricevere – desiderata e non avuta dai nostri padri – e da dare – voglia di dare, ma senza riuscirci – è diventata paradossalmente anaffettiva. Per troppo affetto, ci siamo ritratti nel nostro spazio difendendolo sino all’eccesso ed escludendo l’altro.

Il libro di Serra è tutto un catalogo di spazi, da quelli della memoria a quelli reali della casa, sentiti come violati, o almeno non capiti e non apprezzati dal figlio. Un figlio che è quasi un fratellino più piccolo, un altro sé, con cui il protagonista si rapporta passando attraverso la memoria del proprio sé. 

Quello che il padre de Gli sdraiati cerca affannosamente è proprio questo rito di passaggio. Lo identifica nella salita al Colle, dopo aver cercato di comprendere nel capitolo più graffiante, e insieme più disperato del libro, quello dedicato al negozio delle felpe, invaso dalle ninfette e dai giovanissimi satiri, i riti d’iniziazione dei figli, subito respinti attraverso il sarcasmo – nel libro sarcasmo e ironia sono la crosta sotto cui la voce narrante seppellisce i suoi dolori. Essere superati dal figlio nell’ascesa, è cominciare a morire. 

Oggi il sentimento di nostalgia verso la figura del padre sta riemergendo con forza. Gli sdraiati lo evidenzia. Ma diventare vecchi è diventare padri? Michele Serra ci lascia con questo interrogativo irrisolto.

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