Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

Titolo originale: Un viejo que leía novelas de amor, 1989

Proprio ieri, ci ha lasciato Luis Sepúlveda, scrittore, giornalista, poeta, attivista politico, ed ambientalista. A causa del Coronavirus, che sta stravolgendo le nostre vite, ormai da mesi. Lessi questo romanzo Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, durante il mio terzo anno di liceo. Ma mi ricordo bene, cosa provai leggendolo. Con questo libro sono davvero volata via con la mente. Verso un posto che non avrei mai nemmeno immaginato.

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore è un romanzo del celebre scrittore cileno Luis Sepúlveda, del quale avrai probabilmente letto almeno un libro nella tua vita. Il libro mi è stato regalato e mi ha subito affascinato per la copertina, dai colori contrastanti e carica di promesse; ho aspettato diverso tempo per leggerlo ma, una volta iniziato, il libro si finisce in pochissimo tempo, perché è breve e perché cattura.

Il romanzo si svolge perlopiù a El Idilio, un malandato villaggio di capanne ai margini della foresta amazzonica, in Ecuador. La vita in questo villaggio scorre a ritmi un po’ irregolari ma costanti: ogni 6 mesi, una barchetta a motore attracca al molo con a bordo il dentista Rubicondo Loachamìn, che cava denti o monta dentiere agli abitanti del villaggio. L’apparente tranquillità di El Idilio viene turbata dall’arrivo, trasportato da un canoa sul fiume, di un uomo senza vita e dal corpo lacerato. Il sindaco, El Lumaca, subito attacca gli indios della foresta; ma i saggi del villaggio sanno che ad aver compiuto un tale scempio non può che essere la femmina di un tigrillo, il feroce animale della foresta che, accecato dal dolore dopo che non si sa quale uomo bianco ha inutilmente e stupidamente ucciso i suoi piccoli, ora minaccia la vita di tutti quanti con la sua sete di vendetta. Con il villaggio in pericolo, una piccola spedizione parte con l’obiettivo di individuare e uccidere il feroce animale; tra questi, c’è Antonio José Bolívar, l’unica persona in grado di combattere questa eterna, feroce e intensa lotta tra uomo e animale.

Protagonista de Il vecchio che leggeva romanzi d’amore di Luis Sepúlveda è proprio l’irriverente, brusco, sincero, adorabile Antonio José Bolívar Proaño, un vecchio che vive in una capanna vicino al fiume. Tra le pagine del romanzo scorre la sua vita, fatta di disavventure spesso finite male: la sua passata esperienza di colono bianco che sarebbe da dimenticare, una moglie adorata della quale rimane solo una fotografia sbiadita, l’insofferenza verso certe regole, il rapporto controverso con la sua solitudine. Dopo la morte della moglie, ha vissuto per un periodo di tempo con gli indios shuar, i legittimi abitanti della foresta amazzonica, e questa esperienza gli ha donato un corpo solido solcato da cicatrici, un’astuzia unica, una presenza d’animo e dei nervi saldi impossibili da trovare altrove a El Idilio.

“Lì lo aspettava Antonio José Bolívar Proaño, un vecchio dal corpo tutto nervi, che sembrava indifferente al fatto di ritrovarsi sulle spalle un nome così illustre. <Non sei ancora morto, Antonio José Bolívar?>. Prima di rispondere, il vecchio si annusò le ascelle. <Sembra di no. Non puzzo ancora. E lei?>”.

È impossibile non innamorarsi di Antonio José Bolívar: scontroso e intelligente, ne diventi complice dopo pochissime pagine di lettura. Si lascia amare, soprattutto, per la sua grande passione: quella per i romanzi d’amore, che giungono ogni sei mesi dall’amico Rubicondo. Ha imparato a leggere con enormi difficoltà, e in modo lento e stentato legge le piccole parole stampate in nero sulle pagine: una lettera dopo l’altra, un’emozione dopo l’altra, un singhiozzo, un sospiro, un luccichio negli occhi. I suoi romanzi, insieme alla dentiera e alla lente d’ingrandimento, sono l’unico grande tesoro che possiede, materialmente e umanamente.

“Sapeva leggere. Fu la scoperta più importante di tutta la sua vita. Sapeva leggere. Possedeva l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia. Sapeva leggere.”

Proprio per la sua vita passata insieme agli shuar, sarà proprio lui la persona designata, la più adatta, al compito ingrato di proteggere il proprio villaggio dal temibile tigrillo. L’ultima parte del romanzo racconta proprio questa caccia, un ritmo lento e veloce tra uomo e animale, un guardarsi negli occhi, un cercarsi e sottrarsi continuo, fino alla vittoria finale di uno dei due sull’altro. O forse no?

L’abilità di Sepúlveda nel trasportarti in un modo insolito si ritrova in ogni singola parola del romanzo: parole scelte con cura, ognuna sembra essere un alito di vento tra le foglie della foresta, uno sciabordio del fiume, uno sguardo dell’uomo alla natura. Ed è sempre l’autore che mi ha permesso di volere così tanto bene al protagonista da subito: Antonio José Bolívar è stato evocato nella mia mente come un grande conoscitore del linguaggio della natura e della magia di questi luoghi. Con le sue esperienze passate, con la sua indole di grande lettore seppur non istruito, mi ha dato l’idea di essere come un ponte tra il mondo dell’uomo civilizzato e quello della natura più selvaggia.

Solitamente leggo libri di tutt’altro genere e quindi non mi aspettavo molto da questo, ma Il vecchio che leggeva romanzi d’amore di Luis Sepúlveda mi ha proiettato in un mondo all’opposto del mio, sia geograficamente sia concettualmente. Mi ha incantato leggere della vita dura di questi luoghi, dello scorrere lento dei giorni a El Idilio, della natura più libera il cui potere non viene neanche messo in discussione ma, anzi, rispettato come un dio.

La storia di Antonio José Bolívar è malinconica, profonda, sagace, spiritosa, combattente: c’è un mix di input che rispecchiano realmente il mix di emozioni che un uomo come lui, con la sua storia e il suo passato, può provare. Anche se si tratta di un romanzo e, quindi, di una storia inventata, non fatico a credere che certi meccanismi culturali, certe tradizioni ai nostri occhi impossibili e certe manifestazioni della natura esistano davvero, là, nel cuore verde e nero della foresta amazzonica. Questo libro è anche un inno d’amore e di bellezza verso la foresta, forse l’unico luogo al mondo che, seppur sempre meno, mantiene intatta la sua verginità dall’uomo avido e incontentabile.

«Sono uno scrittore – diceva Sepúlveda – perché non so fare altro che raccontare storie. Ma sono anche un essere sociale, un individuo che rispetta sé stesso e intende occupare un piccolo posto nel labirinto della storia. Da questo punto di vista, sono il cronista di tutti coloro che giorno dopo giorno vengono ignorati, privati della storia ufficiale, che è sempre quella dei vincitori».

1984

Titolo originale: Nineteen Eighty-Four, 1949

All’interno delle opere letterarie distopiche della fine dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, il romanzo 1984 di George Orwell viene unanimemente considerato il punto finale e definitivo di un genere. È l’ultima utopia negativa, come tradizionalmente viene intesa: dopo le opere di H.G. Wells, Evgenij Zamjatin e Aldous Huxley, Orwell rappresenta la conclusione più ovvia e coerente. Ed è una conclusione angosciosa e priva di speranza, che traduce tutti i caratteri di disincanto e disillusione che accompagnano la vita e le opere dello scrittore. In questo senso, la data del titolo dell’opera, l’anno di pubblicazione e l’ambientazione in cui si svolge la storia, sono solo alcune delle prove inconfutabili che portano a considerare l’Oceania di 1984 la descrizione definitiva del peggiore dei mondi possibili.

Il libro viene scritto nel 1948 (invertendo le ultime due cifre, l’autore dà il titolo al romanzo) e pubblicato nel giugno del 1949, quindi dopo la Seconda Guerra Mondiale e i grandi regimi totalitari che hanno caratterizzato il XX secolo, in un’epoca in cui il mondo si stava dividendo in due zone di influenza contrapposte. L’autore aveva ben presente la situazione storica, avendo vissuto gli accadimenti in prima persona sia attraverso un impegno politico attivo sia attraverso una costante critica della società in cui operava. A differenza dei precedenti scrittori di opere letterarie distopiche, Orwell possiede perciò una visione più completa e lucida della realtà e dei possibili scenari a cui avrebbe potuto andare incontro la società che ne sarebbe seguita.

Sulla base di questa visuale privilegiata, lo scrittore decide di ambientare il romanzo nell’anno 1984. Questa scelta è molto significativa. Rispetto alle opere letterarie distopiche pubblicate sino a quel momento, Orwell non colloca la narrazione in un futuro lontanissimo, ma solo trentasei anni dopo la fine dell’ultima stesura. Questo dato fa pensare che il futuro, profetizzato dallo scrittore, fosse in realtà già presente nella società degli anni Cinquanta del XX secolo. Con ciò egli ammoniva che, se si fosse continuato a percorrere quella strada, si sarebbe raggiunto, da lì a pochi anni, il terribile universo descritto nel romanzo.

Un’importante raffigurazione riguarda l’ambientazione dell’opera. La capitale dell’Oceania è Londra. Una Londra squallida, sporca, costantemente bombardata, ormai in rovina. Orwell pone la sua distopia nel cuore del continente europeo, al centro del mondo reale. È un altro monito per le generazioni future: anche nella culla della democrazia, al centro del sistema occidentale, si possono annidare i germi del totalitarismo, della Psicopolizia, del Grande Fratello.

Il riferimento al mondo reale è presente in tutto il romanzo. I richiami alla situazione attuale sono costanti e fanno sì che l’opera debba essere letta e analizzata da un ulteriore punto di vista: non più, o meglio non solo, come frutto della pura fantasia dello scrittore, ma come il risultato di un’attenta analisi, di una lucida critica che sfocia in una serrata denuncia, in un atto di accusa a un sistema privo di valori.

Prendendo in esame alcuni dei principali temi dell’opera, si possono notare chiare affinità non solo con la società del tempo ma anche, grazie a un intuito profetico non comune, con quella dei nostri giorni.

Uno degli aspetti più inquietanti contemplati nel romanzo è quello che attiene al potere occulto dei mass media. Oceania è invasa da Teleschermi ed è tenuta sotto controllo dal Grande Fratello. Ponendo in relazione 1984 con il Panopticon di Jeremy Bentham, si riscontrano analogie e la capacità, da parte di Orwell, di prevedere il pericoloso sviluppo della tecnologia mediatica. Il Panopticon è, apparentemente, una proposta per risolvere il problema delle prigioni: un edificio a pianta circolare, con al centro una torretta dove si trova un unico controllore che così può vigilare i vari settori della costruzione circostante, nella quale sono alloggiati i detenuti. Ogni cella risulta visibile in tutta la sua estensione; i prigionieri non possono vedere il guardiano, ma sanno di essere visti. Questo tipo di struttura vuole rappresentare un modello utopistico di organizzazione della società.

Oceania rappresenta per eccellenza la struttura panottica, che tuttavia non potrà sussistere e si rivelerà pura utopia. Il Teleschermo, cioè il Controllore, diventa un simulacro: dietro il Teleschermo c’è il vuoto; il medium proietta l’immagine di un controllore che non esiste. Orwell annulla quindi la tensione fra il sorvegliante e il sorvegliato che era presente in Bentham: in Oceania tutti sono guardati, e al posto del Controllore c’è il Teleschermo. 1984 supera il sistema panottico e profetizza la presenza capillare del televisore e del potere occulto dei media, che annulla il libero pensiero tenendo l’individuo asservito.

Perché proprio il televisore, e non altri mezzi di comunicazione di massa, per esempio la radio che, come strumento di propaganda e controllo ideologico, durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale era già una realtà? Orwell prevede che sarà la televisione a essere onnipresente nel tempo avvenire. E sarà vate in tempi non sospetti: il primo televisore era stato progettato da Baird nel 1926, le prime trasmissioni sperimentali erano apparse attorno al 1935, in Inghilterra e negli Stati Uniti s’iniziò a parlare di televisione non sperimentale solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ciò che è profetico non è l’idea che la televisione ci permetterà di vedere fatti e persone distanti migliaia di chilometri, ma che quelle persone potranno vedere noi. È questa l’idea del controllo a circuito chiuso, che si applicherà nelle fabbriche, nelle carceri, nei locali pubblici. Un’immagine avveniristica che solo più tardi Michel Foucault avrebbe ripreso dall’idea benthamiana del Panopticon.

Orwell, però, suggerisce in Oceania qualcosa di più: la minaccia che il mondo intero si trasformi in un immenso Panopticon.

1984 è chiaramente la rappresentazione del totalitarismo che vigeva al tempo dell’autore, e l’avversione di quest’ultimo per tale sistema si ritrova in ogni pagina del libro. Egli si riferisce, in particolare, alla lotta Stalin-Trotsky, alle grandi purghe che avvenivano in Unione Sovietica. L’enciclopedia sovietica che rivendicava agli scienziati russi le grandi scoperte scientifiche del secolo, l’attribuzione al dittatore di tutte le imprese storiche che avevano portato al trionfo del regime, persino la correzione continua della storia, tutto ciò era già cronaca, anche se rimossa.

Tutte le denunce nei confronti del regime sovietico hanno portato la critica letteraria e politica a ritenere 1984 un testo accusatorio verso il solo blocco sovietico. Addirittura, fino al 1989, il romanzo era una lettura proibita in Unione Sovietica e in tutti i Paesi dell’allora blocco socialista. Per decenni, possedere un esemplare del libro costituì una prova a carico nei processi politici. Anche la critica europea, soprattutto subito dopo la pubblicazione, poneva l’accento quasi esclusivamente sulla questione politica e sugli aspetti di denuncia al socialismo. Solo in tempi più recenti Orwell e la sua opera sono stati rivalutati secondo una prospettiva più giusta e obiettiva. Si deve infatti tenere in conto l’appartenenza dell’autore a una nazione, l’Inghilterra, che usciva dalla Seconda Guerra Mondiale vincitrice sul nazismo, e molte delle atrocità che si celebrano in Oceania ricordano da vicino appunto costumi e riti nazisti: si pensi, ad esempio, alla pedagogia dell’odio, al razzismo che separa i membri del Partito dai prolet, ai bambini educati a spiare e denunciare i genitori, al puritanesimo della razza eletta per cui il sesso deve valere solo come strumento eugenetico. Quello che fa Orwell non è tanto inventare un futuro possibile, ma incredibile, quanto analizzare un passato credibilissimo perché è già stato possibile. L’autore insinua il sospetto che il mostro del XX secolo sia stato la dittatura totalitaria e che le differenze ideologiche, in tale sistema, contino molto poco.

Per analizzare a fondo la relazione tra 1984 e la realtà, è significativo porre in rapporto il libro con un’altra opera, Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn. Apparentemente queste due opere hanno poco in comune: l’una considerata frutto dell’immaginazione, della fantasia, seppur con degli espliciti richiami alla storia, l’altra, al contrario, frutto dell’esperienza diretta dello scrittore russo. Al di là delle differenze che si possono ritrovare nelle storie di vita dei due scrittori e dei diversi sfondi culturali e politici in cui operarono, i due libri si completano a vicenda. Entrambi svelano le strutture più profonde del sistema totalitario nei suoi aspetti più inquietanti e perversi.

Il gulag è, quasi, l’Oceania di 1984, vissuta in modo crudo da milioni di esseri umani nella decadenza e nella degradazione quotidiana, senza le architetture della fantascienza. L’universo di 1984 è inoltre immerso nella paura e nella menzogna prodotte dall’apparato in cui si vive; esemplificativi sono i campi di rieducazione sui quali Winston Smith, il protagonista del romanzo, non ha il coraggio di prendere informazioni. Winston non vuole conoscere le implicazioni del Potere, e in modo simile i sovietici rifiutavano di sapere alcunché sui campi di lavoro che pur costituivano una parte integrante della loro realtà. Questo rifiuto li rendeva complici dei metodi del potere, e la complicità è una delle colpe più gravi che il protagonista del romanzo di Orwell dovrà espiare.

L’esperienza di Winston può essere paragonata a quella del giovane Solženicyn: quando il primo viene arrestato si rende conto che la prigione non è che la logica conseguenza della vita fino allora condotta in Oceania; il secondo racconta che, quando venne arrestato, pur proclamando la sua innocenza, ponendosi in modo incessante la domanda ‘perché io?’ arrivò infine a comprendere che la domanda da farsi era un’altra: ‘perché non io?’. Come in Oceania, nel sistema reale sovietico era consentito che tutti potessero essere imprigionati in qualunque momento.

I due libri, seppur collocati in epoche differenti, affrontano ambedue come tema principe i pericoli del totalitarismo. Entrambi denunciano senza mezzi termini il sistema di dominio assoluto che porta a non distinguere il vero dal falso, il bene dal male. Quello che più sorprende è la comune preoccupazione dei due autori di salvare la lingua dalla corruzione della parola e, di conseguenza, del pensiero: in Arcipelago Gulag, Solženicyn, durante la sua permanenza nei campi di rieducazione, lavora a un dizionario di parole e di idiomi minacciati di scomparire a causa della lingua imposta dalla propaganda politica; in 1984, la Neolingua tende a soffocare la lingua vivente fino a farla scomparire.

I finali divergono: Winston Smith soccombe, solo di fronte al sistema, muore amando il Grande Fratello; Solženicyn, al contrario, ritrova, grazie alla fede, la solidarietà umana. Ma il messaggio dei due libri converge in un’esigenza morale comune: conservare la memoria e ammonire le generazioni future. Sia a Orwell che a Solženicyn premeva mettere in evidenza il pericolo che si potrebbe correre o che si è già corso nel tentativo di creare una struttura conservatrice e totalizzante che soffoca l’individuo, annullandolo nelle sue facoltà e potenzialità.

Si è accennato alla Neolingua. Questa è, senz’altro, uno tra i processi più terrificanti e complessi, che lo scrittore delinea. Il tema della lingua è strettamente collegato a quello della cultura e può essere considerato una delle problematiche più attinenti alla realtà di 1984 e, per l’autore profetico, alla realtà del nostro tempo. Nel romanzo di Orwell, come in quasi tutte le opere utopiche e distopiche, la cultura, soprattutto nella forma letteraria e poetica, è annullata dal Potere assoluto. Questo ritiene l’arte un’espressione del pensiero, della fantasia, della conoscenza di ciò che avviene, troppo pericolosa per essere lasciata incontrollata. Gli unici due libri che compaiono in 1984 sono il diario del protagonista e il libro di Goldstein, capo dell’opposizione denominata Fratellanza; parrebbero presentati come volumi rivoluzionari negli intenti e nei contenuti, ma, come analizzeremo più avanti, sono complementari alle modalità del potere esercitato dal Partito che governa.

In Oceania si continua a correggere la storia passata per allinearla con quella divulgata nel presente dal Grande Fratello; i testi vengono scritti da macchine assai simili ai computer, e gli intellettuali sono tutti impegnati al Ministero della Verità (anche Winston Smith), cioè nel luogo dove si fabbricano le menzogne. La letteratura è morta, non esiste più come espressione di libero pensiero. Questa fine della cultura è dovuta alla mancanza di parole per esprimere i concetti: la Neolingua ne contempla un numero di molto inferiore a quello dell’Archeolingua che sta per scomparire. Il paradosso che sottende alla compilazione della stesura definitiva del vocabolario della Neolingua è inquietante: l’eliminazione delle parole eterodosse o, in qualche modo, ritenute pericolose determina anche l’annientamento della loro sostanza concettuale. La Neolingua si fonda sul fatto che l’individuo subisca una serie di microlesioni dei centri nervosi cerebrali preposti all’attività del pensiero e del linguaggio; l’effetto finale dovrebbe essere, nelle intenzioni del Partito dominante, la riduzione dell’attività mentale degli individui a una serie di coppie ‘stimolo-risposta predeterminata dal Potere’. Le caratteristiche della struttura della Neolingua sono esposte nell’appendice del libro, che prende appunto il titolo de I Principi della Neolingua. Un esempio può chiarire il fine a cui mira il potere egemonico: “La parola libero esisteva ancora in neolingua ma poteva essere usata solo in affermazioni come ‘questo cane è libero da pulci’ oppure ‘questo campo è libero da sterpi’. Non poteva essere usata, però, nell’antico significato di ‘politicamente o intellettualmente libero’, dal momento che la libertà politica ed intellettuale non esistevano più come concetti e non vi era, perciò, una parola che li esprimesse.”

Un’altra utilizzazione distorta del linguaggio è il bispensiero, cioè la capacità di sostenere simultaneamente due opinioni in palese contraddizione tra loro e di accettarle entrambe come esatte. La regola del processo totalitario consiste nell’usare un inganno cosciente e nello stesso tempo mantenere una fermezza di proposito che dimostri una totale onestà: spacciare deliberate menzogne e credervi, ignorare ogni avvenimento scomodo, in definitiva negare l’esistenza della realtà. Quindi, credere realmente a tutto quanto sostenuto dall’oligarchia, prendere come incontrovertibile certezza – se il Partito lo desidera – che “2+2 è matematicamente 5”.

Il ricordo del passato viene abolito per due ragioni: la prima è che i membri del Partito Esterno e i prolet sopportano le condizioni di vita a cui sono costretti in Oceania proprio perché non possiedono alcun mezzo di confronto (tutti i documenti, i libri e la letteratura di epoche precedenti sono stati distrutti); la seconda è la salvaguarda dell’infallibilità del Partito, che effettua un continuo aggiornamento della storia per sembrare non mutar mai opinione né sbagliare mai le sue previsioni.

A Orwell importava accentuare il fatto che una contrazione del linguaggio produce una riduzione nella capacità di astrazione e giudizio, fino a un livello in cui la riflessione e l’analisi non hanno più luogo. Si tratta sicuramente di un paradosso: lo scrittore aveva ben presente che esistono forme di comunicazione non verbale e che l’uomo, in ogni caso, non è un computer che elabora dati sulla base esclusiva delle informazioni che gli vengono fornite. Egli intendeva, comunque, sottolineare come anche il linguaggio sia un forte alleato e un decisivo strumento nelle mani del potere oppressivo.

Per condurre una critica al Partito e alla sua tattica, Orwell doveva utilizzare lo stesso linguaggio, ossia un linguaggio astratto, staccato dalla realtà, che si presta a un’ambigua interpretazione, in definitiva tautologico e totalitario, un adeguato corrispettivo del double think di Oceania. All’interno del testo, si notano numerosi e puntuali esempi di contraddizioni dialettiche. Innanzitutto, i tre slogan del Partito ‘guerra è pace, libertà è schiavitù, ignoranza è forza’ e i nomi attribuiti ai quattro Ministeri che organizzano la vita in Oceania e le loro rispettive funzioni. Anche l’episodio dell’improvviso cambiamento delle alleanze nel perenne gioco bellico fra Oceania, Estasia ed Eurasia può essere considerato facente parte di incoerenza. Addirittura nell’incipit del romanzo si può già comprendere l’importanza della lingua e dell’uso che ne fa il Potere: “Era una luminosa, fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi”L’universo appare subito straniato, deforme; nessun orologio batte, di norma, tredici colpi e, attraverso questo, lo scrittore mette subito in guardia il lettore. Inoltre, questa frase rappresenta anche una violazione della norma del tempo atmosferico in Occidente: aprile in Oceania è luminoso e freddo, non piovoso come verrebbe da immaginare.

Attraverso la lucida e spietata critica alla lingua, alla cultura, all’arte e alla letteratura, Orwell denuncia il ruolo che la figura dell’intellettuale riveste sotto qualunque regime totalitario. L’intellettuale che, secondo lo scrittore, dovrebbe essere il tramite ideale fra la cultura e le persone, e sempre libero di esprimere il proprio pensiero, si trasforma in Oceania (e, come sappiamo, in tutti i sistemi totalitari) in strumento utilizzato dal Potere. In un universo in cui vige la dittatura, la corruzione della parola e l’impossibilità di espressione conducono a opere stereotipate e standardizzate, costantemente sottoposte al controllo, e messe al bando se giudicate contrarie ai dettami del regime. A tutto ciò si dovrebbe opporre l’intellettuale, politicamente impegnato, che attraverso l’uso della ragione delinei modelli di vita di logico equilibrio. Una violenta critica è nei confronti di quegli intellettuali che, sotto i regimi totalitari, scendono a patti con il potere, non per convinzioni ideologiche ma per semplice paura. Si nota come il rapporto tra i due protagonisti di 1984, O’Brien e Winston Smith, si manifesti anche nell’antinomia fra due intellettuali giunti, per strade diverse, al più basso livello di degradazione. Il primo, che nel dialogo con la sua vittima esibisce una capacità argomentativa senza pari, e che vive in un mondo raffinato, è il rappresentante di un universo in cui il potere è stato consegnato nelle mani di intellettuali come lui, attratti da un’ambizione di dimensioni cosmiche: l’edificazione di un sistema politico privo di errori, perfetto in ogni suo aspetto. Il secondo, distrutto nel fisico e nell’anima, diventa l’esempio di ciò che attende i difensori della parola nei luoghi in cui la scrittura, la letteratura, gli oggetti, le persone e i pensieri che conferiscono forma all’arte non possono esistere ed esprimersi. In questo senso, il fallimento di Winston è il fallimento di Orwell come intellettuale: l’incapacità dello scrittore di modificare lo stato di cose per una sorta di complesso di inferiorità rispetto al politico. Probabilmente l’autore percepiva, negli anni in cui scriveva il romanzo, il fatto che il potere politico, e non quello culturale, possedesse strumenti maggiormente adeguati per riuscire a dettare regole di supremazia. Orwell si rendeva conto che la propria posizione risultava velleitaria e vuota a fronte di uno schema organizzativo che proponeva un processo di controllo totale. In tal modo, 1984 diventa un apologo non solo e non tanto sulla degenerazione storica e politica del mondo contemporaneo, quanto sulla degenerazione politica e morale del soggetto che tale mondo pensa e interpreta.

1984 è stato definito un romanzo distopico. Confrontando le opere letterarie precedenti, si nota come l’autore denunci le opere utopiche classiche in maniera chiara e forte. Egli manifesta il suo giudizio in due modi: il primo è quello di contraddire le caratteristiche delle città ideali, descrivendo Oceania come l’esatto contrario dei mondi perfetti del passato; il secondo è quello di ingigantire determinate peculiarità delle utopie passate, facendone quasi una parodia. Perché a Orwell premeva compiere questa operazione di critica nei confronti dei suoi predecessori? La risposta si può trovare nel fatto che l’autore considera l’utopia tout court un nemico, non entrando nel merito e quindi non differenziando le opere utopiche le une dalle altre. Questa è, senz’altro, un’operazione scorretta da un punto di vista metodologico e storico: vi sono delle diversità fra le opere sia dal punto di vista del contenuto (utopie essenzialmente politiche, urbanistiche, economiche) sia da quello temporale (non è corretto paragonare opere distanti secoli le une dalle altre). Il bersaglio diventa allora l’utopia in sé (e il modo di pensare e di agire che sta alla base di un’opera utopica), un’utopia che crea universi totalitari, che tende al consolidamento dell’omogeneo, della ripetizione, dell’ortodossia. Orwell costruisce quindi Oceania come una grande utopia conservatrice e priva di ogni libertà fondamentale. Il messaggio è chiaro: se il migliore dei mondi possibili dovesse realizzarsi, non si otterrebbe il paradiso promesso ma il peggiore degli inferni. Uniformità sociale, assenza di storia e di passato, controllo sulla famiglia, sulla sessualità, sull’amore, sulla cultura, sull’educazione, sulla religione sono solo alcuni dei temi presenti nel programma dell’impianto totalitario, ancora più ingigantito e deformato in Oceania. Per Orwell, il termine chiave è contraddizione. L’utopia si presenta come il mondo della libertà, dei desideri, dei bisogni, ma, alla fine, queste città si riveleranno luoghi di costrizione dove tutto è regolamentato e ordinato in relazione al fine ultimo e unico: la stabilità dello Stato. L’utopia punta a realizzare la completa affermazione dell’individuo mentre, in realtà, ritrova la negazione e la subordinazione del singolo in favore della collettività. Utopia si può considerare la fuga dai mali del presente per raggiungere un futuro possibile, anche se lontano; nell’opera di Orwell, invece, cancella ogni dimensione temporale, elimina la storia e si fissa in un presente senza prospettive. L’utopia indica la proprietà privata come fonte principale dell’oppressione e della sofferenza dell’uomo, e ne sopprime pertanto i principi instaurando varie forme di comunismo che provocano dei modelli di dominio e di oppressione uguali, se non peggiori, di quelli sviluppatesi nei regimi basati sulla proprietà privata.

Queste contraddizioni di fondo sono presenti in ogni pagina del romanzo di Orwell. Egli, a differenza degli altri autori di opere letterarie distopiche, rende esplicita la sua critica e il suo rifiuto al modo di concepire il migliore dei mondi possibili. Oceania, dunque, non è solo la rappresentazione di una realtà distopica o un’assurda proiezione del presente, ma anche una parodia grottesca di quell’utopia stessa, intesa come modello razionale o come programma ideale.

Rispetto alle opere precedenti dell’autore e rispetto alle altre opere distopiche, quello che rende 1984 un libro disincantato, pessimistico, inquietante in tutti i suoi aspetti è la profondità delle riflessioni che Orwell compie non solo verso la situazione storico-politica, ma soprattutto nei riguardi dell’individuo singolo. Confrontando 1984 con La Fattoria degli Animali (Animal Farm, 1945), la differenza principale che si nota riguarda proprio il binomio collettività/individualità. La Fattoria degli Animali può essere considerata una distopia allegorica in forma di favola. I simbolismi sono espliciti e il lettore non fa fatica a comprendere la chiara satira sulla rivoluzione bolscevica e sullo stalinismo. Tale opera è definibile distopica in quanto la società perfetta basata sull’uguaglianza degli animali si trasforma nella peggiore delle dittature, costruita sul terrore e sulla subordinazione di molti a pochi. Anche in questo libro, a Orwell non interessava soffermarsi sulle dispute ideologiche riguardanti il socialismo o gli altri modelli di società; egli dimostra come l’umanità intera venga sempre più disumanizzata. Manca un personaggio nel quale Orwell stesso si identifichi, e questa figura viene sostituita da una proiezione collettiva: sono gli animali, cioè gli uomini, nel loro complesso a sperimentare la rivolta, la speranza e la sconfitta. Non accade come nelle altre opere dello scrittore, in cui veniva delineato prima il conflitto poi il fallimento individuale; in questo caso tutti gli uomini sono coinvolti e il fallimento è generalizzato.

La Fattoria degli Animali è una parabola, un’allegoria pessimistica, ma non ancora priva di spiragli di speranza: la forma narrativa utilizzata da Orwell rende il testo meno drammatico e meno angoscioso; la favola, tradizionalmente, lancia un messaggio, ma non vuole essere la copia di una realtà che appare comunque lontana. Questa allegoria e questa ‘leggerezza’ verranno abbandonate con 1984, in cui l’angoscia e l’assenza di speranza non lasciano spazio ad alcuna possibile interpretazione e ad alcun simbolismo, rappresentando una realtà lontana, ma possibile.

Ciò che rende 1984 un romanzo pessimista è l’analisi concentrata sul singolo. Lo scrittore denuncia il fatto che si è passati dalla società pre-individualista alla società post-individualista, senza che se ne sia mai realizzata – se non in modo limitato – una capace di tener conto dell’individuo, ossia di persone autocoscienti, critiche, autonome. I soggetti (Winston Smith, la sua compagna Julia, i prolet) sono sconfitti, falliscono e non hanno alcuna possibilità di opporsi alla società oceanica, rappresentata da O’Brien, dal Grande Fratello, dalla Psicopolizia. L’uomo, quindi, è sacrificato a vantaggio della collettività. Come la libertà si oppone all’autoritarismo, così l’individualismo è la negazione del totalitarismo che, per sua natura, è antindividualista. Orwell teme e rifiuta una situazione olistico-organicistica dove l’individuo è al servizio della società secondo un modello gerarchico; egli, al contrario, auspica il passaggio a un sistema individualistico e liberale, dove la società è al servizio dell’individuo.

La vera e profonda critica di Orwell è rivolta ai singoli per il ruolo che occupano nella società. Nel periodo storico e sociale in cui egli scriveva 1984, l’individuo sembrava essere puro ingranaggio senza possibilità di pensiero e di azione. Il romanzo descrive proprio come il rapporto dell’individuo con la società, nei regimi totalitari, non esista, sostituito dall’unico rapporto possibile, quello con il regime stesso.

La figura di Winston Smith è rivelatrice del pensiero dello scrittore. Il protagonista è preso ad esempio di tutti gli uomini del XX secolo (nell’intenzione di Orwell, 1984 si sarebbe dovuto intitolare The Last Man In Europe), e per meglio rappresentarli deve assommare in sé un vero e proprio campionario di psicosi: onirismo, complesso di colpa, sindrome di Stoccolma, zoofobia e poi claustrofobia, schizomania, nevrosi sessuale e così via. Winston è solo l’esempio, ma tutti gli abitanti di Oceania sono afflitti da psicopatologia della vita quotidiana; essi soffrono perennemente sia a livello fisico sia sul piano mentale. Lo scrittore, inoltre, attribuisce al protagonista caratteristiche di incoerenza. Winston appare un eroe, un ribelle; in realtà, analizzando a fondo i suoi comportamenti, si nota che egli non è altro che un antieroe, un uomo già inserito nel sistema. Il diario che egli scrive in gran segreto non è altro che una riproposizione degli slogan e delle direttive del Partito; sin da subito, quindi, egli appare succube del mondo di Oceania a cui si oppone. Inoltre, quando decide di far parte della fantomatica ribellione al Partito, la Fratellanza, non si rende conto che essa riproduce, in tutto e per tutto, i metodi del Partito, che ne è la copia esatta, il riflesso speculare. L’iniziazione di Winston alla rivolta contro il regime è indistinguibile dall’iniziazione alla militanza al Partito: i delitti a cui lo si vuole pronto non sono diversi da quelli quotidianamente perpetrati dagli organi repressivi dello Stato, e il nastro delle promesse che egli riascolterà durante l’interrogatorio con O’Brien lo pone sullo stesso piano dei torturatori. Anche il libro di Goldstein, il manuale rivoluzionario che Winston legge con avidità e partecipazione, non fa che sistematizzare l’ordine vigente: spesso le sue pagine ripetono le dichiarazioni di principio e le considerazioni politiche del Partito, non rappresentando, quindi, una ricchezza alternativa, ma qualcosa di complementare al sistema già operante.

Un’altra caratteristica che rende il protagonista un personaggio ambiguo e complesso è la sua onniscienza. Winston sa fin dall’inizio che la sua ribellione sarà perdente, sa che Syme (un suo collega che lavora alla stesura del vocabolario della Neolingua) sarà vaporizzato, sa che incontrerà O’Brien, sembra conoscere in anticipo tutte le fasi della tortura fisica e intellettuale che lo attende e che nessuno può avergli descritto in precedenza; sogni, allucinazioni e fantasie gli fanno prevedere nei dettagli quel “Paese meraviglioso” che diventerà il teatro reale della sua prima esperienza erotica con Julia. Anche attraverso tale onniscienza, Winston è l’ennesima reincarnazione dell’intellettuale orwelliano: secondo l’autore, nel libro come nella realtà, gli intellettuali che operano sotto un regime totalitario sono estremamente e lucidamente consapevoli delle terrificanti conseguenze cui può portare la dittatura, ma accettano di sottomettersi alle direttive e ai divieti del potere, continuando a esercitare le loro funzioni anche se sottoposti a restrizioni di parola, espressione, azione. Orwell denuncia tale asservimento con la figura di Winston, che a parole disdegna i metodi con cui convive ma con i fatti li accetta e li subisce. La parabola che il protagonista compie è quella che si ritrova in tutti i personaggi dei romanzi di Orwell e, probabilmente, anche quella che lo scrittore teme per sé stesso: dalla ribellione, alla speranza, alla fine della speranza, all’asservimento, alla tortura.

Attraverso il personaggio di Winston Smith, Orwell, in definitiva, vuole esemplificare la condizione dell’individuo nel tempo in cui viveva. Ci vuole trasmettere come, nel mondo di Oceania, un’opposizione e una libertà di pensiero non solo siano sistematicamente soppresse dal controllo del potere, ma non siano minimamente possibili. Il Partito ha raggiunto una tale egemonia da estinguere oltre la libertà di azione e di movimento anche quella di pensiero. Il Grande Fratello ha annullato la coscienza dell’individuo.

Bisogna sottolineare ancora una volta che per l’autore non era importante quale tipo di regime totalitario si dovesse combattere: in qualunque società in cui vige una supremazia assoluta, sia di destra o di sinistra, è sempre il soggetto singolo a venire sconfitto.

Il libro di Orwell è stato giudicato dalla critica soprattutto come un’opera profetica: la creazione di un mondo futuro terribile, ma possibile. Questa visione viene ribaltata analizzando il testo: ponendolo in rapporto con la realtà in cui operava l’autore, 1984 non è il frutto di pura fantasia, ma è storia contemporanea, seppur ingigantita ed estremizzata. È probabilmente questa considerazione ad aver decretato il successo mondiale del romanzo: la coincidenza fra il mondo reale e l’universo creato dalla fantasia.

Molti critici hanno infine concluso che 1984 non lascia alcuna speranza, che la distopia catastrofica di Oceania non permette alcuna possibilità di cambiamento, che Orwell è lo scrittore del disincanto. Tutto perfettamente condivisibile e vero. Però, forse, le parole conclusive che lo scrittore desiderava si stampassero nella mente del lettore non erano “Ora amava il Grande Fratello”, bensì le ultimissime frasi dell’Appendice al libro: “Si stavano traducendo diversi scrittori, come Shakespeare, Milton, Swift, Byron, Dickens e altri. Una volta che un simile processo si fosse concluso, i loro scritti originari e con essi tutto quanto ancora sopravviveva della letteratura del passato sarebbero stati distrutti. Si trattava di un compito lento e difficile, e ci si aspettava che potesse concludersi solo nel primo o secondo decennio del XXI secolo. Ed era unicamente per garantire un giusto lasso di tempo a questo lavoro di traduzione preliminare che l’adozione integrale della neolingua era stata fissata per il 2050”. Attraverso tale conclusione Orwell dice che la versione in Neolingua dei capolavori del passato è l’opera più ardua che il Partito debba affrontare, tanto da far slittare il trionfo della lingua che uccide il pensiero in un futuro lontano rispetto all’anno in cui è ambientato il romanzo. L’unica opposizione vera e reale che il potere si trova a fronteggiare è quella della letteratura, il cui linguaggio, intriso di libertà, oppone una forte resistenza a farsi tradurre nella lingua degli schiavi e del regime totalitario.

Il rosso e il nero

Titolo originale: Le Rouge et le Noir, Chronique du XIXe siècle et Chronique de 1830, 1831

“Un romanzo è uno specchio che passa per una via maestra e ora riflette al vostro occhio l’azzurro dei cieli ora il fango dei pantani. E l’uomo che porta lo specchio nella sua gerla sarà da voi accusato di essere immorale! Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada in cui è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia ristagnar l’acqua e il formarsi di pozze.”

Il Rosso e il Nero è il romanzo più importante di Stendhal, pseudonimo di Marie-Henri Bayle, uno degli scrittori francesi più importanti dell’Ottocento. L’opera è allo stesso tempo una descrizione molto accurata della società francese della Restaurazione, mostrata in tutta la sua decadenza morale, ed un’analisi dell’animo umano tanto accurata da spingere il filosofo Nietzsche a definire Stendhal l’ultimo dei grandi psicologi francesi.
Classificabile come romanzo di formazione, Il Rosso e il Nero narra le vicende del giovane Julien Sorel, attraverso i cui occhi il lettore può vedere prima le brutture della borghesia di provincia e poi le falsità della nobiltà parigina.La vicenda prende spunto da un fatto realmente accaduto, pubblicato sulla Gazette des Tribunaux tra il 28 e il 31 dicembre 1827. Antoine Berthet, ex seminarista figlio di un artigiano, assunto come precettore in una famiglia di ricchi borghesi, sparò alla padrona durante una funzione religiosa. Berthet era divenuto amante della donna. Per il suo crimine fu condannato a morte e ghigliottinato nella piazza di Grenoble il 23 febbraio 1828.La storia di Berthet è lo scheletro attorno cui Stendhal costruisce il personaggio e le vicende di Julien Sorel, solo che l’autore ci mette molto del suo. Stendhal definì il protagonista dell’opera << un infelice in guerra contro l’intera società >> ed in effetti Julien questo è. Figlio di un artigiano, è di bassa estrazione sociale, ma vive leggendo il Memoriale di Sant’Elena e sognando un’ascesa sfolgorante come quella del suo idolo Napoleone Bonaparte, sognando quell’epoca passata in cui un signor nessuno in breve tempo poteva far carriera. Grazie alla sua cultura, Julien viene assunto come precettore nella casa dei de Renal, una famiglia di ricchi borghesi di provincia. Già nel passaggio dai sogni di gloria all’incarico di precettore, avviene in Julien il passaggio dal rosso al nero, cioè capisce di non poter ambire alla carriera militare (il rosso) che tanto sognava e che l’unico modo per salire nella scala sociale in quei tempi era attraverso la religione (il nero). In breve tempo Julien diventa amante di Madame de Renal e deve fuggire da quella causa per sfuggire alle prevedibili vendette del marito. Dopo un periodo in seminario, approda a Parigi come segretario del marchese de la Mole, così entra in contatto con l’aristocrazia parigina. Dopo essersi discretamente integrato, finisce per innamorarsi e sedurre l’altezzosa figlia del marchese, Mathilde. Julien deve lottare non poco per conquistarsi definitivamente l’amore della giovane nobildonna, quando finalmente l’ha conquistata però lei scopre di essere incinta. Lo scandalo che suscita la notizia costringe Julien ad una nuova fuga. Inizialmente il marchese de la Mole sembra intenzionato ad acconsentire alle nozze del giovane con sua figlia, spinto proprio dalle pressioni di quest’ultima, ma una lettera di Madame de Renal gli fa cambiare idea. La lettera spinge Julien a sparare contro la sua ex amante, fortunatamente non la uccide ma, in seguito al processo, viene condannato a morte e decapitato.
Pur non parlando mai apertamente di politica, Il Rosso e il Nero può essere definito un romanzo politico. Narrando le vicende, Stendhal ci mostra la Francia della Restaurazione come una palude fatta di intrighi, raccomandazioni e corruzione. Gli uomini di Chiesa non esitano a muoversi nell’ombra per guadagnarsi un posto da vescovo, la borghesia di provincia svende la propria dignità pur di acquisire posti di prim’ordine nell’amministrazione statale, i nobili combinano perfino i matrimoni pur di acquisire o mantenere i propri privilegi. Tutto è intrappolato nelle convenzioni, non si parla mai francamente e chiunque compie un’azione lo fa sempre con un secondo fine, mirando a conquistarsi un’amicizia o a screditare qualcuno, tutto per guadagnare posizioni di rilievo in società. Stendhal ci mostra una società corrotta e doppiogiochista, dove è impossibile emergere se non sottomettendosi a squallidi giochi di potere.
I personaggi del romanzo sono tantissimi. Alcuni in sé stessi hanno poco valore, servono semplicemente a rappresentare una categoria sociale, come sono i vari M. de Renal e M. Valenod, o il marchese de la Mole. I primi sono borghesi di provincia, tutti presi ad ostentare il loro potere e le loro ricchezze, sempre proiettati al mantenimento dei loro incarichi pubblici od all’ottenimento di incarichi ancora più importanti. Il marchese invece rappresenta l’aristocrazia parigina, un uomo tutto preso al rispetto delle etichette ed alla gestione economica dei suoi affari, nonché partecipante attivo della vita politica francese. Anche i religiosi servono a rappresentare la categoria e possono essere divisi in due categorie: quelli più attenti alla spiritualità, ma comunque pronti a sottomettersi alle convenzioni sociali; quelli totalmente proiettati sulla carriera, ambiziosi e intriganti politici che usano la tonaca per acquisire ruoli di prim’ordine in società.I personaggi chiave del romanzo a mio parere sono tre: Julien, Madame de Renal e Mathilde de la Mole.Julien Sorel cresce nel mito dell’ascesa fulminea di Napoleone e conduce la sua intera esistenza cercando di emularlo. Di bassa estrazione sociale, ogni sua azione è finalizzata all’acquisizione di vantaggi. Anche le sue due passioni amorose, almeno in origine, sono vissute e condotte con freddo cinismo. I suoi corteggiamenti sono un’insieme di azioni pianificate e frasi da opere antiche, per lui conquistare il cuore della donna è come conquistare il campo nemico ed ottenere una vittoria. Visto il suo atteggiamento, i suoi corteggiamenti sono grotteschi e faticano ad avere successo, solo quando finisce per farsi prendere davvero dalla passione e dimentica le sue tattiche, riesce ad avere successo. La sua anima è nobile e fiera, è in continuo contrasto con l’ordine costituito (seppur egli intenda servirsene), per questo ogni volta che si trova in un ambiente nuovo appare fuori luogo. Proprio questa sua diversità però finisce per conquistare il cuore delle due donne, egli è un’alternativa agli uomini del suo tempo. Il suo temperamento però gli è spesso dannoso, egli infatti vede tutto ciò che gli succede intorno, ma ha sempre interpretazioni alterate dai suoi stati d’animo e i suoi pregiudizi, finendo spesso per fraintendere quello che davvero sta succedendo. Nel processo finale è proprio questa sua mancanza di intuizione che probabilmente gli costa la condanna a morte. Solo nei momenti finali della sua esistenza, quando sa che la sua scalata sociale non potrà proseguire, si gode davvero l’amore che prova e capisce quale dei due per lui è quello vero.Madame de Renal fu sposata a soli 16 anni. A causa di questo matrimonio giovane e del carattere mite, non ha mai conosciuto la vera passione amorosa. Julien sconvolge la sua vita facendola innamorare davvero. Essendo inesperta nelle questioni amorose, ha una visione del suo peccato d’adulterio e delle sue conseguenze molto tragica, arrivando prima a temere che il marito uccidesse l’amante e le facesse mangiare il suo cuore, poi che la malattia di uno dei figli fosse una punizione divina. Nonostante i timori dovuti alla sua ingenuità, ama Julien talmente tanto che finisce per rompere apertamente tutte le convenzioni sociali, facendo praticamente in modo che il loro amore fosse evidente a tutti. Mathilde de la Mole, la figlia del marchese, vive un amore meno puro di Madame de Renal. Tra le due donne è possibile una contrapposizione, la signora rappresenta la nobiltà d’animo mentre la giovane nobildonna la nobiltà d’origine. Mathilde disprezza gli uomini della sua epoca, ritenendoli noiosi ed incapaci di grandi passioni, e vive nel ricordo di un suo avo che per amore di una donna sposata era stato decapitato molti anni prima. Si innamora di Julien proprio perché lo vede fuori dal comune, lo riconosce come capace di grandi azioni e grandi passioni, per lui accetta tutto ed anzi, più sono duri i sacrifici che deve sopportare e più lo ama. Lo ama perché non è un nobile in cerca di un buon partito, ma un uomo pieno di passione. La giovane nobildonna è però molto capricciosa, cede all’amore di Julien solo quando questo finge di non tenerla più in considerazione, finché lo crede perdutamente innamorato invece lo disprezza, trovandolo banale come tutti.
Il Rosso e il Nero è un romanzo la cui fama ha attraversato i secoli. La ragione di tanta fortuna è di sicuro la ricchezza di contenuti, come detto è un concentrato di politica e psicologia. Non va però trascurato il grande merito che ha avuto Stendhal di rendere una storia così complessa e pregna di contenuti tanto scorrevole, l’autore usa infatti un linguaggio molto essenziale, non si prolunga più di tanto in descrizioni di particolari superflui, ed anche l’intreccio è molto essenziale. Il romanzo perciò si legge in modo molto scorrevole, si tratta di certo di una lettura molto piacevole.

«Il nostro romanziere più grande, Stendhal, studiava gli uomini come se fossero degli insetti strani, che vivono e muoiono, spinti da forze fatali; suo solo cruccio era determinare la natura, l’energia, la direzione di queste forze; la sua umanità non simpatizzava con quella dei suoi eroi, restava superiore alla loro miseria e alla loro follia, si contentava di fare il suo lavoro di dissezione, esponendo in tutta semplicità i risultati del suo lavoro. L’opera del romanziere deve cessare dove comincia quella del moralista». Émile Zola, Causeries dramatiques, 1881

Il ritratto di Dorian Gray

Titolo originale: The picture of Dorian Gray, 1890

Il ritratto di Dorian Gray (The picture of Dorian Gray nel titolo originale) è un romanzo dello scrittore irlandese Oscar Wilde (1854-1900), considerato il manifesto dell’Estetismo e della poetica dell’art for art’s sake, per cui l’espressione artistica è libera e indipendente dai principi della morale. Il romanzo, pubblicato nel 1890, ha molti influssi culturali e letterari: a partire dal Faust (1808) di Goethe fino al romanzo di Joris-Karl Huysmans Controcorrente (À rebours, 1884), passando per Mademoiselle de Maupin (1836) di Théophile Gautier e per i romanzi di Balzac.

L’estetica decadente del romanzo, debitrice delle posizioni teoriche del critico d’arte Walter Pater (1839-1894), trova un suo corrispettivo in Italia, in quegli stessi anni, nelle opere di D’Annunzio, come Il Piacere e Il fuoco.

La vicenda è ambientata a Londra nel XIX secolo: il raffinato e snob Lord Henry Wotton sta contemplando l’ultima creazione del suo pittore e amico Basil Hallward. Il quadro, costato a Basil fatica e dedizione, ritrae un giovane di straordinaria bellezza, Dorian Gray, che il pittore frequenta da poco ma a cui si sente già profondamente legato. Lord Henry, dandy cinico che sostiene la pura ricerca del piacere personale e viveur dalla battuta pungente sempre pronta, propone a Basil di esporre il ritratto, ma questi si rifiuta categoricamente poiché sostiene di aver riposto in esso il segreto della sua anima. Basil, sapendo che Dorian già intuisce il fascino che egli esercita su di lui, non vuole che Lord Henry si intrometta nel loro legame, temendo anche che le sue posizioni edonistiche si insinuino nella giovane mente dell’indifeso Dorian. Tuttavia il destino ha la meglio sui desideri del pittore: Dorian Gray entra in casa proprio in quell’istante e prova subitaneo interesse per Lord Henry. I due trascorrono il pomeriggio conversando amabilmente, e Dorian è subito conquistato dal fascino e dalle parole del raffinato aristocratico, soprattutto quando egli, elogiando la giovinezza come unico bene da possedere realmente, sostiene che la bellezza è una qualità fatalmente transitoria e fuggevole. Stregato dall’estetismo sensuale e dall’esaltazione del piacere fine a se stesso di Lord Wotton, Dorian capisce che la sua più grande risorsa – l’aspetto fisico – è destinata ad essere presto consumata dal tempo. Di fronte al proprio ritratto, proclama dunque a voce alta di voler rinunciare alla propria anima in cambio dell’eterna giovinezza: il peso degli anni e dei suoi peccati non dovrà comparire sul suo volto, ma sull’immagine del dipinto.

Dopo questo incontro Dorian, che è orfano di entrambi i genitori ma particolarmente ricco, muta il proprio atteggiamento, allontanandosi da Basil e stringendo invece rapporti sempre più stretti con Lord Henry, che si compiace della propria influenza e che, in occasione di pranzi e ricevimenti a cui è presente Dorian, fa sfoggio con gli ospiti della propria scandalosa condotta morale e delle sue provocatorie idee sul matrimonio (esplicitate anche nel rapporto con la moglie Vittoria) e sulla reputazione sociale. Nel frattempo Dorian si è innamorato di una giovane attrice di un teatro di basso rango, Sybil Vane, dopo averla vista recitare nel Romeo e Giulietta. Se Dorian ama Sybil perché ne apprezza le doti recitative, l’amore della ragazza per il suo “principe azzurro” (come lei lo chiama) è puro e sincero. Tuttavia il fratello di Sybil, James, che è in procinto di emigrare per l’Australia, non vede di buon occhio Dorian, e minaccia di ucciderlo nel caso facesse soffrire la sorella. Una sera Lord Henry e Basil, preoccupati del legame di Dorian con la sconosciuta Sybil, si recano a teatro con il giovane per ammirare il talento artistico della ragazza. Tuttavia Sybil, impegnata nel ruolo di Giulietta, si rivela una pessima attrice. La sua interpretazione è talmente scarsa che persino l’ignorante pubblico del teatrino perde interesse per lo spettacolo e Dorian si vergogna di aver fatto perdere tempo ai suoi amici. Sybil, riconoscendo di aver recitato malissimo, confida in preda all’estasi a Dorian di sentire dentro di sé un grande cambiamento: se prima di conoscerlo il teatro era la sua unica ragione di vita, ora che ha scoperto l’amore ha capito di non poter più recitare, poiché secondo lei non è possibile fingere di amare sul palco di un teatro. Dorian reagisce con rabbia, dicendo di essersi innamorato di lei proprio per le sue doti artistiche, senza le quali Sybil è solo un’attricetta dall’aspetto gradevole. Sybil è disperata, ma Dorian è inamovibile nel suo proposito di abbandonarla per sempre; egli vaga per una notte per le vie di Londra e, al rientro a casa, scopre che sul volto del ritratto è comparsa un’espressione di crudeltà. Dorian, pur capendo che il suo desiderio di eterna gioventù si è realizzato, è molto spaventato e decide di non rivedere più Lord Henry e di chiedere perdono a Sybil. Il giovane scrive allora una lettera appassionata a Sybil Vane, implorandola di perdonarlo e ribadendo il proposito di volerla sposare. Dorian ha appena terminato la lettera quando arriva Lord Henry che gli comunica il suicidio di Sybil, avvenito la notte prima nel suo camerino. Il protagonista, consapevole di essere la causa involontaria della morte della donna amata, non riesce a provare un vero dolore. Nuovamente succube degli egostici ragionamenti di Lord Henry sull’amore, la morte e le donne, Dorian decide di dedicare la propria vita alla ricerca del piacere, sfruttando senza limiti il dono dell’eterna giovinezza che gli assicura il ritratto di Basil. Egli vivrà come il protagonista di un romanzo francese –  si tratta di À Rebours, romanzo del 1884 in cui Joris-Karl Huysmans racconta la vita dissoluta e dedita esclusivamente al culto di sé del giovane Jean Des Esseintes incurante delle regole della morale e dei giudizi della società; per questo motivo, Dorian nasconde il quadro che lo raffigura sempre più vecchio e degenerato in un vecchio e polveroso studio, nascosto allo sguardo di tutti e lontano da Basil, che pure lo reclama per esporlo a Parigi. Inoltre Dorian rifiuta categoricamente di posare nuovamente per l’amico pittore, che interpreta il rifiuto come la fine della sua vita artistica.

Nei diciotto anni successivi Dorian non si fa mancare nessun desiderio e nessuna corruzione, divenendo oggetto di mille voci e pettegolezzi circa la sua condotta di vita, mantenendo tuttavia la giovinezza del suo viso e del suo corpo. Il protagonista divide la sua vita tra le sordide taverne del porto e la buona società londinese, di cui è un punto di riferimento nonostante gli scandali e le provocazioni che lo circondano. L’edonismo e l’estetizzazione di tutti gli aspetti della propria esistenza e la ricerca di tutte le forme del piacere, del lusso e dello sfarzo più raffinati. In parallelo con la discesa di Dorian nella lussuria, il ritratto invecchia e degenera a vista d’occhio, accumulando su di sé il peso degli anni e dei vizi del protagonista. Dorian stesso sviluppa un rapporto morboso con la propria immagine nel dipinto di Basil: da un lato la detesta e ne è disgustato, ma dall’altro ne è inconsciamente attratto, tanto da non riuscire a stare troppo lontano da lei. Il suo stile di vita, nel frattempo, lo ha isolato dalla società altolocata, scandalizzata dai suoi atteggiamenti libertini e incuranti della morale e del pudore ma comunque affascinata dalla sua eterna giovinezza. Una sera, dopo anni di lontananza, Basil si reca da Dorian, che è alla vigilia del suo trentottesimo compleanno. Il pittore, in partenza per Parigi, riferisce al vecchio amico tutte le dicerie sul suo conto, a cui lui non vuole credere. Affranto, Basil chiede a Dorian, alquanto disturbato dalla visita, di negare le voci sul suo conto o almeno di spiegare a cosa si riferiscano, non volendo fino all’ultimo credere alla degenerazione morale dell’adorato Dorian. Quest’ultimo mostra invece al pittore il suo quadro, che porta tutti i segni della corruzione; Basil inorridisce e intima a Dorian Gray di pentirsi. Il protagonista, in un accesso d’ira, afferra un coltello e uccide Basil. Sconvolto dal raptus omicida ma incapace di pentirsi realmente, Dorian contatta un vecchio amico, il chimico Alan Campbell, e lo ricatta affinché distrugga il cadavere di Hallward con l’acido nitrico. Dorian riesce a nascondere il delitto anche all’amico Lord Henry e soffoca il suo senso di colpa recandosi in un’oppieria nella zona del porto. Qui  ha un diverbio con una prostituta che, mentre Dorian sta ormai uscendo, lo chiama “principe azzurro”. A udire l’epiteto un marinaio rincorre Dorian fuori dalla bettola e lo assale. Si tratta del fratello di Sybil Vane, James, che vuole vendicare la sorella. Dorian riesce però a salvarsi grazie ad un escamotage, spiegando a James che, nonostante la somiglianza, lui non può essere l’ex fidanzato di Sybil, dato che sono passati diciotto anni e lui è invece ancora giovanissimo. James lo lascia andare ma quando torna nella bettola la prostituta gli svela che Dorian Gray dimostra molti meno anni di quelli che in realtà ha.

L’episodio lascia un forte segno nella psiche di Dorian, che è ossessionato dall’idea di essere ucciso da James; Dorian si ritira nella sua tenuta di campagna ma scopre James che lo spia di nascosto da una finestra e viene ulteriormente schiacciato dalla paura e dall’angoscia per i delitti commessi. Durante una battuta di caccia, James viene accidentalmente ucciso mentre, armato di una pistola, si nascondeva nella boscaglia. Dorian è così al sicuro e decide di cambiare vita, confessando a Lord Wotton di voler diventare una persona migliore. I suoi tentativi tuttavia non hanno successo e la sua immagine nel quadro non modifica affatto il suo aspetto repellente. Dorian, ormai disperato, riceve anche la notizia del suicidio di Alan Campbell, mentre in città tutti parlano della misteriosa scomparsa di Basil. Egli prova anche a confessare tutte le sue colpe a Lord Wotton che però, con il solito atteggiamento cinico e distaccato, non gli crede ed anzi si meraviglia su come sia possibile che Dorian, dopo così tanti anni, sia ancora incredibilmente giovane e bello. Mentre contempla il proprio ritratto, deciso a riconquistare la purezza della sua gioventù, Dorian ha un attacco di rabbia e, con il coltello con cui ha ucciso l’amico Basil, colpisce il quadro per distruggerlo.

I servi della casa, sentendo un urlo straziante, forzano la porta della stanza con l’aiuto di alcuni poliziotti. Appeso al muro c’è il ritratto di uno splendido Dorian Gray nel fiore della sua giovinezza, mentre a terra, deformato dalle rughe, c’è il cadavere di un vecchio con un pugnale conficcato nel cuore, che verrà identificato come Dorian Gray solo grazie agli anelli che porta alle dita.

Le pagine di Wilde esprimono in maniera potente ed efficace la dottrina estetica per cui il piacere e la bellezza sono gli unici scopi nella vita di un uomo che deve vivere la propria esistenza come se fosse un’opera d’arte e preservare la propria giovinezza come se fosse un valore. Al contempo, però, dando vita ad un personaggio del tutto dedito ad un’esistenza di questo tipo, l’autore ci descrive un modo di vivere disinibito e dissoluto al punto da portare allo sfacelo morale. La vita così vissuta, in maniera vuota, disprezzante e superficiale, pone sempre un pegno da pagare,e Dorian lo farà a caro prezzo nel finale del racconto.
Il romanzo è un capolavoro, composto da tanti elementi che lo rendono unico e piacevole. Le pagine catturano il lettore anche grazie ai comportamenti dei protagonisti, Dorian in primis, che sono sempre estremi, immorali, atroci fino ad un epilogo in cui però la morale è pronta a fare capolino. La vita ha bisogno della bellezza, ma questa non può e non deve essere fine a se stessa, non può elevarsi a scopo unico della morale.

Candido o l’ottimismo

Titolo originale: Candide, ou l’Optimisme, 1759

Leggere Candido o l’ottimismo di Voltaire è stato per me una vera e propria sfida perché le mie inclinazioni letterarie non si avvicinano molto alla produzione transalpina… diciamo che io e la letteratura francese abbiamo un rapporto civile ma distante!

Però l’occasione per superare la mia idiosincrasia nei confronti di questa letteratura era troppo ghiotta per farmela sfuggire!

Nominato già nell’introduzione a questo percorso letterario nel tema del viaggio, Voltaire di sicuro non spicca tra i primi nomi quando si pensa alla letteratura di viaggio; eppure egli è riuscito a sviluppare un percorso tutto suo nel raccontare le peripezie spazio-temporali dell’uomo.

Per questo Candido o l’ottimismo non è un tradizionale racconto settecentesco di viaggio, ma una vera e propria parabola iperbolica nelle fortune umane e nella filosofia del tempo.

Stupefatto, Candido non capiva ancora bene come fosse diventato un eroe. In una bella giornata di primavera decide di fare una bella passeggiata, procedendo dritto, convinto che servirsi liberamente delle proprie gambe fosse un privilegio della specie umana, come di quella animale.

Voltaire, con la scusa di raccontare l’esplorazione fatta da Candido del nostro mondo, mette alla berlina la filosofia ottimistica dell’Illuminismo, in cui tutto è spiegabile e razionalizzabile, dove l’armonia generale è il quadro perfetto in cui ogni evento che rallegra o funesta la vita degli uomini ha sempre una valida ragione.

Il protagonista di questo romanzo o, meglio, di questa collezione di cartoline dalle peregrinazioni assurde e a volte spaventose è Candido, un giovane orfano che vive nel castello del barone di Thunder-den-Tronckh in Vestfalia.

Voltaire non mette nessun nome a caso ai suoi protagonisti: ingenuo e puro, Candido è seguito nella sua educazione da Pangloss (anche qui, un nome un destino: “tutta lingua” a significare l’estrema verbosità e cavillosità del pensiero di questo filosofo) ed è innamorato di Cunegonda, la figlia del barone.

Il viaggio di Candido comincia proprio a causa del suo amore: scoperto dal barone mentre bacia Cunegonda, viene cacciato a calci dal castello.

Solo e senza un soldo, viene arruolato in un reggimento prussiano (i Bulgari) impegnato nella guerra contro i francesi (gli abari) nel quale ben presto si trova in pericolo: intenzionato a disertare, viene punito con migliaia di frustate. Durante una battaglia, Candido si nasconde e scappa: in un quadro tragico, in cui Voltaire non risparmia descrizione crude e sanguinolente delle atrocità della guerra, il nostro giovane e puro filosofo si reca in Olanda dove viene curato da Giacomo l’anabattista.

Lì ritrova anche Pangloss, ridotto ad un mendicante malaticcio e pustoloso che viene curato dal buon Giacomo: tutti e tre partono alla volta di Lisbona su un vascello, che viene travolto da una tremenda tempesta.

Da qui è tutto un susseguirsi di pericoli e rocambolesche avventure, leggendo le quali viene da pensare che Voltaire deve aver dato fondo ad una immaginazione violenta e sfrenata: sotto l’ironia di eventi paradossali infatti si nasconde (e nemmeno troppo) una crudezza nel racconto che spiazza.

Da una parte abbiamo un eroe sfortunatissimo, dall’altra un mondo dalle regole crudeli che sembra in netto contrasto con le teorie espresse da Pangloss, secondo il quale il male generale ha scopi generali e tutto rientra in un perfetto meccanismo che guida questo mondo che è il migliore dei mondi possibili.

La scena che Voltaire ci offre è davvero una trappola ben congegnata dove ad ogni azione del protagonista segue una reazione ancora più violenta che lo mette alla prova: ma a queste sfortune sembra che la forza d’animo di Candido si avvalga anche di coincidenze o opportunità che in qualche modo lo fanno sempre sopravvivere: a Lisbona, per esempio, dopo il mostruoso terremoto che distrugge la città, l’Inquisizione decide di sacrificare proprio Candido, Pangloss e i naufraghi in un autodafé che dovrebbe scacciare l’ira del Signore, ma lui è l’unico a salvarsi.

Pangloss viene impiccato, ma Candido sopravvive e viene curato da una vecchia che non è altri che la serva di Cunegonda, scampata all’assalto dei Bulgari che avevano trucidato la sua famiglia e distrutto il suo castello.

Violentata e venduta come schiava, Cunegonda è ora una specie di “bene condiviso” da borghese ebreo che l’ha comprata e dall’inquisitore che se ne è invaghito: questi due irrompono in casa proprio quando vi si trova anche Candido che, per difesa, li uccide.

Braccati, Candido, Cunegonda, la vecchia e un servo di nome Cacambo salpano per il Sud America, ma ovviamente le sventure non sono finite.

Oltre a scoprire la vera identità della vecchia, che in realtà è la figlia di un Papa e di una principessa, la comitiva di questo viaggio a dir poco da dimenticare arrivata a Buenos Aires si separa: Candido e Cacambo finiscono tra i gesuiti del Paraguay e chi ci trovano al comando? Nientemeno che il fratello di Cunegonda, scampato pure lui al massacro compiuto dai Bulgari.

Bisogna ammettere che questo mondo è una ben strana cosa! O Pangloss, Pangloss! Quanto sareste contento se non vi avessero impiccato!

Questa citazione potrà sembrare alquanto stravagante (non meno della trama di questo romanzo, credetemi), ma Candido commenta più volte in questo modo gli eventi che sembrano dare ragione alle teorie del suo maestro, quelle convinte ipotesi ottimistiche per le quali ogni male porta sempre ad un bene e che tutto rientra in un quadro di perfezione armonica guidato da una mano sapiente e benevola.

Ma il burattinaio del destino di Candido è il nostro Voltaire, che lo fa finire in mano alla tribù indigena degli Orecchioni che tenta di mangiarselo convinta che fosse un gesuita (a quanto pare i religiosi non erano proprio ben accolti da quelle parti); ma, con un bel discorso logico e sensato, Cacambo convince gli indigeni a non farli finire sul fuoco, salvando sé stesso e Candido.

Da qui scappano ancora per giungere nella città di El Dorado, dove osservano le meraviglie più strabilianti e le ricchezze più impressionanti; qui l’oro è talmente tanto che non vale niente e non ci sono guerre o violenze. Ma, a quanto pare, nessuna quantità d’oro vale come l’amore di Cunegonda quindi Candido convince Cacambo a ripartire per l’Europa dicendo:

Se rimaniamo qui, saremo come tutti gli altri; se invece torniamo nel nostro mondo, anche con solo dodici montoni carichi di ciottoli d’Eldorado, saremo più ricchi di tutti i re messi assieme […]

Questo mondo migliore quindi viene abbandonato alla ricerca di ciò che dà la vera felicità, l’amore.

La ricerca di Cunegonda è ovviamente costellata di avventure improbabili in lungo e in largo per il vecchio continente: dalla Francia, dove Candido rischia l’arresto, a Venezia dove il nostro eroe sfortunato ma risoluto incontra il nobile Pococurante, circondato da bellezze artistiche, ricchezza e cultura ma assolutamente scontento di tutto, criticone, con il quale Candido cerca di instaurare uno scambio dialettico… con scarso successo.

Arrivata a questo punto mi sono chiesta: ma quindi? Che scopo ha avuto questo iperbolico scappare, parlare?

Qual è il senso di questo viaggio? Se ce n’è uno…

Beh, c’è il lieto fine: dopo tutte le sventure, arrivato a Costantinopoli finalmente Candido ritrova l’amata Cunegonda e, come nelle migliori storie dell’assurdo (non me ne voglia Voltaire, ma chi ha visto almeno una puntata di una soap opera non si stupisce più di nulla), anche i compagni che credeva di aver perso lungo il tragitto come Pangloss, scampato non si sa come all’impiccagione, il fratello di Cunegonda, la vecchia principessa.

Tutti insieme appassionatamente a vivere in una fattoria autosufficiente in cui ognuno di loro riesce a rendersi utile sfruttando un talento o una capacità.

È il ciclo che si completa, e sembra che alla fine Pangloss avesse ragione nel dire che

Tutti gli eventi sono connessi nel migliore dei mondi possibili; perché se voi non foste stato cacciato da un bel castello a gran calci nel sedere, per amore di Madamigella Cunegonda,[…] non sareste qui a mangiare cedri canditi e pistacchi.

Tutte le disgrazie subite da Candido alla fine sembrano solo una concatenazione di eventi che portano al bene finale, al piccolo orto chiuso e sicuro che mette al riparo dai pericoli del mondo. Cacciato dal paradiso del castello, Candido si ritrova con i suoi amici in un altro piccolo paradiso dove tutto è perfettamente concluso e votato al bene.

Questa è la domanda che mi sono posta dopo aver girato l’ultima pagina. E la mia risposta è sì: non solo perché Candido compie una vera e propria rivoluzione intorno alla Terra, ma anche perché di fatto viaggia in sé scoprendo la sua vera tempra.

Affrontando le varie sventure, Candido scopre che alla fine ciò che conta è agire, anche e soprattutto in un mondo in cui il male (come il bene) non sono frutto del piano di una divinità capricciosa, ma della casualità e in parte della volontà dell’uomo.

Ma perché allora questa libriccino ha attirato ferocissime critiche? Perché Voltaire ha quindi la fama di un cinico gaudente, sprezzante dell’umanità?

Perchè in Candido o l’ottimismo Voltaire una farsa della presunzione tutta illuminista di credere che il mondo sia governato da leggi perfettamente conoscibili dall’uomo, dove tutto ciò che accade ha per forza una ragione che alla fine porta al bene.

Ma la percezione che ho avuto leggendo questo romanzo, in cui il viaggio è un mezzo per una lezione apparentemente strampalata di filosofia, è che in fondo un po’ di fiducia nell’uomo c’è: Candido se la cava in ogni situazione perché agisce, non parla soltanto come fa Pangloss con la sua tronfia saccenza.

Candido è umile, ma non si scoraggia. Non avrà la cultura di Pangloss, ma è molto più conoscitore del mondo perché il viaggio che compie è completo, fisicamente e psicologicamente. E Voltaire ce lo fa capire raccontando in modo ironico una storia inverosimile intrisa di rimandi filosofici.

Onestamente, prima di leggere quest’opera consiglierei un breve ripasso del pensiero e della forma mentis di Voltaire, perché personalmente ho trovato difficile capire o anche solo apprezzare a fondo questo romanzo. In fin dei conti, questo breve incontro con Voltaire non mi è dispiaciuto… ma non lo consiglierei come agente di viaggio!

Siddharta

Titolo originale: Siddhartha, 1922

Pubblicato in lingua originale nel 1922, e tradotto in italiano da Massimo Mila nel 1945, Siddharta continua ad avere un singolare successo anche a livello giovanile. Con Kerouac, Hesse è, forse, l’autore più letto dai giovani (almeno tra coloro che amano ancora la letteratura). 

Il motivo di tale successo non è dovuto solo alle qualità letterarie dell’opera, tessuta sul registro di un lirismo affascinante, bensì alla suggestione di un tragitto di esperienza che si avvia sulla base di una ribellione nei confronti dell’autorità e della tradizione dei padri e procede, attraverso diverse fasi, alla ricerca del Sé, all’autorealizzazione personale e ad un rapporto di armonia totale con il mondo. Il tragitto del protagonista – Siddharta – è metaforicamente una lunga e travagliata crisi adolescenziale, che si conclude infine con il “parto” di un Io differenziato, adulto, maturo e saggio. E’, in breve, il tragitto stesso dell’autore trasposto in una terza persona e collocato in uno scenario remoto nello spazio e nel tempo.

Più che di un vero e proprio romanzo, si tratta di un “poema indiano” scritto in uno stile di trasparente raffinatezza.

Siddharta, figlio di un bramino, lascia la casa paterna, tormentato da un’esigenza di verità assoluta, per mettersi in cerca di una saggezza che si accordi totalmente con la vita umana. Accompagnato dall’amico Govinda, penetra dapprima in una foresta dove i saggi Samana gli additano la strada della mortificazione della carne, del digiuno, della rinuncia totale che dovrà condurlo al nirvana; ma questo insegnamento non basta a procurare pace al suo spirito. Incontra successivamente un uomo, una figura diafana e splendente, Gotama detto il Buddha, l’Illuminato, colui che potrà essere il suo intermediario verso la saggezza. Siddharta vorrebbe che gli insegnasse tutto, ma il Buddha non ha dottrine da diffondere: inviterà invece il figlio del bramino a staccarsi da ogni conoscenza aprioristica del mondo e a prepararsi a tutte le esperienze. La vera saggezza non è nel rinnegamento dell’anima, ma nella sua dilatazione sino a raggiungere l’anima del mondo; cioè nell’accettazione totale. Siddharta deve quindi vivere una vita banale per imparare a superarla.

Lasciata la foresta, si reca in città dove inizia il comune cammino degli uomini, incontra la bella e sensuale cortigiana Kumala, e il mercante Kamasvani, al quale ben presto s’associa. Per lungo tempo egli sembra smarrirsi e soltanto quando sarà stato segnato dalle tare della civiltà, vecchio, stanco e prossimo alla morte, ritroverà la saggezza in un disgusto immenso che lo indurrà a una nuova solitudine sulle rive del fiume simbolo dell’infinito e della pace concessa a coloro che hanno rinunciato a perseguire l’interesse materiale. Può così conoscere la libertà, che non è più quella meschina cosa additatagli dai Samana, ma il punto d’arrivo di un’esperienza di vita totale e consapevole, cioè un’adesione e una partecipazione all’universo.

La trama, ovviamente, non rende conto del fascino del libro, che è dovuto essenzialmente ad una tessitura lirica e, allo stesso tempo, densa di considerazioni filosofiche e di abbandoni mistici.

Esso, come accennato, ripete, per molti aspetti, l’esperienza stessa dell’autore, proiettandola in un contesto culturale remoto nello spazio e nel tempo (l’India del VI secolo). La proiezione è estremamente significativa.

Nipote di un famoso orientalista, figlio di una donna bianca nata in India, Hesse di fatto ha trovato nella cultura indiana – tendenzialmente contemplativa e quasi ossessivamente incentrata, nel corso della sua storia, sul tema del rapporto tra la totalità indivisa del Cosmo e la parzialità dell’individuo – gli strumenti essenziali per venire a capo, con l’aiuto dell’analisi personale, di un travaglio interiore che lo ha afflitto, con ricorrenti crisi depressive, dall’adolescenza alla maturità.

Frutto di una sorta di sincretismo tra la cultura occidentale, fortemente e ambiguamente incentrata sull’enfatizzazione dell’autorealizzazione individuale, e quella orientale, per la quale il processo di individuazione si conclude positivamente solo allorché l’Io riconosce la sua appartenenza alla totalità indivisa del Tutto, dissolvendosi in esso, Siddharta perviene ad una formula di saggezza che, di fatto, sembra, più che integrarle dialetticamente, superarle entrambe in virtù di un misticismo panteista.

A riguardo, il messaggio ultimo che Siddharta affida a Govinda, l’amico con cui ha avviato in gioventù la ricerca, separandosi da esso successivamente, è inequivocabile:

“Il mondo, caro Govinda, non è imperfetto, o impegnato in una lunga via verso la perfezione; no, è perfetto in ogni istante, ogni peccato porta già in sé la grazia, tutti i bambini portano già in sé la vecchiaia, tutti i lattanti la morte, tutti i morenti la vita eterna…

La meditazione profonda consente la possibilità di abolire il tempo, di vedere in contemporaneità tutto ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà, e allora tutto è bene, tutto è perfetto, tutto è Brahma. Per questo a me par buono tutto ciò che esiste, la vita come la morte, il peccato come la santità, l’intelligenza come la stoltezza, tutto deve essere così, tutto richiede solamente il mio accordo, la mia buona volontà, la mia amorosa comprensione, e così per me tutto è bene, nulla mi può far male. Ho appreso, nell’anima e nel corpo, che avevo molto bisogno del peccato, avevo bisogno della voluttà, dell’ambizione e della vanità, e avevo bisogno della più ignominiosa disperazione, per imparare la rinuncia a resistere, per imparare ad amare il mondo, per smettere di confrontarlo con un certo mondo immaginato, desiderato da me, con una specie di perfezione da me escogitata, ma per lasciarlo invece così com’è, e amarlo e appartenergli con gioia.” (pp. 161-162)

Questo messaggio, che fa riferimento alla possibilità di approdare alla pace interiore attraverso un tragitto personale che prescinde da ogni Chiesa e da ogni autorità (“La saggezza non è comunicabile. La saggezza che un dotto tenta di comunicare ad altri, ha sempre un suono di pazzia” p. 160), permette di comprendere perché Siddharta sia divenuto un libro di culto per la generazione degli anni ’70 che, smaltiti i bollori rivoluzionari, si rivolse verso l’Oriente alla ricerca di una filosofia alternativa al modo di essere occidentale e borghese, e perché, ancora oggi, esso rappresenti, oltre che un testo di riferimento per l’ideologia New-Age, un testo d’iniziazione per molti giovani che cercano il senso della vita in una versione che rifugga sia dal dogmatismo della religione cattolica sia dal laicismo razionalista.

Data l’autenticità dell’esperienza di Hesse, sia sul piano umano che artistico, è difficile accusare l’autore di questa “moda”, che continua a produrre in Occidente l’autoattribuzione da parte di alcuni intellettuali e di alcuni giovani (solitamente introversi) dello statuto di “illuminati”.

Devo riferire, riguardo a tale moda, la mia personale esperienza. Avendo partecipato alla stagione degli anni ’70, ho conosciuto vari campioni, all’epoca estremisti radicali e contestatari, che, nel corso degli anni, attraverso rituali viaggi in India e in Tibet, si sono convertiti alla nuova “fede”. Non ricordo di aver colto, nella loro pasticciata ideologia antistituzionale, spiritualista, libertaria, alcun segno di illuminazione interiore.

Il problema è che, per trarre insegnamento da Siddharta o meglio da Hesse, occorre non solo un travaglio autentico (che l’autore ha vissuto sulla sua pelle), una profonda cultura (che non può prescindere da Hegel, da Nietzsche, da Dostoevskij, ecc.), e una rara onestà interiore. Occorre soprattutto non confondere l’autorealizzazione individuale con il narcisismo che affligge la nostra cultura, e che diventa esiziale allorché, in virtù del misticismo, non è l’Io che si dissolve nel Tutto, bensì il Tutto che penetra illusoriamente nell’Io e lo dilata all’infinito.

A questa confusione contribuisce non poco il personaggio di Siddharta, che, nonostante porti lo stesso patronimico di Buddha, giunge ad una saggezza di segno opposto alla sua: una saggezza non incentrata sul rifiuto della realtà fenomenica come mera apparenza illusionale, ma sull’accettazione di essa, nella sua totalità, come verità ultima: “Il senso e l’essenza delle cose erano non in qualche cosa oltre e dietro di loro, ma nelle cose stesse, in tutto” (p. 63). Attraverso Siddharta, Hesse ripete, mutatis mutandis, il sì alla vita in tutti i suoi aspetti di Nietzsche, che richiede la sospensione di ogni giudizio di valore.

Per giungere a tanto, però, occorre essere Nietzsche o almeno Hesse, e non una controfigura che cerca, attraverso l’illuminazione, il senso ultimo di una realtà – esteriore e interiore – poco o male sperimentata nelle sue contraddizioni, nelle sue assurdità, nella sua follia. Occorre, insomma, soffrire quanto può soffrire un’anima lacerata da quelle contraddizioni per arrivare a capire che esse sovrappongono ad una realtà che ha senso in sé e per sé, con il suo stesso esserci, l’anomalia di un animale che rimane infelice finché mira ad estinguerle, rimuovendole, e ottiene la pace solo riconoscendole come dato ultimo della sua esperienza e del mondo stesso.

La confusione cui ho fatto cenno, a dire il vero, cade più dalla parte del lettore che dell’autore. Hesse, descrivendo il travaglio del giovane Siddharta che, nonostante i privilegi di nascita (è ricco, bello, intelligente, amato da tutti), sperimenta un’insoddisfazione profonda che promuove il suo lungo tragitto di ricerca, sottolinea a chiare lettere lo scarto radicale tra l’obiettivo primario del personaggio (“scoprire la fonte originaria nel proprio Io, e impadronirsene!” p. 31) e la meta cui quel tragitto perviene: la scoperta che solo la dissoluzione dell’Io nel fiume del divenire, vale a dire la scoperta dell’unità del Tutto cui l’Io appartiene e che lo trascende, porta alla pace e alla perfezione, ad “un sapere che è pieno di compassione e di simpatia, docile al flusso degli eventi, aderente all’Unità” (p. 156).

Cionondimeno, ancora oggi la lettura di Siddharta produce illuminazioni sospette in virtù delle quali soggetti ancora del tutto immersi nel culto dell’Io avvertono repentinamente di avere raggiunto la verità che apre tutte le porte.

Tra le tante trappole che caratterizzano l’apparato mentale, una delle più insidiose è l’ansia di assoluto. Essa si può interpretare in senso metafisico, come indizio di un’intuizione trascendente radicata nelle sfere più profonde della soggettività, o in senso psicobiologico, come sintomo della finitezza intrinseca al bagaglio di consapevolezze esistenziali che sottendono la coscienza umana e che è l’inquietante conseguenza della dilatazione degli orizzonti spazio-temporali sopravvenuta in seguito alla nascita del cervello umano.

Come ho scritto in Abracadabra, l’uomo, a differenza di tutti gli altri animali, si rende conto di essere finito, ma questa consapevolezza è la conseguenza di un’intuizione emozionale che comporta il riferimento all’infinito spazio-temporale: è, in breve, la consapevolezza di essere un segmento di una retta.

Il pericolo immanente alla coscienza umana è il desiderio di azzerare lo scarto tra finito e infinito. I due modi estremi attraverso cui tale pericolo si realizza è l’espansione narcisistica dell’Io, che può indurre un senso di onnipotenza, e il misticismo, inteso come dissoluzione dell’Io nella totalità cui giunge a sentire di appartenere.

Sono entrambe soluzioni illusionali: più pericolosa e per alcuni aspetti ridicola la prima, più suggestiva e innocua la seconda. Di illusioni però si tratta perché l’uomo non può fuoriuscire dalla trappola della finitezza, che è il fondamento del suo essere cosciente e del suo avere un’identità distinta da tutti gli altri. Tale trappola non esclude la consapevolezza di qualche cosa che trascende l’io individuale, e rispetto a cui esso rappresenta una parte: prima di arrivare però frettolosamente all’Unità cosmica, all’unità del Tutto (concetto abbastanza insignificante e inverificabile), si può fare riferimento alla socialità, all’Altro, alla storia, al mondo della natura e a quello della cultura, prodotta dall’uomo stesso.

La soluzione mistica crea un cortocircuito tra l’Io e il Tutto, azzerando le sfere concentriche di vita che mediano tale relazione, dando all’Io un carattere indubbiamente relativo, ma assumendo anche il Tutto come un riferimento indistinto, meramente teorico.

Sotto un cielo stellato, qualunque uomo può sentire che la sua mente viene pervasa da un sentimento oceanico. Rimane il fatto che lo scenario percettivo ed emozionale che evoca tale sentimento è esso stesso illusionale. La sua apparente e muta quiete cela infatti un vorticoso brulichio astrale che comporta incessanti processi di trasformazione dell’energia in materia e viceversa.

La quiete del cielo stellato, così suggestiva per le nature mistiche, è la stessa che esse raggiungono quando, attraverso la meditazione, giungono, come Siddharta a percepire il flusso della vita interiore al di là dei pensieri e delle emozioni che ad esso si sovrappongono e che lo frammentano. Essi pensano di essere giunti allo strato più profondo della mente, laddove il fiume dell’interiorità sfocia nel mare tranquillo della Totalità. In realtà, sospendendo l’attività analitica del pensiero, che quel flusso frammenta, giungono a comunicare direttamente con l’attività intrinseca cerebrale, quella già presente intensamente nel feto e indipendente dagli stimoli esterni.

Queste considerazioni possono apparire impertinenti in rapporto al romanzo di Hesse e soprattutto ad una carriera di vita il cui travaglio è stato autentico e che è giunta ad un equilibrio e ad una saggezza esemplari. Fatto si è che, a questo, l’autore non è arrivato attraverso la meditazione trascendentale, pur praticata congiuntamente alla psicoanalisi, bensì in virtù di una creatività sottesa da una rigorosa autodisciplina e da un bisogno di autorealizzazione estremamente intenso.

Egli è dunque la prova vivente che l’uomo trova la pace e la serenità oggettivando le sue qualità e godendo dello stesso sforzo che tale oggettivazione richiede, quando egli sente di avere dato spazio e forma alla sua personale vocazione ad essere e riceve dagli altri la conferma del suo valore.

Il tragitto di Hesse, insomma, considerato complessivamente, sta più dalla parte della concezione antropologica di Marx, dell’”uomo” universale di Marx, che del misticismo orientale.

C’è da chiedersi come mai Hesse non si sia reso conto di questo, vale a dire della superfluità del ricorso al misticismo per dare conto di come egli sia giunto a vivere nella pace interiore.

A riguardo, c’è un’altra considerazione da fare, non meno impropria delle precedenti.

Altrove ho sottolineato l’influenza persistente che una precoce educazione religiosa ha sulle anime sensibili. Tale influenza, tra gli altri aspetti, comporta una risposta ottimale e appagante, per quanto illusoria, al bisogno di Assoluto rappresentato nella mente umana. Allorché viene meno la credenza dottrinaria, e l’individuo perde la fede, ciò nondimeno quel bisogno persiste a livello inconscio, e, in conseguenza dell’influenza religiosa, continua a premere nella direzione di un appagamento originariamente sperimentato. Ciò comporta il pericolo che, prescindendo da Dio, il soggetto sia spinto a soddisfarlo assolutizzando qualche aspetto della realtà: l’Io, la natura, lo Spirito, il Tutto, ecc.

Nella parabola personale e intellettuale di Hesse, che muove da una drammatica ribellione ad una fede confessionale imposta dalla tradizione familiare, tale pericolo si è realizzato in maniera evidente. La “fede” che egli esprime, attraverso Siddharta, in “un sapere che conosce la perfezione, che è in accordo con il fiume del divenire, con la corrente della vita, un sapere che è pieno di compassione e di simpatia, docile al flusso degli eventi, aderente all’Unità” (p. 156), se, nei suoi contenuti panteistici, è del tutto diversa da quella originaria trasmessa dalla famiglia, pietistica, nella forma di fatto la recupera. In contrapposizione alla burocratizzazione delle chiese territoriali,  alla sclerotizzazione della pratica religiosa e all’irrigidimento della teologia scolastica protestante, il pietismo infatti rivendicava un cristianesimo attivo, sostanziato di fervore (pietas); si poneva insomma come una religione del cuore contro la religione della mente.

Non sono diversi i motivi per cui Siddharta si ribella alla religione ufficiale del suo tempo, il Bramanesimo, così come essi sono ricostruiti dall’amico Govinda: “questo non diventerà un Bramino come ce ne sono tanti, un pigro ministro di sacrifici, o un avido mercante d’incantesimi, un vano e vacuo retore, un prete astuto e cattivo, e non sarà neppure una buona, sciocca pecora nel gregge dei molti.” (p.28)

In entrambi i casi, è inevitabile che la religione del cuore, vale a dire la ricerca di una verità totale che appaghi il bisogno di Assoluto, non può esitare che in una forma di misticismo.

Ciò detto, e sperando di non avere urtato la suscettibilità dei numerosi ammiratori di Hesse e di coloro che ritengono la religione e la filosofia indiana superiore a quella occidentale, devo aggiungere due considerazioni di un qualche interesse.

La prima riguarda l’attendibilità storica del romanzo.

Siddharta è una favola narrata su di uno sfondo storico ben noto a Hesse, ma molto meno ai lettori. Il tragitto del personaggio si realizza nell’India del VI secolo: il secolo per eccellenza di Buddha.

Coloro che hanno letto (o leggeranno) l’Introduzione all’Induismo, pubblicata sul sito, sanno che si è trattato di un periodo estremamente travagliato della civiltà indiana, il cui assetto socioculturale, dominato dai Brahmini, e giunto a livelli di cristallizzazione burocratica e istituzionale intollerabili, è stato scosso da attacchi molteplici, il più famoso dei quali è quello per l’appunto legato al nome di Buddha.

Di questo sfondo storico, il romanzo di Hesse non ci restituisce quasi alcunché. Si intuisce, attraverso le pagine, l’infinita miseria e la frustrazione delle masse popolari. Si intuisce il numero straordinario di predicatori vaganti, ciascuno dei quali portatore di una verità ultima atta a lenire il dolore di vivere. Ma la realtà storica, a partire dalla quale è possibile capire il significato profondo dell’origine del buddismo, vale a dire della cosmologia e della filosofia più pessimistica e disperata che la cultura umana abbia mai prodotto, rimane del tutto celata allo sguardo del lettore, che può dunque essere indotto a riconoscere nell’inquietudine di Siddharta l’indizio di un bisogno di Assoluto intrinseco alla mente umana. Di fatto, per i motivi cui ho fatto cenno in precedenza, esso lo è, ma diventa radicale, vale a dire “metafisico”, solo nella misura in cui gli esseri umani sperimentano l’orizzonte mondano come poco o punto vivibile e incompatibile con la loro vocazione viscerale alla giustizia e alla felicità.

Questo ci porta alla seconda, conclusiva considerazione.

Nonostante l’ambiguo e forse inaccettabile messaggio di Siddharta, l’opera di Hesse, oltre che la sua personale esperienza umana, è una delle massime espressioni del peso e del rilievo che, nell’organizzazione della soggettività, ha il bisogno di individuazione. La ribellione  di Hesse al progetto già predisposto per lui dalla famiglia, l’intuizione precoce di una vocazione letteraria e artistica, la dedizione ammirevole e incessante nel corso degli anni con cui egli ha realizzato tale vocazione, la ferma opposizione all’autoritarismo e alla dittatura nazista, l’irrequietezza stessa della sua vita privata, conclusasi solo in virtù di un terzo, felice matrimonio rappresentano la prova di un potenziale orientato verso la differenziazione individuale di grande intensità.

Nei suoi aspetti autobiografici, Siddharta va letto in questa ottica. Il bisogno di individuazione, che, come ho scritto più volte, ha poco a che vedere con l’autorealizzazione individuale che va di moda in Occidente (all’insegna del “diventare se stesso”), è un potenziale genetico che non comporta, come pensa Hesse, la ricerca dell’Assoluto, della verità ultima, bensì promuove una tensione verso la ricerca del modo migliore di oggettivare le proprie qualità personali che dura tutta la vita. Umano, troppo umano bisogno: tutt’altro che metafisico, comunque si intenda questo aggettivo.

Non era il tempo la sostanza di ogni pena, non era forse il tempo la sostanza di ogni paura, e non sarebbe stato superato e soppresso tutto il male, tutto il dolore del mondo, appena si fosse superato il tempo, appena si fosse trovato il modo di annullare il pensiero del tempo?

Il suggeritore

Titolo originale: Il suggeritore, 2009

– Non l’ha uccisa con questi abiti addosso. Ha ricomposto la salma dopo – Quel dopo si perse nell’eco della stanza, precipitando nella voragine di buio che li circondava, come un sasso che rimbalza sulle pareti di un pozzo senza fondo. 

Il suggeritore è il libro di punta dello scrittore Donato Carrisi, un thriller che ha fatto scuola, punto di riferimento per scrittori e lettori. Bestseller di genere per eccellenza.

Nel libro Il suggeritore di Donato Carrisi un serial killer ha preso di mira le bambine; non sembra ci sia un motivo che spinga la follia dell’uomo a cercare le sue vittime.

Durante le indagini vengono ritrovate scene macabre sul luogo dell’omicidio. L’assassino sembra assumere sempre delle sembianze diverse che rendono più complicata l’identificazione.

A occuparsene c’è una squadra speciale composta da un criminologo molto astuto che umanizza l’assassino perché non sia visto come un’entità impalpabile e quindi più difficile da acciuffare.

Al seguito abbiamo agenti preparati, i migliori e tra questi l’ultima arrivata, Mila Vasquez, specializzata nella caccia alle persone scomparse.

Insieme si mettono sulle tracce dell’uomo che sta creando scompiglio e diffondendo terrore tra le famiglie del luogo che temono per le proprie figlie. La squadra speciale cerca di ridurre i tempi perché ogni secondo in più può essere fatale per la vita di altre ragazzine.

Gli agenti della squadra affannano cercando una soluzione, l’assassino sembra a volte vicinissimo, spesso un volto oscuro, invisibile che si aggira nei paraggi, ma impossibile da arrestare.

Ognuno, cercando l’idea che li porti all’identificazione del carnefice, è costretto a fare i conti con il proprio passato, con se stesso e le proprie paure. Così vengono fuori lati del carattere che non si conoscevano o storie che andavano taciute.

Donato Carrisi ne Il suggeritoreci conduce in una realtà americana di crimini efferati. C’è molta suspance eci sono una serie di colpi di scena che tengono incollato il lettore a questa creazione, che già da prima di essere pubblicata aveva diffuso grandi aspettative.

Il suggeritore è un thriller che non lascia scontenti, ma che anzi proietta il lettore all’interno della storia con l’intento di voler arrivare alla risoluzione del caso, grazie agli indizi che lo scrittore ci lascia man mano, come briciole di pane lungo il percorso.

Sono molto selettiva per quanto riguarda i romanzi di genere thriller, ma questo libro l’ho fin da subito trovato appassionante. Mi ha saputo tenere incollata alle pagine come pochi altri volumi sono riusciti a fare. Quindi ve lo consiglio vivamente!

I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia

Titolo originale: Buddenbrooks. Verfall einer Familie, 1901

Scritto, elaborato, partorito a più riprese a soli ventisei anni, I Buddenbrook di Mann restituisce una perfetta visione d’insieme dell’alta borghesia anseatica del primo e secondo Ottocento. Quello che compie Mann è un ritratto e al contempo una cronologia: “vanno a vicenda ciascuna al giudizio” le quattro generazioni della famiglia lubecchese e appaiono date, spostamenti, luoghi, persino lettere in quello che è il primo romanzo dell’autore, mentre la vicenda, che risente anche del clima esterno di quegli anni (un esempio è l’onda rivoluzione che scalfisce la Lubecca del 1848), si svolge fra 1835 e 1875.

Il romanzo colpisce il lettore fondamentalmente per un fattore preciso: l’ordine e il rigore. La scrittura di Mann, nonostante si tratti del suo primo romanzo, appare rigida e ben formata, distesa, con un gusto che tende maggiormente alla paratassi e ai lunghi periodi composti da frasi brevi. Ciò che risulta affascinante consiste anche nella formulazione di un linguaggio fortemente caratterizzato da sostantivi derivati dalla mobilia, dal cibo, dal vestiario: vengono appurate descrizioni ineccepibili di ambienti domestici e di altri elementi che raggiungono la massima luce entro la casa dei Buddenbrook. Si fa attenzione alla cucina, ai pasti, sempre enumerati e di cui ci vengono fornite le caratteristiche legate al gusto, all’olfatto e alla vista, agli abiti, su cui si indugia con fervore lasciando che tutto l’interesse spazi dalla sensazione tattile dei diversi tessuti alla loro gamma cromatica che risente dei cambiamenti di luce.

Verrebbe da dire che il romanzo è tutto un equilibrato horror vacui, dove il tutto è in realtà il nulla più assoluto: le stanze piene sono in realtà vuote, i personaggi paiono solo cibarsi e non nutrirsi, le persone hanno più del manichino vestito di tutto punto anziché dell’essere umano fatto e finito. A ciò si aggiunga l’estrema insistenza, anch’essa studiata e voluta, dello svolgimento dell’azione nell’unico luogo possibile, ossia l’ambiente domestico: le mura della casa Buddenbrook sono i muri erti contro il popolo e altre famiglie concorrenti, comprese quelle nobili, verso cui la famiglia non è mai coerente nell’ammettere la propria cauta invidia. I muri crollano, tuttavia, se si considera la mentalità che contraddistingue i Buddenbrook: essi sono solo una delle numerosissime famiglie che vedono nella religione protestante, nella realizzazione economica e nel mantenimento del prestigio i fattori principali per assicurarsi un posto nel mondo. La città appare dunque essere estremamente collegata nelle sue parti (se si rimane naturalmente al livello dell’alta borghesia) dalla rete dei valori condivisi: un tema importante, perché permette di rendere la famiglia Buddenbrook una sineddoche di una intera società.

Sembra essere dunque il caso di un romanzo enfant prodige, non perché l’autore fosse molto giovane, ma perché la giovinezza risiede nel fatto per cui si tratta del primo esperimento compiutamente romanzesco di Mann. Lo scrittore aveva già esplorato il campo della prosa mediante vari racconti e brevissimi romanzi (o racconti lunghi, per dir meglio), ma non aveva mai affrontato la forma del romanzo, vale a dire quella forma che si può considerare figlia del Romanticismo e quindi una veritiera discendente della Germania degli inizi dell’Ottocento. Se si considera questo fatto si può allora pensare che il romanzo non parta dal 1835, come afferma la narrazione, ma da ben prima, dall’epoca romantica, e che sia in un certo qual modo l’equivalente tedesco de I miserabili di Hugo, in quanto entrambi si configurano come romanzi epici; Mann potrebbe altresì essere accostato a Tolstoj in questo caso. Del resto, pur sempre di miserabili si tratta. Ma i miserabili di Mann non sono né nobili né poveri rivoluzionari che combattono per la sopravvivenza della propria integrità: l’unica integrità che si difende è quella della famiglia e mai quella dell’individuo singolo.

E’ dunque normale che venga alla mente quel verso celeberrimo in Romeo and Juliet di Shakespeare che recita “What’s in a name?”, “Cosa c’è in un nome?”. Nel nome Buddenbrook c’è appartenenza, soprattutto, a una condizione, a un tempo che pare eterno e immutabile, all’assenza di contingenza, alla ricchezza, alla religione. Al nome Buddenbrook sembra che si appartenga per necessità e per inevitabilità del destino: il nome è percepito come un passaggio di testimone da una generazione all’altra, tutte ligie alla soddisfazione della manutenzione (nel vero senso della parola) della famiglia e di ciò che ne comporta. Chi nasce entro questa famiglia (e chi entra, per via di matrimoni) consiste in un automa che vive la vita nell’annullamento delle proprie aspettative di uomo e di donna, eliminando completamente il valore della scelta libera e consapevole, voluta, desiderata ai fini di soddisfare un proprio desiderio; i membri della famiglia non si percepiscono apparentemente come membri tutti di un gruppo, singolarmente ma insieme, ma si percepiscono come un intero organismo vivente, pur senza sapere che ogni organismo ha una vita e come tale possiede un inizio, uno svolgimento e una fine. Essere un Buddenbrook è uno stile di vita che ha tre capisaldi fondamentali: la famiglia, il mantenimento della ditta (dunque del denaro) e la religione, tutti elementi che ruotano attorno alla più grande sfera del potere. Non c’è spazio per arti o cultura veramente sentita: tutto ruota attorno a quella “bella faccia” che è necessario che si mostri in società. Sono la consuetudine e la convenzione ad esigere qualcosa, non la ricerca di una soddisfazione personale, anche intellettuale; attorno alla casa ruotano personaggi quali il poeta Jean-Jacques Hoffstede e il professor Marcellus Stengel, ma nulla più. Ogni tentativo, specie compiuto da Christian, di focalizzare l’attenzione sulla bellezza e sul benessere interiore che apportano arti quali la recitazione, il teatro, la musica e la danza è immediatamente messo da parte e bollato come “inutile” e “stupido”. Per i Buddenbrook vale assai comodamente il detto “il tempo è denaro”: meglio allora non sprecarsi in faccende inutili che non solo non portano frutto, ma sono dispendiose in senso economico e recano danno all’azienda e alla famiglia stessa, che si manifesta in ogni individuo come un centro di gravità permanente. I personaggi, volenti o nolenti, decidono sempre di appartenere all’ordine delle cose.

Esiste nel romanzo la forma di un compromesso importante, o forse meglio definibile come una bipolarità nemmeno nascosta: la monumentalità ottocentesca e l’odore modernista. Potremmo infatti dire che tale monumentalità, pesante, maestosa e vecchia sta all’ambiente domestico, alle regole e ai dettami famigliari esattamente come l’odore modernista sta nel trattamento di alcuni dei personaggi da parte dell’autore stesso. La grandezza di Mann non consiste certo nell’aver elaborato uno splendido quadro della società anseatica dell’Ottocento, nell’aver fotografato una parte della propria famiglia che ebbe lunga vita, o nella grande capacità di rendere la cronologia degli eventi con un’accuratezza tale da sembrare quella che si richiede a un qualsiasi storico; la formidabilità di Mann sta nella sua coscienza ante litteram del termine “narratore”. I pensieri dei personaggi non sono resi autonomi, quasi come fossero appunto vite nuove e diverse da quelle del demiurgo letterario, ma sono indiretta espressione del pensiero dell’autore. Vi sono alcuni personaggi per l’appunto in cui il sentimento dell’autore è coerentemente espresso e, attenzione, non si tratta necessariamente del compiuto pensiero di Mann: Tony, Christian, Hanno possiedono naturalmente alcuni caratteri che li fanno erroneamente pendere dalla bocca dei pensieri che contraddistinguono la visione del mondo di Mann, ma non si concentrano solo su questo. Il narratore si concede uno spazio di distanza fra l’autore e le sue creature, essendo anch’essa creatura dell’autore: è dunque il pensiero del narratore che si esprime, non quello dello scrittore tedesco. Sarebbe opportuno e interessante compiere un’attenta analisi narratologica circa il romanzo, in quanto solo nei confronti dei personaggi sopracitati viene adottato il discorso indiretto libero, uno dei più alti ingredienti del modernismo europeo in ambito narrativo.

L’intervento di Mann, e quindi dell’autore, viene comunque percepito nell’estrema lucidità attraverso cui sono stati prima vissuti, poi elaborati e messi per iscritto i diversi eventi. La razionalità non lascia mai il passo all’irrazionale, all’irragionevole: tutto si svolge entro i confini di causa e conseguenza, quasi come se tutto fosse spiegabile attraverso una legge fisica di necessità; questo “approccio scientifico” mette da parte l’induttivismo e si fonda per intero sul deduttivismo, in quanto c’è spazio solo per le leggi e le teorie e mai per le esperienze. Potrebbe altresì essere importante ai fini di quest’analisi l’apporto positivista, il quale per decadenza intende prima di tutto la disgregazione di un fattore organico che è pronto a sottomettersi alla legge della necessità. A differenza de “I Malavoglia”, dove in fin dei conti i personaggi avevano scelta di intraprendere un cammino differente pur consapevoli della propria dannata fine, in questo romanzo borghese non sono contemplati né la scelta né il danno: essi sono semplicemente non considerati.

Le ingannevoli forme di percezione del tempo, dello spazio e quindi della storia, l’affanno di una continuazione storica e onorata nella persona dei discendenti, la paura della dissoluzione storica, della decomposizione finale – di tutto ciò il suo spirito si era liberato e non gli impediva più di comprendere l’eternità. Nulla incomincia e nulla finisce. Esisteva solo un infinito presente, e quella forza in lui, che amava la vita di un amore così dolorosamente dolce, penetrante e nostalgico, e della quale la sua persona era solo una mal riuscita espressione – avrebbe sempre saputo trovare le vie d’accesso a questo presente“.

Una vita

Titolo originale: Una vita, 1892

Il primo romanzo composto da Svevo fu Una Vita, pubblicato a proprie spese nel 1892 presso un piccolo editore triestino. Il titolo originario dell’opera era Un inetto, ma, il suo editore riteneva tale titolo poco accattivante e decisero di nominarlo Una vita. Tuttavia il romanzo suscitò scarsissima risonanza nella critica e poco successo.
La vicenda narra la storia di un giovane, Alfonso Nitti, che abbandona il paese per lavorare a Trieste, dopo che la morte del padre ha lasciato la famiglia in ristrettezze. Alfonso Nitti è un giovane appassionato nella letteratura che evade costruendosi “sogni da megalomane” e vagheggiando la gloria letteraria.
L’occasione per un riscatto della sua vita vuota gli è offerta da un invito a casa del padrone della banca, Maller. Qui conosce Macario, un giovane brillante e sicuro di sé che rappresenta il contrario dell’inetto, con cui fa amicizia. La figlia di Maller, Annetta, come Alfonso, ha grandissime ambizioni letterarie e perciò decide di collaborare con lui per la stesura di un romanzo. Alfonso, anche se non ama Annetta, la seduce e la possiede. A questo punto l’eroe ha l’occasione di trasformare radicalmente la propria vita sposando Annetta, ma, preso da un’inspiegabile paura, fugge da lei e da Trieste adducendo come pretesto una malattia della madre.
Quando ritorna nel suo paese, trova realmente la madre in pessimo stato di salute e, dopo la sua morte, decise di tornare a Trieste a rinunciare alla crudele “lotta per la vita” che domina nell’ambiente in cui vive. Alfonso credeva di aver interamente superato le passioni, ma in realtà, dopo aver scoperto che Annetta si era fidanzata con Macario, è assalito da una gelosia che lo divora. Pensava di non aver più paura del giudizio degli altri ed invece si sente ferito dal disprezzo e dall’odio che lo circonda nella banca.
Dopo essere stato trasferito ad un compito di minore importanza, Alfonso affronta indignato il signor Maller, ma commette errori irreparabili: scrive ad Annetta per chiederle che cessino le persecuzioni nei suoi confronti, ma il gesto viene visto come un ricatto. All’appuntamento che egli ha chiesto alla ragazza si presenta il fratello che lo sfida a duello. Alfonso, sentendosi “inetto”, decide di cercare una via di scampo nella morte.

Alfonso Nitti viene ad inaugurare un tipo di personaggio che sarà ripreso da altri romanzieri, la figura dell’inetto. L’inettitudine è sostanzialmente una debolezza, un’insicurezza psicologica che rende l’eroe “incapace alla vita”. Svevo non si limita solo a ritrarre una condizione psicologica, ma individua le radici sociali di questa debolezza: la declassazione e la condizione intellettuale. In effetti Alfonso è un piccolo borghese ormai declassato ed è un letterario ancora legato ad un tipo di cultura esclusivamente umanistica. Il combinarsi di questi due fallimenti lo rende un diverso nella solida società borghese triestina, i cui unici valori riconosciuti sono quelli manageriali del profitto e della produttività. Alfonso è quindi afflitto e paralizzato dalla sua diversità che lo rende inferiore.
Pur sentendosi inferiore, Alfonso si crea una realtà compensatoria: la cultura umanistica e la vocazione letteraria, che lo rendono inetto, si trasformano ai suoi occhi come un motivo di orgoglio, nel segno distintivo di un privilegio spirituale. Così, il grigio impiegatuccio si costruisce una maschera fittizia, un’immagine di sé consolatoria, che lo risarcisce dalle frustrazioni reali.
Se Alfonso si identifica come un inetto, dinanzi a lui si mostrano degli antagonisti che appaiono opposti (virili e forti). Innanzitutto Maller, il padrone, incarnazione della figura del Padre, possente e terribile, un padre “padreterno” che si direbbe creato dalle proiezioni dell’inconscio stesso del debole e nevrotico Alfonso.
Accanto al padre si colloca il Rivale Macario, che possiede tutte quelle doti che ad Alfonso mancano (sicurezza di sé, brillantezza, l’essere “adatto alla vita”). Per questo Macario alla fine della vicenda sottrae all’eroe la donna, oggetto dei suoi desideri di scalata sociale. Questo antagonismo tra l’inetto e il lottatore adatto alla vita e questa ricerca del padre sono schemi che ritornano regolarmente anche nei due romanzi successivi di Svevo.

La narrazione è condotta da una voce fuori campo che si rivolge ai personaggi in terza persona, ma non si trovano ampie intrusioni. Il narratore rispetta il codice dell’impersonalità di Flaubert. Inoltre predomina nel romanzo la focalizzazione interna al protagonista: il lettore vede le cose come le vede Alfonso, e di regola sa solo ciò di cui egli è a conoscenza. Questo ci fa capire come si è passati dal romanzo realistico al romanzo psicologico.
Rispetto al romanzo psicologico che si era affermato in Francia con Bourget, il primo romanzo sveviano presenta una sua peculiarità: non si ha solo la minuziosa e capillare analisi dei moti interiori del personaggio, nella quale però il processo psicologico conserva una logica chiara e lineare da seguire. La coscienza diviene un labirinto di tortuosità inestricabili, in cui si intrecciano sogni, velleità, momenti di lucidità, autoinganni, contraddizioni, impulsi privi di ogni comprensibile motivazione.
Se il punto di vista del personaggio è dominante, non è però l’unico. A volte c’è un cambio di focalizzazione in cui interviene la voce del narratore per smascherare gli autoinganni e gli alibi costruiti dall’eroe.
Questa operazione di correzione è condotta con implacabile determinazione, tanto che il racconto sembra assumere le vesti di un vero e proprio processo alle menzogne, alle doppiezze, alle velleità e alle costruzioni fittizie del protagonista. Il romanzo si regge tutto su questa opposizione di due punti di vista antagonistici.

Certi giovani per amore all’accuratezza diventano pedanti prima del tempo, preferiscono la lima alla penna e finiscono col non far niente. […] Per adoperare la lima occorre, oltre che molto ingegno, molto senno critico. Quando si fa si è artisti, ma quando si lima bisogna essere artisti e scienziati.

Sulla strada

Titolo originale: On the road

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare».

Sulla strada è un romanzo autobiografico, scritto nel 1951, dello scrittore statunitense Jack Kerouac, basato su una serie di viaggi in automobile attraverso gli Stati Uniti, in parte con il suo amico Neal Cassady e in parte in autostop.

Pubblicato per la prima volta il 5 settembre 1957, il libro divenne in seguito un testo di riferimento, quasi un manifesto, a ispirazione della cosiddetta Beat Generation. Il romanzo è stato inserito dal critico Richard Lacayo, nei migliori 100 romanzi del secolo XX e ha venduto 3 milioni di copie. Il critico John Leland dimostra, a volte in modo ironico, che si tratta di un libro pieno di lezioni su come crescere.

È stata pubblicata in italiano la versione non censurata di On the Road, quella scritta sul “rotolo”. In tale versione sono presenti paragrafi tagliati nell’edizione del 1957 e i nomi dei personaggi sono quelli reali.

Kerouac volle trarre un film dal romanzo e propose a Marlon Brando di lavorare assieme, ma non se ne fece nulla. Il regista brasiliano Walter Salles ne ha tratto l’omonimo adattamento cinematografico uscito nel 2012 (le riprese sono iniziate il 4 agosto 2010).

Il romanzo, ambientato negli anni Quaranta, è diviso in cinque parti composte da episodi, nella quale il narratore, ossia lo stesso Sal, descrive i viaggi compiuti, in parte in auto e in parte grazie all’autostop, assieme all’amico Dean Moriarty (pseudonimo di Neal Cassady), conosciuto a New York.

Sal e Dean sono decisamente agli antipodi: il primo è uno studente dell’Est con aspirazioni letterarie, mentre il secondo, appena uscito dal riformatorio, è la figura di anti borghese per eccellenza: poco incline al lavoro, all’assumersi delle responsabilità, desideroso di vivere una vita intensa all’insegna della scoperta. Dean vuole infatti conoscere l’immenso continente americano, il brivido del sesso, ma anche dell’alcol e delle droghe.

Il loro viaggio parte proprio dalla Grande Mela nel 1947, e li condurrà, nello svilupparsi del romanzo, a Chicago, San Francisco, Denver, fino al Messico, dove Sal capirà molte cose di sé e acquisirà finalmente una nuova prospettiva sulla propria vita, paragonandola a quella vissuta fino ad allora con Dean.

Se nella prima parte del libro, infatti, Sal prova una latente (ma non troppo) soggezione nei confronti dell’amico, ammirando la sua sicurezza in sé, lo stile bohemien e il suo modo di intendere la vita, più tardi sentirà gradualmente il peso di quel modo di vivere, nomade e irrimediabilmente dedicato alla ricerca esclusiva del proibito, tanto da diventare in un certo senso autolesionista. Ogni viaggio inizierà a rappresentare per Sal un passo verso l’allontanamento definitivo da quella vita stabile che lui desidera, fatta di una professione, una famiglia e, soprattutto, una casa fissa.

Ecco che allora il vero viaggio sarà quello che Sal compirà all’interno di sé stesso, per domandarsi cosa veramente vuole dalla sua vita e cosa può chiedere a sé stesso.

Kerouac scrisse il libro in sole tre settimane, all’età di 29 anni, nel 1951; la cosa più curiosa è che “Sulla strada” fu scritto su un rotolo di carta per telescrivente, aggiudicato nel 2001 in asta ad una cifra record, superiore ai due milioni di dollari.

I viaggi raccontati nel libro rispecchiano i sette anni passati veramente da Kerouac viaggiando, in compagnia di altri amici. Oltre a lui e a Neal Cassady, sono molti altri i personaggi citati sotto pseudonimo nel libro, come Allen Ginsberg (Carlo Marx) o William Burroughs (Old Bull Lee), altri importanti esponenti della Beat Generation.

“Sulla strada” è stato inserito dal critico Richard Lacayo fra i migliori 100 romanzi del secolo scorso, e ha venduto più di tre milioni di copie dall’anno di pubblicazione, il 1957.

Kerouac è quasi unanimemente considerato il padre della Beat Generation, e proprio lui ha coniato il termine “beat”, intendendo con esso il raggiungimento di una sorta di “beatitudine” personale, evidente anche dai suoi scritti, dove sono sempre presenti e molto forti le idee di liberazione, di scoperta e approfondimento della propria coscienza e di valorizzazione della propria personalità. “Sulla strada”, così come il successivo “I Sotterranei”, possono essere considerati romanzi precursori di quello che saranno lo stile di vita e l’ideologia pacifista, anti militarista e anticonformista degli hippie negli anni Sessanta e Settanta.

Lo scrittore morì a soli 47 anni, nel 1969, vittima dell’abuso di alcol, cui non aveva mai saputo rinunciare.

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