Il nome della rosa

Titolo originale: Il nome della rosa, 1980

Siamo alla fine di novembre dell’anno 1327. In una abbazia medioevale dell’Italia settentrionale avvengono una serie di assassini. “Who has done it? E’ la domanda che apre il “giallo ad enigma” raccontato ne “Il nome della rosa”. Primo romanzo scritto da Umberto Eco, pubblicato nei primi anni ottanta, fregiatosi nell”81 del “Premio Strega”, e sul quale si è ispirato nell”86 il film diretto da Jean-Jacques Annaud.

Se con il termine Medioevo, tra il 1400 ed il 1500, i pensatori rinascimentali indicavano l’età di mezzo tra la fine dell’età classica, ed il loro secolo, allo stesso modo “Il nome della rosa” è stato collocato tra i racconti classici letterari, e quelli del genere da “giallo deduttivo”. Aristotelica, e scolastica è la corrente filosofica abbracciata.

Tutto ruota, infatti, ad un enigma da camera chiusa: la biblioteca. Mentre un frate francescano inglese, Guglielmo di Baskeville, e Adso da Melk, suo allievo, diventano i protagonisti della narrazione. Guglielmo e il suo novizio si trovano al Monastero benedettino per sostenere, su richiesta dell’Imperatore Ludovico, le tesi pauperistiche-francescane contrarie a quelle dei delegati della curia papale. Da una parta è una storia che si articola tra eresie, e questioni ordinistiche dei monasteri. Dall’altra si pone il problema di risolvere alcuni delitti consumatisi dentro l’abbazia. Un luogo “impossibile”.

Secondo Aristotele, infatti, il mondo sensibile, rivisitato e rivalutato, parla di se stesso. Il mondo sarebbe una trama di relazioni percorribile in tutte le direzioni. La comprensione di questo può rendere partecipi di un sapere arcano. Ma ovvio. Un sapere speciale, riservato ad una ristretta cerchia (“elite”). Tuttavia la verità si manifesta a tratti anche negli errori. E’ necessario in questo caso decifrarne i segni, anche lì dove appaiono oscuri, ed intessuti di una volontà del tutto intesa al male.

Guglielmo, giunto prima dell’arrivo delle due delegazioni, ed accompagnato da Adso, viene incaricato dall’abate delle indagini. Divieti, omertà, e nuovi omicidi impediscono il regolare svolgimento dell’inchiesta. La ricerca del responsabile si intreccia con quella di un misterioso manoscritto che sembra in qualche modo connesso agli omicidi. Secondo un’accurata ricostruzione dei fatti, Guglielmo, si convince che Adelmo, come anche, Venanzio, l’amico monaco traduttore dal greco, e l’aiutante bibliotecario, Berengario, siano morti dopo aver letto lo stesso libro. Tutti presentavano due macchie nere: una sulla lingua, ed una sul dito.

Questa ipotesi poteva essere accettata solo grazie ad una prova. E questa prova Guglielmo doveva cercarla dentro la biblioteca. Sarà proprio il sogno di Adso, nel sesto giorno – la narrazione è suddivisa in sette giornate – a corroborare l’ipotesi investigativa del maestro.
“Credo che la tua anima addormentata abbia capito più cose di quanto non ne abbia capito io in sei giorni, e da sveglio.” Dirà Guglielmo. Ed è ancora Adso che involontariamente fornisce al maestro la chiave per entrare nella biblioteca, scrigno di sapere e saggezza di tutta la cristianità.
“Dio ti benedica Adso! E’ la seconda volta, oggi, che per bocca tua parla la saggezza, prima in sogno, ed ora durante la veglia.”

L’accesso alla biblioteca dispiega allo stesso tempo un labirinto ben architettato nel quale Adso si perde. L’uscita sarà indicata dal maestro. E’ tardi. Il manoscritto non si trova. Sono così costretti ad andare via. La svolta arriva con l’entrata in scena dell’inquisitore, Fernando Guy, che accusa di pratiche eretiche e di omicidio i frati, Remigio, Salvatore ed una ragazza, rea di averli tentati. La condanna per tutti è il rogo.

Guglielmo, interpellato da Guy, sostiene l’innocenza riguardo ai delitti di tutti gli accusati. Tra lunghe disquisizioni filosofiche, passaggi narrativi di difficile lettura, Adso ed il maestro riescono a trovare in un intricato tunnel di labirinti il famoso manoscritto. Si tratta de “La poetica di Aristotele”, il secondo libro. Nello stesso tempo sorprendono il venerando bibliotecario, Jorge, ad impregnarne le pagine di arsenico. Spinto dall’odio che provava per il riso e coloro che ne parlavano. Resosi inutile il tentativo di Jorge di avvelenare anche Guglielmo, che sfoglia le pagine con un guanto, il frate in un eccesso di ira divora i fogli intrisi di veleno, e da fuoco all’intera biblioteca, e con essa i libri, l’intera abbazia, insieme al suo carico di intrighi, e delitti.

“Volge così a termine la storia di un uomo giunto ormai alla fine dei suoi giorni.” Dirà Adso tornato in quei luoghi pregni di solitudine. Ricordando Guglielmo, quando gli lasciò i suoi occhiali osserva “il mondo come un grande libro attraverso il quale Dio ci parla. Ma è anche qualcosa di più.” Adso in quei sette giorni aveva vissuto avvenimenti, che lo avevano allontanato da ogni apparente regola. “Ma l’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amore di Dio, o della verità. Come l’eretico nasce dal Santo, e l’indemoniato dal veggente.”

Adso non lo vide più da allora. Da quando, diretti ad oriente, dovettero invertire il loro cammino perché Roma si era ribellata all’imperatore Ludovico, e l’Italia sarebbe stata insicura. Giunti a Monaco di Baviera i due si separarono. “Prego sempre che Dio abbia accolto la sua anima, e gli abbia perdonato i molti atti di orgoglio che la sua fierezza intellettuale gli aveva fatto commettere.” Osserva Adso declinando un pensiero con i chiari tratti dell’oscurantismo medioevale. Ma dice anche che di tutti quei volti del passato, gli torna alla mente più chiaro di tutti, quello della fanciulla, che visitò tante volte i suoi sogni da adulto, e di vegliardo.

Eppure di quell’unico amore della sua vita non aveva saputo, né seppe mai… il nome.

Il titolo provvisorio del libro, durante la stesura, era L’abbazia del delitto. Successivamente Eco valutò anche il titolo Adso da Melk, ma poi considerò che nella letteratura italiana, a differenza di quella inglese, i libri aventi per titolo il nome del protagonista non hanno mai avuto fortuna. Infine si decise per Il nome della rosa, perché a chiunque chiedesse, “diceva che Il nome della rosa era il più bello”.

All’epoca della concezione dell’opera, il romanzo storico con ambientazione medievale era stato riscoperto da poco in Italia da Italo Alighiero Chiusano, col suo L’ordalia. Le diverse similitudini (ambientazione temporale, genere inteso come romanzo di formazione, e scelta dei personaggi principali, un novizio e il suo maestro, un saggio monaco più anziano), e la notorietà che L’ordalia aveva nel 1979, che un esperto di letteratura come Umberto Eco difficilmente ignorava, fanno ritenere L’ordalia con molte probabilità una delle principali fonti di ispirazione de Il nome della rosa.

Ogni cosa è illuminata

Titolo originale: Everything is illuminated, 2002

Un giovane ragazzo ebreo americano, Jonathan Safran Foer, tiene nella mano una foto: vi sono ritratti suo nonno e, accanto a lui, una ragazza misteriosa. Dopo averla custodita per cinquanta anni, la nonna di Jonathan ha mostrato la fotografia alla famiglia, ha raccontato che quella donna si chiamava Augustine e che era stato solo grazie a lei che il nonno era riuscito a sfuggire ai nazisti. A quel punto Jonathan decide di partire per l’Ucraina, alla ricerca di tutto un passato che la foto non mostra, alla ricerca di Augustine che forse è ancora viva. Ad accoglierlo alla stazione e ad accompagnarlo in un lentissimo viaggio in macchina attraverso il paese, c’è Alex Perchov, l’“interprete” dell’agenzia di viaggi a cui Jonathan si era rivolto. Anzi, c’è Alex, c’è il nonno di Alex e c’è Sammy Davis Junior Junior, il loro cane, che quando non è impegnato a dare testate allo sportello della macchina, passa il tempo ad azzannarsi la coda in un tripudio di sangue e gengive…

Da qui, per 327 pagine, si dipanano due storie: il racconto del viaggio, narrato da Alex, che inizia nel presente e procede in un lento viaggio a ritroso, e c’è il romanzo scritto da Jonathan sullo stethl ebraico di Trachimbrod, che parte dai lontani anni di fine ’700, quando la sua bis-bis-bis-bisnonna fu salvata dalle acque di un fiume, e che procede in avanti, fino a un punto in cui le due narrazioni si riuniscono, si illuminano a vicenda, si completano. Un romanzo che riesce a non far pesare la sua complessità strutturale (il romanzo nel romanzo) e stilistica (il “geniale” inglese parlato da Alex e il solenne linguaggio del romanzo di Jonathan) e tematica (l’Olocausto) quasi con la levità di una narrazione fiabesca. Un piccolo miracolo letterario, che splende già dal titolo (citazione da L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera) e che segna l’esordio di una delle penne più illuminate e ironiche che la cultura ebraica potesse offrirci.

“Tutto è quello che è perché tutto è stato quello che è stato.”

Jonathan Safran Foer (Washington, 21 febbraio 1977)

Alla ricerca del tempo perduto

Titolo originale: À la recherche du temps perdu, 1913-1927

Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust è un romanzo-fiume scritto tra il 1908 e il 1922, anno di morte del suo autore. In estrema sintesi, lo si potrebbe definire la storia di una vocazione letteraria, o, per meglio dire, la storia degli ostacoli soggettivi e oggettivi che la vocazione letteraria del personaggio-narrante ha incontrato e superato. Sebbene narrato in prima persona dal personaggio protagonista, e sebbene il materiale narrativo, i personaggi, i pensieri del narratore siano profondamente radicati nella biografia dell’autore, la Ricerca non è un romanzo autobiografico. Marcel Proust non ha inteso raccontare la sua vita, bensì ha voluto estrarre dai materiali biografici che la sua vita gli offriva un senso che la semplice esposizione di essi non avrebbe potuto determinare. La trasfigurazione letteraria – ossia l’elaborazione stilistica e la composizione degli episodi secondo un preciso disegno – è la chiave di volta dell’operazione proustiana: è ad essa, alla letteratura, che l’autore affida il messaggio da consegnare al lettore. 

L’edizione originale pubblicata a partire dal 1913 conta 7 volumi, a loro volta suddivisi in 15 tomi, ognuno dei volumi ha un proprio titolo e una propria storia filologica ed editoriale. Ma il romanzo proustiano è un’unità inscindibile e la suddivisione in tomi, volumi, capitoli, paragrafi ha un valore sostanzialmente convenzionale e risponde ad esigenze di pratica editoriale: il romanzo non prevede conclusioni provvisorie o cicli interni disgiunti dall’idea generale cui si ispira, non è, per intenderci, un ciclo di romanzi, sebbene alcune sue parti abbiano un’apparente autonomia e siano state pubblicate come narrazioni in sé concluse. Solo l’epilogo, lo svelamento, le “scoperte” contenute nell’ultimo volume, Il tempo ritrovato, danno ragione di tutta la narrazione che lo ha preceduto.

I volumi sono: Dalla parte di Swann, 1913; All’ombra delle fanciulle in fiore, 1919; La parte di Guermantes, 1920-21; Sodoma e Gomorra, 1921-22; La Prigioniera, 1923; Albertine scomparsa (o La Fuggitiva), 1925; Il Tempo ritrovato, 1927. Gli ultimi 3 volumi sono dunque postumi, ma ciò non vuol dire che la Ricerca sia un’opera incompiuta, perché Proust aveva previsto di morire prima di poter rifinire e perfezionare la sua opera (del resto indefinitivamente rifinibile e perfezionabile), perciò ne aveva consegnato la conclusione ad una serie di quaderni manoscritti dai quali gli editori avrebbero dovuto estrarre i volumi da pubblicare dopo la sua morte.

A lungo, mi sono coricato di buonora.

Il romanzo inizia con questa spudorata menzogna, che è anche un sorriso amorevole e, al contempo, canzonatorio nei confronti dell’inesausto tentativo della madre di mandarlo a letto presto. È la frase – provata e corretta più volte, come attestano i brogliacci dello scrittore, tanto per ribadire come la disinvolta naturalità dello stile proustiano sia il frutto di disciplina e di estenuante lavoro scrittorio – è la frase che segna l’assunzione di un punto di vista, quello del personaggio-narrante, diverso da quello dell’autore che gli fornisce i materiali biografici, ma non il suo punto di vista. Il romanzo non svilupperà una vicenda del quale l’autore ha già scoperto il senso. Il personaggio-narrante, e con lui il lettore, dovranno compiere un percorso, dovranno fraintendere, sbagliare, avviarsi su false piste, prima che la Verità, il senso di una vita, illumini retrospettivamente il significato del percorso. Non è l’autore, dall’alto di una Verità acquisita, a parlare (solo saltuariamente e quasi mordendosi la lingua si intrufolerà nel racconto), è il personaggio-narrante, confitto alla stessa altezza dello spazio-tempo narrato, il titolare della parola romanzesca. Così di fronte alla generale incomprensione del primo volume, che per la maggior parte dei lettori non si capiva dove “volesse andare a parare”, lo stesso Proust, nella corrispondenza e nelle interviste, rivendicava il carattere “dogmatico” dell’opera, che solo lo svelamento finale, l’ultimo capitolo (scritto, immediatamente dopo il primo), avrebbe reso evidente. In fondo sarebbe bastato anticipare quelle conclusioni per rendere tutto più chiaro e “godibile”, ma in questo caso la Verità profonda dell’opera sarebbe stata offerta già bell’e pronta, il lettore non avrebbe dovuto scoprirla da sé e dentro di sé, l’effetto estetico e filosofico, cui l’opera proustiana mirava, sarebbe svanito.

Le fantasticherie dell’uomo in dormiveglia pongono immediatamente il narratore in una situazione liminare, sulla soglia tra la realtà e l’infinito dei mondi possibili. Lentamente, dalla galassia fluttuante delle virtualità narrative emergono dal buio, dall’indefinito, dal caos i corpi astrali che la scrittura, l’affabulazione narrativa, il logos illuminano, definiscono, ordinano. L’uomo in dormiveglia, ulteriore diffrazione tra l’autore e il narratore, sul crinale tra luce e buio, ordine e caos, perdita e recupero passa 

la maggior parte della notte a ricordare la nostra vita d’un tempo a Combray, in casa della prozia, oppure a Balbec, a Parigi, a Doncières, a Venezia, in altri luoghi ancora, a ricordare i posti, le persone che vi avevo conosciute, quel che di loro avevo visto, quello che me ne avevano raccontato.

Il passaggio dalla realtà biografica alla scrittura è guidato dal lievito della trasfigurazione letteraria che ne serba traccia – come l’ordine mantiene in sé le tracce del caos, la veglia del sonno, la narrazione del saggio, ecc. – e ne impedisce la perdita, l’insignificanza e la nullificazione. 
Motivi, temi, episodi, personaggi, scoperta, verifica ed esposizione di leggi psicologiche, inedita e originale rielaborazione delle categorie ontologiche – spazio, tempo, socialità -, rassegna delle acquisizioni scientifiche più recenti, vertiginose riflessioni estetiche e filosofiche: la Ricerca è un’opera-mondo (un’enciclopedia, una cattedrale gotica…). Sarebbe perciò temerario, se non tracotante, ambire ad una sistematica ed esaustiva trattazione del suo lascito letterario e filosofico. Nemmeno una sterminata bibliografia, che si arricchisce ogni anno di decine di volumi monografici provenienti da ogni angolo del mondo, può riuscirci. E, tutto sommato, non mi sembra questo il compito più urgente o importante cui dedicarsi. Rispetto a tutte le altre opere letterarie (quelle che io conosco, ovviamente…) il romanzo proustiano ha una caratteristica unica: parla direttamente al lettore, non gli fornisce solo insegnamenti, conoscenze, divertimenti o strumenti concettuali di raffinata elaborazione – tutto ciò appartiene al romanzo e all’autore in sommo grado e potrebbero bastare per un romanzo epocale – la Ricerca mostra le forme, le modalità in base alle quali, ognuno secondo le sue qualità, competenze, sensibilità e intelligenza, può attivare in sé un processo di sottrazione al nulla, senza disattivazione irenica dal dolore (perciò in Proust niente stoicismo e niente taoismo), senza superare in una sintesi superiore e utopica le antinomie costitutive dell’essere-al-mondo, senza ricadere nelle spire della trascendenza religiosa o della teleologia storica. 

L’insostenibile leggerezza dell’essere

Titolo originale: Nesnesitelná lehkost bytí, 1984

Milan Kundera scrisse il romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere nel 1982 e lo pubblicò in Francia, per la prima volta, nel 1984. È senza dubbio il più conosciuto e amato dello scrittore boemo. Le vicende si svolgono a Praga alla fine degli anni sessanta, tra la cosiddetta Primavera e l’invasione dell’Unione Sovietica.

Tomas è un chirurgo dedito al lavoro e alle donne. Con loro preferisce intrattenere amicizie erotiche, libere e indipendenti, piuttosto che creare legami forti, complicati e inevitabilmente soffocanti. Affascinato della differenza, anche minima, che rende unica ogni donna, ne colleziona una dopo l’altra. Tereza è una donna tenera e indifesa, fugge dalla famiglia, in particolare dalla madre e dai suoi problemi, ma è alla ricerca dell’amore, dell’unico uomo con cui condividere la vita. Quando Tomas e Tereza si incontrano, tra i due nasce un legame sentimentale molto forte. Lui la accoglie in casa sua come non aveva fatto con nessuna, ma pur innamorandosene, non rinuncia alle altre donne.

“Se la prese con se stesso, ma alla fine si disse che in realtà era del tutto naturale non sapere quel che voleva. Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future. E’ meglio stare con Tereza o rimanere solo? Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno “ schizzo “ è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.
“ Einmal ist keinmal “. Tomas ripetè tra sé il proverbio tedesco. Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l’uomo può vivere solo una vita, è come se non vivesse affatto.

Parallelamente alla storia di Tomas e Tereza si svolge quella di Sabina e Franz. Lei pittrice in esilio e donna libera, lui professore di Ginevra e legato da un matrimonio infelice. Quando finalmente Franz decide di confessare alla moglie la sua relazione extraconiugale, Sabina lo lascia, oppressa dal peso insopportabile di quell’amore non più clandestino. Tutta la narrazione è influenzata dai contrasti sociali e politici del periodo. I carri armati russi sono in tutta Praga, gli intellettuali sono perseguitati e chiunque sia contrario al regime è umiliato o esiliato.

È un libro meraviglioso alla cui base vi è un concetto elementare. Ogni azione, ogni istante è irripetibile, la vita stessa è irripetibile. Kundera ci dice che non siamo preparati ad essa e che non abbiamo seconde possibilità. Tutto ciò che scegliamo o consideriamo inizialmente come leggero rivela presto il suo incredibile peso.
Straordinaria la capacità di Kundera di rappresentare le situazioni umane, formidabile la maniera di descrivere l’inesorabile scorrere delle nostre vite. Storia, filosofia e letteratura si concentrano in questa narrazione creando un capolavoro indiscusso.

Anche dopo la Rivoluzione di velluto del 1989 e la caduta del comunismo, passarono 17 anni prima che il libro venisse pubblicato nella Repubblica Ceca. Kundera non ha mai ceduto i diritti d’autore del romanzo in lingua ceca a nessun editore fino all’ottobre 2006, quando Atlantis, una casa editoriale di Brno, annunciò la prima pubblicazione in territorio ceco.

Il grande Gatsby

Titolo originale: The Great Gatsby, 1925

Ciò che gli Stati Uniti rappresentano da sempre nell’immaginario collettivo è qualcosa di indefinibile e in costante evoluzione, poiché ognuno troverà una motivazione valida e sempre diversa per spiegare e per alimentare il proprio “american dream”.
Questo fenomeno oltre a riguardare gli stessi cittadini statunitensi – che con questa definizione intendono dimostrare come attraverso il lavoro duro, il sacrificio e la determinazione, sia possibile ottenere risultati e migliorare il proprio status – nel corso dei secoli, ha fatto accorrere negli Stati Uniti un numero infinito di immigrati europei in cerca di speranze e di possibilità.
Eppure, c’è stato qualcuno che questo benedetto sogno americano ha letteralmente cercato di ucciderlo e forse in parte c’è più o meno riuscito.

È il 1925 quando viene pubblicato Il grande Gatsby che inizialmente non riscuote il successo della precedente pubblicazione di Francis Scott Fitzgerald – la raccolta di racconti L’età del jazz – né l’attenzione massiccia da parte di critica e di lettori.
Probabilmente perché dentro Il grande Gatsby c’è davvero troppo e non tutti sono forse ancora pronti ad accettare quel troppo. Almeno non in quel preciso momento storico, nel quale la gente pensa solo a divertirsi e a fare baldoria perché tanto gli anni della Grande Depressione sono ancora lontanissimi.

Non appena Jay Gatsby – il protagonista del romanzo – si materializza dalle pagine e dalla penna di Francis Scott Fitzgerald, si capisce che la sua figura è avvolta da un alone di fascino e di mistero e il consiglio dato dal padre di Nick Carraway – la voce narrante del romanzo – all’inizio del libro, è forse il mood giusto con il quale si dovrebbe poi leggere l’intera opera:

” Quando ti vien la voglia di criticare qualcuno, – mi disse, – ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu.”

Dunque regola numero uno: mai giudicare Jay Gatsby e il suo operato.

Ma chi è realmente Jay Gatsby?
Beh, questo quasi nessuno lo sa perché su di lui si è detto di tutto e di più, dal momento che buona parte di coloro che prendono parte alle sue sfarzosissime feste piene di imbucati e innaffiate da litri di champagne, chartreuse e whiskey, si sentono in diritto di dire la propria sul conto di Gatsby e sul suo passato.

Le persone non erano invitate: andavano. Salivano su macchine che le trasportavano a Long Island e qui, chissà come, finivano alla porta di Gatsby. Arrivati lí, si facevano presentare da qualcuno che conosceva Gatsby, dopodiché si comportavano secondo il galateo appropriato a un parco divertimenti. Ma a volte arrivavano e partivano senza neanche aver conosciuto Gatsby, venivano alla festa con una ingenuità che costituiva da sola il biglietto d’ingresso.”

All’apparenza, Jay Gatsby è un trentenne molto elegante, ambizioso, collezionista di successi e desideroso di ostentare la propria ricchezza e il proprio parlare forbito, seppur spesso latita dalle sue stesse feste e non ama molto apparire in pubblico.
In pochi sanno però che Jay Gatsby è anche un sentimentale e che dopo cinque anni di devozione incrollabile, è piombato nell’immaginaria West Egg – un mondo a parte adagiato sulla falsa eleganza e sull’ipocrisia e governato dalle sue bizzarre dinamiche e dagli ambigui personaggi che la popolano – solo per riconquistare la cinica e squilibrata Daisy, dalla quale è stato respinto quando era un semplice ufficiale dell’esercito, povero e incapace di garantirle un futuro.
E poco importa che ora Daisy sia una madre totalmente assente e moglie infelice di Tom Buchanan – un ricco giocatore di polo, fisicamente prestante ma purtroppo rozzo, egoista e prepotente – e che insieme diano vita ad un quadretto familiare poco felice ma da mantenere assolutamente in piedi per salvare la faccia e le apparenze.

Erano gente sbadata Tom e Daisy: sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro ampia sbadataggine o in ciò che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il pasticcio che avevano fatto…”

Gatsby è davvero pronto a tutto pur di riconquistare Daisy – che nel frattempo è diventata per lui una vera e propria ossessione e un richiamo implacabile – e mostrargli così, chi e cosa è diventato nel corso di questi cinque lunghi anni quell’ufficiale dell’esercito timido e impacciato.

Quasi cinque anni! Perfino in quel pomeriggio dovevano esserci stati momenti in cui Daisy non era riuscita a stare all’altezza del sogno, non per colpa sua, ma a causa della vitalità colossale dell’illusione di lui che andava al di là di Daisy, di qualunque cosa. Gatsby vi si era gettato con passione creatrice, continuando ad accrescerla, ornandola di ogni piuma che il vento gli sospingesse a portata di mano. Non c’è fuoco né gelo tale da sfidare ciò che un uomo può accumulare nel proprio cuore.”

E quindi, chi è Jay Gatsby?

…Gatsby che rappresenta tutto ciò che suscita in me disprezzo genuino. Se la personalità è una serie ininterrotta di gesti riusciti, allora c’era in lui qualcosa di splendido, una sensibilità acuita alle promesse della vita, come se fosse collegato a una di quelle macchine complicate che registrano terremoti a venitimila chilometri di distanza.

E che cosa si dice sul suo conto?

– Ha ucciso un uomo e ha fatto la spia ai tedeschi:

Mi hanno detto che Gatsby ha ammazzato un uomo, una volta.
– Non credo che si tratti di questo, – sostenne Lucille scettica. – Piuttosto è che durante la guerra ha fatto la spia ai tedeschi
.”

– Ha studiato ad Oxford:

Ah, incominciate anche voi, adesso, – rispose lei con un pallido sorriso. – Be’, una volta mi ha detto che ha studiato ad Oxford.”

– È un contrabbandiere:

È un contrabbandiere, – dicevano le ragazze, aggirandosi tra i suoi cocktail e i suoi fiori.

È stato nel commercio farmaceutico:

Lui e quel Wolfsheim hanno comprato una quantità di piccole farmacie qui e a Chicago e hanno venduto alcool di grano sottobanco. Questa è una delle sue piccole imprese. Ho capito che era un contrabbandiere la prima volta che l’ho visto, e non mi sono sbagliato.

È comunque vittima di leggende metropolitane decisamente colorite:

Contemporaneamente gli venivano attribuite leggende come «l’oleodotto sotterraneo fino al Canadà» e circolava con insistenza la diceria secondo la quale Gatsby non abitava in una casa ma in una nave che pareva una casa e si spostava in segreto lungo la spiaggia di Long Island.”

Jay Gatsby che segretamente gode di tutto il chiacchiericcio che aleggia sulla sua figura è in realtà figlio di contadini poveri e falliti, che nella sua vita precedente ha svolto qualsiasi tipo di attività riuscisse a garantirgli cibo e un giaciglio per la notte. Grazie al suo fisico forte, resistente e perennemente abbronzato, faceva innamorare pazzamente qualsiasi donna incrociata eppure il suo unico obiettivo era quello di raggiungere la ricchezza, la gloria e il successo e poco importava come sarebbe arrivato a tutto questo.

La verità è che Jay Gatsby di West Egg, Long Island, era scaturito da una concezione platonica di se stesso. Era un figlio di Dio – frase che, se vuol dire qualcosa, vuol dire proprio questo – e doveva continuare l’opera del padre mettendosi al servizio di una bellezza vistosa, volgare, da prostituta. Cosí inventò con Jay Gatsby il tipo che poteva venir inventato da un diciassettenne e rimase fino alla fine fedele a questa concezione.”

Jay Gatsby rimase davvero fedele sino alla fine al suo personaggio e a tutto ciò che esso incarnava, compresi i suoi due grandi sogni: Daisy e la gloria assoluta. O almeno così fu, fin quando un personaggio sciatto, miserabile, povero e fallito per uno strano equivoco tenta di mettere fine in qualche modo a quel sogno.

Francis Scott Fitzgerald ne Il grande Gatsby porta in scena una storia triste e apparentemente sfavillante nonché una satira amara e pungente contraddistinta da ipocrisie, complotti e tradimenti su quelli che furono definiti gli “anni ruggenti” (1919-1929), dimostrando cosi come gli ideali dell’epoca quali il successo, il benessere, i soldi, l’emancipazione e l’avanguardia culturale, si siano letteralmente frantumati dinanzi alla corruzione e nel momento esatto in cui i riflettori si sono spenti e sul palcoscenico è calato un sipario fatto di indifferenza, solitudine, amoralità e ipocrisia.

Francis Scott Fitzgerald attraverso un linguaggio raffinato, enfatico e molto descrittivo racconta la storia di Jay Gatsby perché forse Jay Gatsby rappresenta proprio l’America e il sogno americano, quel sogno che una volta diventato realtà finisce per mostrare il suo lato più orrido o forse più semplicemente:

Mi accorgo adesso che questa è stata una storia del West, dopo tutto: Tom e Gatsby, Daisy e Jordan e io eravamo tutti del West e forse soffrivamo di qualche deficienza che ci rendeva sottilmente inadatti all’Est.”

A volte può capitare di sentirsi inadatti o non all’altezza dei propri sogni, o no?

Per chi suona la campana

Titolo originale: For Whom The Bells, 1940

Il mento poggiato sulle braccia incrociate, l’uomo era disteso sulla terra bruna del bosco coperta d’aghi di pino. Sulla sua testa il vento investiva, fischiando, le cime degli alberi. In quel punto il versante del monte si raddolciva ma un poco più in giù precipitava rapido, e l’uomo poteva vedere la traccia nera della strada incatramata che, serpeggiando, attraversava il valico.

(Incipit, Per chi suona la campana)

Guerra civile spagnola. 1937. Si fronteggiano le truppe anti – marxiste dei nazionalisti falangisti del “Caudillo” Francisco Franco e quelle governative dei repubblicani. Tra queste, a Navacerrada, nei pressi di Madrid, agisce una banda di partigiani guidata da Pablo, un combattente rozzo, duro e spietato, e da Pilar, la sua amante. Un giorno la banda è raggiunta da uno straniero, un americano che si chiama Robert Jordan, un intellettuale, un docente di Spagnolo negli stati Uniti, che all’inizio della guerra civile ha lasciato il suo paese per arruolarsi nelle truppe repubblicane. Il suo è un compito difficile, delicato e rischioso: azioni di sabotaggio dietro le linee franchiste. Robert è stato incaricato dal generale Golz di far saltare un ponte su un fiume in modo tale da impedire alle truppe franchiste di portare i rifornimenti a Segovia mentre l’esercito repubblicano è impegnato ad attaccare la città. Ha solo tre giorni di tempo e organizzare l’azione non è per nulla semplice. Per questo ha bisogno dell’aiuto dei partigiani di Pablo, il quale cerca invece di ostacolarlo in tutti i modi. A complicare la situazione c’è il fatto che Robert incontra Maria, una rivoluzionaria reduce dalle torture dei falangisti, e se ne innamora. Ma il tempo a disposizione è poco e Robert ha una missione da portare a termine a tutti i costi…
Ernest Hemingway amava visceralmente la Spagna, sin dal 1922, quando compì il primo viaggio nella penisola iberica. In Spagna è ambientato Fiesta. Alla Spagna erano rivolte il cuore, la testa, le emozioni nel 1937, quando partì dagli Stati Uniti per guardare con i propri occhi le prove generali del conflitto mondiale che sarebbe esploso due anni dopo: la guerra civile spagnola. Da questo dato parte Per chi suona la campana, completato dallo scrittore di Oak Park nel 1940, quando le truppe di Hitler erano alle porte di Parigi. Un romanzo il cui il tempo della narrazione viene dilatato all’inverosimile: poco più di settantadue ore raccontate in 530 pagine, in cui, oltre ai tragici eventi bellici che segnarono in qualche modo le sorti della democrazia spagnola ed europea, Hemingway pone l’accento sulle riflessioni dei personaggi, sulle loro paure, le loro consapevolezze, stravolgendo completamente i rapporti cronotopici. Attraverso il suo inconfondibile stile frammentato, quotidiano, privo di ogni velleità descrittiva a favore del dialogo mimetico, lo scrittore affronta il doppio binario del dramma universale della guerra e quello individuale del dramma sentimentale, attraverso un’esperienza di vita che diventa esemplare, perché Per chi suona la campana diventa consapevolezza del proprio dovere anche di fronte ad una sicura morte, tema che ricorre ossessivamente nelle opere di Hemingway. E alla fine Robert Jordan porterà a termine il suo incarico e quel ponte diventerà emblema di libertà e di speranza di un intero popolo. Ma permane il tono elegiaco che ha portato Ernest Hemingway all’insano gesto del 1961, perché la sconfitta è sempre dietro l’angolo e, come recitano le parole della canzone dei Metallica For whom the bell tolls, “per chi suona la campana il tempo incombe”.

Ernest Hemingway 1899-1961

Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno. Ma quello che accadrà in tutti i giorni che verranno può dipendere da quello che farai tu oggi.

(Per chi suona la campana, p.456)

Lessico famigliare

Titolo originale: Lessico famigliare, 1963

Lessico Famigliare è stato pubblicato per la prima volta nel 1963 ed è uno dei libri che per la loro particolarità ha avuto importanti riflessi, prolungati nel tempo, sia a livello di critica che di lettori. Già il titolo fa luce sul contenuto, due parole e l’intera trama è perfettamente delineata. Famigliare: la storia è quella dei Levi (cognome da nubile di Natalia) a cavallo delle due guerre mondiali; la trovata della Ginzburg è quella di aver snodato i principali avvenimenti che ebbero come attori padre madre e fratelli servendosi dei modi di dire e delle espressioni gergali che fecero di quelle sei persone la Famiglia Levi. Ed ecco allora spiegato anche il senso di “lessico”.

Fin dalle prime righe l’impressione è quella di essere stati catapultati indietro nel tempo, anni ’20, via Panigaglia, Torino. La linearità e la pacatezza proprie dell’autrice, che si tiene ben lontana dall’usare per il suo racconto uno sguardo troppo personale, fan si che al lettore paia di guardare dal buco della serratura cosa succede fra le quattro mura di casa Levi, senza la mediazione dello sguardo troppo soggettivo dell’autrice. É la stessa Ginzburg a scrivere, nella premessa al libro: “Non avevo voglia di parlare di me. Questa non è la mia storia ma piuttosto, pur con vuoti e con lacune, la storia della mia famiglia”. Una lettura veloce e poco interessata potrebbe far pensare al libro come ad una fredda e distaccata cronaca di eventi ma non è così. Trapela intimità e l’approccio è quello di chi, finita un’era, quella della giovinezza, rivolge lo sguardo indietro, nei ricordi, caldi e accoglienti, un po’ nostalgici. Seppur quindi la narrazione sia piuttosto asciutta, chi legge non è precluso dal sentirsi lo stesso pianamente coinvolto e inserito in quello che succede. Un esempio: a pagina 167 bastano due righe e Leone Ginzburg, marito di Natalia, muore. Non viene detto molto, la storia continua senza interruzioni, senza parole di tenerezza nei confronti dell’uomo con cui la scrittrice ha condiviso tanto, continua perché così allora continuò anche la vita che mica aspetta, va avanti. L’effetto sul lettore è però l’opposto: su quelle poche parole non ci si può che fermare, e rileggerle, e sentirsi dispiaciuti, quasi più di quanto sembri esserlo lei, Natalia.

Altra caratteristica rilevante del libro è il modo con cui l’autrice riesce a far entrare con la massima naturalezza fra le righe di quello che sta scrivendo personaggi del calibro di Cesare Pavese, Drusilla Tanzi o ancora, di Turati. Lo fa con una certa maestria tanto che diviene quasi divertente, mentre si legge, andare a caccia di quelle notorietà nascoste. Ecco perciò che dietro all’amico pensieroso della casa editrice che cammina per strada mangiando ciliegie e sputandone i noccioli contro i muri si cela Pavese; Turati è l’omone dalla folta barba che si muove cauto per i corridoi di casa, che ogni tanto dorme nel letto del fratello Mario e che un giorno sparisce. Ed infine Drusilla Tanzi, la zia che rompeva sempre gli occhiali.

Nel frattempo la narrazione va avanti senza che non manchino nemmeno chiari riferimenti alla situazione politica e storica di quegli anni. In più pagine la tensione è palpabile, amici e familiari vengono incarcerati: sono quasi tutti antifascisti e attivi sul fronte della Resistenza. La stessa Ginzburg è mandata al confino. Tuttavia l’autrice mai abbandona quel suo scrivere posato, per nulla concitato, anche quando gli eventi alla base lo sono. Le pagine vengono sfogliate e presto si arriva alla fine, il cerchio si chiude e il lettore viene congedato così com’era stato accolto: con una di quelle frasi antiche, ripetute più volte, linfa della famiglia Levi, la loro spina dorsale.

“Ah non cominciamo adesso col Barbison! Quante volte l’ho sentita contare questa storia!”

Natalia Ginzburg, 1916-1991

“Vivevano così, in stretta amicizia, dividendosi il poco che avevano, e senza appoggiarsi a nessun gruppo, senza fare progetti per il futuro, perché non c’era nessun futuro possibile; probabilmente sarebbe scoppiata la guerra, e l’avrebbero vinta gli stupidi; perché gli stupidi, Mario diceva, vincevano sempre.”
― Natalia Ginzburg, Lessico famigliare

Grandi speranze

Titolo originale: Great Expectations, 1860-1861

Grandi speranze è il tredicesimo romanzo di Charles Dickens. Fu scritto e pubblicato a puntate tra il 1860 e il 1861. Secondo romanzo di quest’autore, ad essere scritto interamente in prima persona.

Considerato uno dei più grandi e sofisticati romanzi dell’autore inglese, nonché uno dei più popolari classici della letteratura vittoriana, ebbe più di 250 adattamenti sul palcoscenico e sullo schermo.

Grandi speranze appartiene al genere detto “Bildungsroman” cioè romanzo di formazione, ovvero quel tipo di narrazione che segue le vicende del protagonista, partendo spesso dalla più tenera infanzia, alla ricerca della piena maturità. La storia è incentrata sull’orfano Philip Pirrip “Pip” e descrive la sua vita da quando è ancora un bambino fino all’età adulta.

L’orfano Pip vive con la sorella e il cognato Joe in una piccola cittadina; un giorno viene chiamato a casa della signorina Havisham, un’eccentrica donna che dopo una delusione d’amore vissuta molti anni prima vive rinchiusa in casa e senza nessun contatto con il mondo, per giocare con la di lei figlia adottiva Estella.
Sin dai loro primi incontri il ragazzino si invaghisce di Estella, che bellissima e sprezzante si dimostra sempre fredda e indifferente; dopo qualche tempo la ragazzina viene mandata in collegio e i due non si rivedono più.
La vita di Pip cambia improvvisamente quando, grazie a un misterioso benefattore, viene prelevato dalla famiglia d’origine per essere condotto a Londra ed educato per diventare gentiluomo; si apre  per il giovane una nuova vita e comincerà a nutrire alcune “grandi speranze”, appunto, tra le quali la principale è quella di conquistare il cuore di Estella….

Leggere un romanzo di Dickens è sempre un piacere! Anche quando la storia non mi coinvolge particolarmente (come era capitato, invece, per DAVID COPPERFIELD o CANTO DI NATALE), è un autore che sapeva fare il suo mestiere più che egregiamente, e quindi è il meglio che si può trovare se si sente il bisogno di leggere un libro scritto come si deve- ad esempio- o se si sente il bisogno di trovare personaggi degni di nota…ovviamente, allargando la considerazione, se si vuole andare sul sicuro cercando queste cose è sempre meglio scegliere un classico!
Le peripezie dell’alternamente sfortunato/fortunato Pip (sebbene per lungo tempo la sua non sia una vita piacevolissima, a chi non piacerebbe ricevere una misteriosa eredità che lo toglie dalla povertà?) si snodano per molti anni, illustrandoci la sua crescita e la sua maturazione, processo che avverrà non facilmente e, sotto alcuni aspetti, in maniera dolorosa, tanto che le “Grandi speranze” a cui fa riferimento il titolo verranno crudelmente disilluse e lo riporteranno alla realtà, rappresentata dalle sue origini, senza però per questo mostrare la osa come per forza negativa.

Il personaggio sicuramente più degno di nota del romanzo, e forse addirittura uno dei più importanti personaggi dickensiani è però la signorina Havisham, un personaggio così forte e intenso, a mio avviso, da colpire come un pugno nello stomaco; la triste dama che vive rinchiusa nella propria casa vestita col vestito da sposa che indossava anni prima, e che ha fermato il tempo (letteralmente: persino gli orologi della casa sono regolati sull’ora infausta) al giorno che doveva essere del suo matrimonio, e in cui invece il fidanzato le inviò una lettera comunicandole che era fuggito con un’altra. Un personaggio doloroso, di un dolore talmente grande che diviene addirittura palpabile, e sinceramente ogni lettore non potrà che provare pietà anche davanti ai gesti più crudeli della donna.

Al confronto, ho trovato veramente insignificante Estella, bellissima sì, ma vuota e priva di fascino se non per il protagonista. Nemmeno la sua alterigia o la sua freddezza servono più di tanto a darle una qualche visibilità,anche negativa; alla luce di tutto ciò non ho compreso fino in fondo l’innamoramento di Pip, se non come una ossessione o il vedere in Estella un simbolo proprio delle sue Grandi speranze. Nel finale comunque le cose si aggiustano.
Nonostante la lunghezza, la storia si svolge in modo lineare e semplice, con varie scene emozionanti e significative (la descrizione di casa Havisham, il racconto della storia di Miss Havisham o il ritorno del forzato, ad esempio), rendendo la lettura appassionante e niente affatto noiosa o pesante.

Il vero amore è devozione cieca, è umiliarsi senza fare domande, è sottomettersi completamente, è avere fiducia e confidare a dispetto di te stesso e a dispetto del mondo intero, concedendo tutto il tuo cuore e tutta la tua anima al tuo tormentatore.”

Cristo si è fermato a Eboli

Titolo originale: Cristo si è fermato a Eboli, 1945

«Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia. … Ma chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte. — Noi non siamo cristiani, — essi dicono, — Cristo si è fermato a Eboli».

Cristo si è fermato a Eboli è il libro più famoso di Carlo Levi, scrittore, pittore, medico che attraverso quest’opera racconta la sua storia di confino in Basilicata sotto il regime fascista. Un libro che è diventato anche film grazie all’abile regia di Francesco Rosi e all’efficace interpretazione di Gian Maria Volonté.

Lo stesso Levi scrive nella sua prefazione “Come in un viaggio al principio del tempo, Cristo si è fermato a Eboli racconta la scoperta di una diversa civiltà. È quella dei contadini del Mezzogiorno: fuori della Storia e della Ragione progressiva, antichissima sapienza e paziente dolore. Il libro tuttavia non è un diario; fu scritto molti anni dopo l’esperienza diretta da cui trasse origine, quando le impressioni reali non avevano più la prosastica urgenza del documento.”

Perché Eboli?

Eboli come limite storico, non solo geografico, di un mondo. Perché Eboli è il paese dove la strada e il treno abbandonano la costa, e si addentrano nelle terre aride, desolate della Basilicata.

Un libro pubblicato da Giulio Einaudi nel 1945 dopo la liberazione, in un’edizione dalla carta grigiastra. Da subito incontrò il favore della critica e del pubblico, in Italia e all’estero, tanto da diventare un classico della letteratura italiana, grazie alla capacità di Levi di raccontare quel mondo chiuso, con la consapevolezza che sarebbe rimasto uguale a se stesso.

Rocco Scotellaro disse: «Cristo si è fermato a Eboli è il più appassionante e crudele memoriale dei nostri paesi», mentre Asor Rosa in Scrittori e popolo afferma «Levi giudica la realtà secondo gli schemi semi-mitici dell’Uomo e della Storia. Ma l’Uomo a cui guarda, e la Storia, secondo cui giudica, non restano opinioni generali, volontaristiche affermazione di verità. Egli non esce dal campo del Mito, anzi per lui la realtà descritta tende sempre a diventare anch’essa mito ma come accade talvolta, il Mito s’incarna in lui in una figura concreta».

Un libro di guerra, fino a quando l’autonomia e la libertà saranno la ragione d’esistenza di molti. L’atteggiamento di Levi è quello di colui che per passione di vivere si trova bene in qualsiasi luogo, e cerca di tenere tutto insieme. Quel suo parlare di un paese ignoto, di linguaggi ignoti, problemi antichi non risolti, di alterità presente, dell’individuo come luogo di tutti i rapporti e di un mondo immobile di chiuse possibilità, ne è la dimostrazione.

Ci si accorge, prendendo quel treno, tornando a Eboli, osservandone la stazione martoriata, per incuria, inciviltà, percorrendo questo paese ancora lontano dal Tempo e dalla Storia, andando per i paesi da lui descritti, come Senise ad esempio, che quel mondo è ancora tutto lì: racchiuso in un dolore che non può essere lenito.

Le mie prigioni

Titolo originali: Le mie prigioni, 1832

Chi non ha mai sfogliato Le mie prigioni potrebbe pensare a un vecchio testo politico dalla prosa ammuffita e grondante di retorica, buono tutt’al più a chi si occupa di storia patria. Ebbene, nulla di tutto ciò. Certo, il capolavoro di Pellico è scritto in un italiano ottocentesco e la sua ambientazione non è attuale, ma dalle pagine di questo celebre libello emerge soprattutto un grande senso di umanità. Al cuore della trattazione, infatti, non stanno gli ideali politici del rivoluzionario, bensì i sentimenti del prigioniero, i suoi dolori, le sue speranze, il suo attaccamento alla vita.

Nelle Mie prigioni Pellico racconta con stile asciutto e diretto il suo personale incubo iniziato nelle carceri di Milano e Venezia e terminato ai confini dell’Impero Austriaco, in Moravia, nella tetra fortezza dello Spielberg. L’accusa di affiliazione alla Carboneria lo spinge lentamente verso il baratro, mettendolo di fronte a una prova fisica e morale difficilissima. Dopo la condanna a quindici anni di carcere duro, lo scrittore vive con dignitosa rassegnazione e senza rancore un’esistenza ignobile segnata dalla solitudine e tormentata dalle malattie causate dall’ambiente malsano del carcere. Con sforzo enorme tenta di rimanere aggrappato al mondo, nella convinzione che il male inflittogli sia ordinato a un suo giovamento.

Silvio Pellico allo Spielberg

Confinato in una terra lontana che non gli appartiene, strappato dall’affetto dei propri cari, costretto in antri freddi, umidi e bui, con una catena al piede, un tavolaccio di legno per letto e un rancio da fame, Pellico può contare unicamente sulla propria immaginativa per non impazzire. Compone, filosofa, poeta e legge avidamente i pochissimi libri che gli vengono concessi. Cerca di imporsi una ferrea disciplina dello spirito e di scacciare dal cuore ogni forma di cinismo, risentimento e odio, comprendendo che finirebbero per peggiorare la sua esistenza.

Alla nuda cronaca degli anni di prigionia, la narrazione interseca un caldo dialogo interiore, un vivido discorso dell’anima dove affiorano ricordi di una vita perduta e maturano confortanti riflessioni sull’uomo e su Dio. La filosofia e la fede sono infatti le fiaccole che Pellico si sforza di tenere accese per impedire alle sue tenebre di parlargli e per nutrire di sostanza le interminabili giornate del prigioniero.

Fortunatamente, a donare un minimo di incoraggiamento e di colore ci sono anche delle presenze umane. La prigione è un mondo parallelo popolato di figure che di tanto in tanto spezzano il duro isolamento del carcerato: sono gli altri prigionieri, i secondini, i medici e chiunque altro per occasione entri in contatto con quel desolante cosmo di reietti e dimenticati. I personaggi che il protagonista incontra nell’arco della sua prigionia restano scolpiti nella mente e sono forse l’immagine più dolce che rimane al termine della lettura. C’è il mutolino, il bimbo senza parola che si affeziona a Pellico e torna a fargli visita davanti alle sbarre della cella di Milano; il povero e sprovveduto Maroncelli, carbonaro e amico di Silvio, protagonista dell’episodio più commovente della storia; l‘ingenua Zanze, figlia quindicenne del custode dei Piombi a Venezia, che rimane colpita dalla sventura dello scrittore e si intrattiene spesso a conversare con lui. Ma più di tutti resta impresso il vecchio caporale Schiller, carceriere di Pellico allo Spielberg, probabilmente la figura più nobile di tutto il racconto. Schiller è pur sempre un anello della catena oppressiva austriaca, ma l’autore lo descrive come un giusto che compatisce l’amaro destino dei prigionieri e fa tutto ciò che è in suo potere per alleviarne il dolore.

Silvio Pellico cominciò a scrivere i propri ricordi di prigionia nel 1831, soltanto dopo la scarcerazione. L’opera uscì a Torino un anno più tardi ed ottenne un successo travolgente, tanto da diventare il libro italiano più letto nell’Ottocento. La censura non poté nulla contro un testo che si dichiarava espressamente non politico e che in effetti non conteneva un solo attacco esplicito nei confronti dell’Austria. Nonostante ciò, come disse il cancelliere Metternich, esso arrecò più danno all’Impero di una battaglia perduta. La descrizione degli eventi infatti porta il lettore a solidarizzare con il prigioniero e a detestare i mandanti di tanti inutili sofferenze. L’atto d’accusa, anche se non espresso, si legge tra le righe, risultando forse ancora più incisivo.

Le mie prigioni costituiscono in definitiva una splendida testimonianza, una lettura edificante a cui sarà utile andare non solo per approfondire una pagina importante della nostra storia nazionale, ma anche per conoscere l’esperienza di un uomo fuori dal comune, trovando nella sua abnegazione e nei suoi valori uno stimolo a superare ostilità e momenti bui.

“Uno era persuaso di essere utile all’altro, e questa certezza destava una dolce gara d’amabilità nei pensieri, e quel contento che ha l’uomo, anche nella miseria, quando può giovare al suo simile. Ogni colloquio lasciava il bisogno di continuazione, di schiarimenti; era uno stimolo vitale, perenne all’intelligenza, alla memoria, alla fantasia, al cuore.”

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