Viaggio al termine della notte

Titolo originale: Voyage au bout de la nuit, 1932

Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza.

Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai.

E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi.

È dall’altra parte della vita.

“Viaggio al termine della notte” di Cèline è in assoluto uno dei titoli più belli dati a un romanzo. Sembra che nell’attimo esatto in cui si pronuncino quelle cinque parole, la notte scivoli via improvvisa e che, da lontano, si possa vedere una luce sbiadita, ma pur sempre una luce. L’ho letto a vent’anni. Oggi ne ho 32 e resta ancora il mio libro preferito.

Si tratta del capolavoro di Cèline, un libro autobiografico che percorre pezzi di vita dello scrittore, le mille esperienze vissute, innumerevoli. L’esperienza della I guerra mondiale, quella delle trincee nelle Fiandre, le colonie in Africa, il sogno degli Stati Uniti, l’amore per la prostituta Molly, fino al ritorno in Francia, gli studi di medicina e l’attività di “medico dei poveri”. Il protagonista si chiama Bardamu. E’ un buon osservatore, un sognatore, un folle e si muove, insicuro ma strafottente, tra queste fasi della sua vita che lo portano un po’ ovunque. Cèline racconta soprattutto della miseria umana, quella reale, tangibile, ma anche quella dell’anima. La miseria degli umani che arrancano, disprezzano, colpiscono alle spalle per trovare chissà che. La salvezza? La serenità? Forse nessuna delle due.
Per Cèline, solo in un momento noi uomini siamo tutti uguali: di fronte alla morte. E bisogna far di tutto per godere fino in fondo, per non sprecare nulla. Eppure non sappiamo morire come si deve e non abbiamo dentro quello che ci vuole per aiutare un altro uomo a morire, ad andarsene in pace.

Non possediamo dentro i sentimenti necessari.
Meglio di tutti, Cèline è riuscito a fotografare l’uomo così com’è, in tutta la sua bassezza, tutto il suo squallore. Ha un pessimismo noir, dissacrante, cinico che non lascia speranza. Bukowski lo adorava e quando gli chiedevano perché lo amasse tanto, lui rispondeva “Era uno che a tre anni aveva già capito che razza di merda che siamo e te lo diceva con tanta franchezza…riusciva a farti ridere…” Ecco, questo romanzo è così. Ti dice che razza di mxxxa che siamo, ti fa pensare e poi ti ruba un sorriso, che spesso diventa ghigno. E ti dice la tua verità con un ritmo tutto nuovo. Te lo dice quasi fosse una cantilena. Cèline non scriveva, faceva musica e ci teneva che le sue “note “ arrivassero al lettore. La sua era veramente della buona musica.

Ci sono tre parole magiche per poter accedere a “Viaggio al termine della notte” (e in genere a questo scrittore): Delirio, solitudine, ossessione. Credo che sia necessario avere una di queste tre cose per amarlo davvero. In questo libro di “verità“, alle quali Cèline cerca di dare corpo, ce ne sono molte sulle quali bisognerebbe soffermarsi. Fin dalla prima lettura, ognuno di questi pezzi mi ha lasciato come un taglio, qualcosa che ha reciso molti fiori. Più di tutte, una frase, che lascio qui, perché è perfetta, vera. Tagliente e vera. “Essere soli è allenarsi a morire”. Quando l’ho letta la prima volta, ho pensato al modo in cui avevo portato avanti il mestiere che prevedeva il confezionare solitudine. Io l’avevo confezionata a lungo.

Essere soli è allenarsi a morire. Perfetta! E’ un bastardo, Cèline. Perché vi scava dentro. Ma è da leggere e rileggere. Perché è ironico, folgorante, vero, tagliente.
“Voyage au bout de la nuit” è monumentale, un vero e proprio capolavoro del ’900.

La signora delle camelie

Titolo originale: La dame aux camélias, 1848

La signora delle camelie, di Alexandre Dumas figlio, è la straziante storia di Marguerite Gautier e del suo amante Armand.

La signora delle camelie (titolo originale La dame aux camélias) è il romanzo del 1848 che permise a Dumas figlio di farsi conoscere al pubblico e gli aprì le porte del successo.

Il libro è ispirato alla vita di una cortigiana realmente esistita, Marie Duplessis (pseudonimo di Alphonsine Plessis), che al pari della protagonista Marguerite morì giovane a causa di tisi. La scelta di narrare fatti incresciosi quasi come fosse una denuncia della società fece sì che Dumas venisse catalogato come “scrittore scandaloso”. A ogni modo, grazie alla pubblicazione di quest’opera è considerato il padre del teatro realista (e, più nello specifico, verista), dato che egli stesso decise di realizzarne un adattamento teatrale che ebbe molto successo. In più anche Giuseppe Verdi, qualche anno dopo, ne fece una trasposizione brillante inscenando quella che oggi conosciamo come La Traviata, la cui protagonista, che non è Marguerite ma Violetta, è diventata una figura mitica, interpretata da grandi attrici del calibro di Eleonora Duse o Greta Garbo.

Il titolo, innanzitutto, fa riferimento alla caratteristica abitudine della protagonista di portare con sé, durante le uscite pubbliche, fasci di camelie che per cinque giorni al mese erano rosse e per i restanti erano bianche. L’autore, o meglio, il narratore dichiara di non averne mai capito il motivo, per cui si può supporre che, essendo una cortigiana, Marguerite volesse in qualche modo servirsi di quel simbolo floreale per indicare ai clienti i giorni in cui fosse “disponibile” e quelli in cui fosse “indisposta”.

La storia inizia quando il narratore, di cui non si conosce l’identità (ma poco importa chi sia), viene a conoscenza di un avviso: a Rue d’Antin 9 è stata organizzata un’asta per la vendita di mobili e oggetti pregiati appartenuti a una persona che era morta da poco; con quei soldi sarebbero stati pagati tutti i creditori della donna. Egli si reca lì, visita la casa e parlando con qualcuno scopre che il nome della donna defunta è Marguerite Gautier. Ricorda allora di averla conosciuta e, incuriosito da un libro messo all’asta (Manon Lescaut) – e ancor di più da qualcosa che era scritto sulla prima pagina –, compra il volume per ben cento franchi. Giunto a casa legge la dedica: «Manon a Marguerite. Umiltà», firmato da un certo Armand Duval.

Qualche giorno dopo si presenta a casa sua Armand Duval in persona, affranto dalla notizia della morte di Marguerite, e gli chiede in lacrime di cedergli il libro. L’uomo, constatando la disperazione di Duval, acconsente, decidendo anche di diventare suo amico e aiutarlo a trasferire la tomba della donna in un altro posto poiché questo era l’unico modo di aprire la cassa e rivederla per l’ultima volta. Non era riuscito in questa impresa per il funerale perché nel suo viaggio aveva incontrato diversi imprevisti. I due uomini entrano in confidenza e Armand decide di raccontare al suo nuovo amico come conobbe la sua Marguerite.

La donna era una cortigiana molto famosa a Parigi, amante degli uomini più facoltosi, quel genere di persona che si faceva mantenere e circondare dal lusso. Se ne era innamorato dal primo giorno che l’aveva vista e finalmente grazie al suo amico Gaston era riuscito a presentarsi a lei, risultando ridicolo già al primo incontro. Due anni dopo, si ripeté l’occasione di presentarsi, e stavolta Armand non commise gli stessi errori, tanto che i due divennero perfino amici. Anzi, lui le chiese di diventare sua amante, un ruolo che lei non avrebbe potuto sostenere perché doveva assicurarsi di avere “il necessario sostentamento” e purtroppo lui non era abbastanza ricco. Man mano che trascorreva il tempo, però, i due si avvicinarono sempre di più e s’innamorarono, decidendo di andare a vivere in una casa in campagna a Bougival per diversi mesi.

Il periodo d’amore però non durò molto perché i soldi iniziarono a diminuire e la stessa Marguerite tentò di vendere alcuni propri beni per restare con lui. Un giorno si fece vivo il padre di Armand, preoccupato per non aver avuto più notizie di suo figlio. Il padre gli confidò che la notizia della sua relazione con una cortigiana era giunta alle sue orecchie e rischiava di screditare il loro buon nome, ma il giovane non volle saperne di lasciarla. S’incontrarono di nuovo anche successivamente, spinti dalla stessa Marguerite, ma quando lui tornò a casa lei non c’era più; anzi gli lasciò una lettera a Parigi dicendogli che non potevano più stare insieme e che si sarebbe trovata un nuovo amante.

Pensando che Marguerite si fosse dimostrata ciò che in realtà era, ovvero una semplice cortigiana, Armand non volle più saperne, ma quando scoprì che la donna era a Parigi tentò di farla ingelosire intrattenendosi con Olympe, un’amica di lei. La poverina, che in realtà non aveva mai smesso di amarlo, lo scongiurò di non farla più soffrire e, come se non bastasse, quella malattia che la faceva patire già da anni aumentò gradualmente. Dopo diverso tempo, lui cedette, si amarono per un altro periodo fino a quando lei non lo abbandonò di nuovo. Armand, a quel punto, se ne andò definitivamente.

Trascorso del tempo, gli giunse prima la notizia che le sarebbero rimasti pochi giorni di vita, e che poi era morta definitivamente. A casa di un’amica erano state lasciate per lui alcune lettere e un diario – che fece leggere anche all’amico (il narratore) –, nelle quali Marguerite gli confessa le cause dell’abbandono e le condizioni in cui è morta: da sola, senza un soldo e con i creditori che aspettavano ansiosi la sua morte per portarle via tutto. In fondo le cortigiane erano delle donne sole, in vita erano circondate da tante gente solo per convenienza, ma poi tutti scomparivano se si fossero ammalate.

Questa è la storia di due persone che non possono stare insieme e che tentano di agire l’una per il bene dell’altra, ma finiscono solo per andare incontro a un mucchio di incomprensioni e segreti. È la triste storia di una donna che pensa di poter cambiare la propria sorte e iniziare una vita dignitosa con un uomo che realmente ama e dal quale non pretende nulla, solo un sentimento disinteressato. Ma in questo tipo di romanzo il binomio amore-morte è inscindibile, tanto che, seppur narrata con una immensa delicatezza di parole, la vicenda ha comunque un epilogo tragico e straziante.

“Quante strade e quante ragioni crea il cuore per arrivare a quello che vuole!” “Quelli che avevano amato Marguerite non si contavano più, e quelli che lei aveva amato non si contavano ancora.”

Germinal

Titolo originale: Germinal

Germinale” è il più famoso dei cosiddetti romanzi sociali del naturalismo francese. Venne pubblicato a puntate, come era in uso all’epoca, sul giornale “Gil-Blas“. 
Il titolo rievoca un episodio particolarmente rappresentativo accaduto durante la Rivoluzione Francese, quando un’enorme massa di persone invase le strade di Parigi, gridando “pane, pane“, questo fatto realmente accaduto avvenne nel periodo tra il marzo e l’aprile del 1795, periodo questo che nella terminologia del calendario rivoluzionario si chiama, appunto, Germinale. 

Adottato il 5 ottobre 1793, il calendario rivoluzionario costituì uno dei momenti concreti di scristianizzazione adottati dalla Convenzione. 
L’era della libertà decorreva a partire dal 22 settembre 1792 (il giorno immediatamente successivo alla data dell’inizio della repubblica) sostituendosi al conteggio degli anni dell’era cristiana. 
Ognuno dei dodici mesi ebbe il nome attingendo dal mondo agricolo e dal succedersi delle stagioni: vendemmiaio, brumaio, frimaio, nevoso, piovoso, ventoso,germinale, pratile, messidoro, termidoro, fruttidoro. 

Ogni mese rivoluzionario prendeva una parte di un mese e una parte di un altro dei nostri mesi per cui il Germinale indica il periodo che va dal 21 marzo al 19 aprile e si riferisce al momento in cui gli alberi e le piante rincominciano a germogliare. 

L’ambientazione del romanzo non è comunque quella della Parigi del 1795, ma quella di Montsou che è un centro minerario che si trova nel nord della Francia e il periodo storico è spostato al 1870, il periodo del secondo impero,anno in cui le truppe francesi vennero sbaragliate da quelle prussiane e lo stesso Luigi Bonaparte fu fatto prigioniero. 

Il protagonista, Stefano Lantier, lavora a Montsou, nel pozzo del Voreux, si innamora di una ragazza, Caterina, figlia di un altro minatore ma un suo compagno di lavoro, Gran Chaval, gliela porta via e la violenta. 
Profondamente provato da questa vicenda personale, Stefano decide di dedicarsi alla politica cercando di organizzare i minatori contro la Compagnia della miniera. 
Viene organizzato uno sciopero dove i minatori cercano di resistere per due mesi, una volta che hanno terminato tutte le risorse sono costretti a cedere. 
Tra gli operai si distinge la figura di Suvarin, un nichilista russo che spinto da un’ansia di distruzione spropositata è causa di un disastro che finisce per coinvolgere tutti i compagni, in realtà Suvarin non dovrebbe trovarsi nel luogo di lavoro perchè si era licenziato, ma sogna la distruzione completa della società. 
Si tratta ovviamente di un un utopia nichilista che aveva come obiettivo quello di una sorta di palingenesi rigeneratrice che avrebbe dato vita a un uomo completamente rinnovato e libero da tutti i fardelli e le remore che accompagnavano i suoi ex compagni di lavoro. 
Spinto da questo folle disegno, Suvarin, quando vede i compagni ritornare al lavoro, si cala all’interno della miniera, nel pozzo di Voreux e con seghe e martelli toglie le tavole di sostegno della galleria. 
La mattina seguente quando i compagni tornano al lavoro, la volta della galleria cede e l’acqua invade tutti i corridoi all’interno dei quali si trovano Stefano Lantier, Caterina e Gran Chaval insieme ad altri compagni di lavoro. 
E’ il dramma, tutti muoiono intrappolati ad esclusione di Stefano che riesce a salvarsi grazie all’intervento dei soccorritori. 
Provato ancora una volta da una terribile vicenda, Stefano ne esce fuori con una coscienza profondamente rinnovata, pronto a riprendere la lotta con maggiore consapevolezza e con più decisione. 

Il romanzo ci permette di conoscere le condizioni di vita degli operai che lavoravano in una miniera nell’Ottocento, la ricostruzione che Zola fa non è frutto della fantasia ma il risultato di un’accurata indagine e documentazione che lo stesso Zola fece nelle miniere di Denain, partecipando come spettatore alle vicende di un autentico sciopero organizzato dagli operai di quelle miniere. 
Quando si parla di naturalismo a proposito di Zola si indica una narrazione aderente alla realtà ( in Italia prenderà il nome di realismo e Verga sarà uno dei maggiori rappresentanti): una narrazione dove viene curato minuziosamente ogni aspetto che fa parte di una determinata ambientazione. 
Ecco perché possiamo parlare di una minuziosa ricostruzione della vita degli operai di un centro minerario dell’Ottocento, in quanto vengono descritte le condizioni di lavoro, le case, come si svolgeva la vita, la miseria ma anche la passione e le speranze. 
Una passione a cui, seppur in modo diverso, sembrano essere completamente succubi i due protagonisti del romanzo. Stefano Lantier e il nichilista Suvarin. 
Entrambi diversi ma nello stesso tempo eguali perché rappresentano quel tipo di eroe negativo e sociale tanto in voga nell’Ottocento che sognava una soluzione radicale per risolvere definitivamente gli immensi problemi sociali che attanagliavano delle masse senza speranza e ridotte alla miseria più nera. 

Qual è l’operazione che Zola fa? Zola descrive le condizioni bestiali di questi lavoratori per dimostrare che in tali condizioni non poteva che nascere una violenza altrettanto bestiale e terribile. 
Quando manca il pane, gli operai si gettano nelle strade e gridano “pane, pane” esattamente come era accaduto nel 1795 durante la Rivoluzione Francese ed è questo un momento di fortissime tensioni in cui la paura assale i borghesi che sono terrorizzati da questa accozzaglia di gente urlante che assomiglia a un’orda pronta a distruggere ogni cosa. 

E’ particolarmente affascinante la descrizione che Zola fa delle donne che urlano per il pane, si tratta delle mogli degli operai, spesso lavoratrici anch’esse che si trovano nel triplice ruolo di madri, mogli e lavoratrici. 

L’operaio di cui parla Zola è l’operaio ignorante che non conosce i propri diritti e che sa solo protestare ma quando questa protesta viene raccolta da una persona di cultura gli esiti sono ben differenti come nel caso del nichilista Sauvarin. 
Ed è proprio Sauvarin, il nichilista, il personaggio più inquietante del romanzo perché animato da uno spirito distruttore cosciente e non da una cieca ed irresponsabile violenza. 
La figura di Sauvarin che si inabissa nella notte di Parigi rappresenta la figura di ogni nichilista che scompare dopo aver compiuto la sua missione distruttrice. 

Storicamente non bisogna dimenticare che il Quarantotto in tutta Europa fu un momento in cui ansie di libertà si incontrarono con quelle più rivoluzionarie, un esempio fra tutti fu quello della rivoluzione di febbraio (del 1848) quando Parigi insorse, un’insurrezione che provocò una dura reazione e che causò più di trentamila esecuzioni. 

La strada che invece l’altro protagonista del romanzo sceglierà, sarà quella che oggi potremo definire riformista, una strada percorsa da una scelta consapevole e che permetterà di far germogliare (GERMINALE) una nuova speranza: i tempi saranno maturi per una nuova stagione fatta di sogni, di illusioni e di delusioni ma anche da generose passioni. 

Consiglio questo bellissimo libro di Zola, francese di nascita, ma italiano di origine, uno dei più grandi scrittori dell’Ottocento del cui temperamento romantico nell’epoca dei best seller la cultura avrebbe bisogno e si che ne avrebbe bisogno. 


La soluzione radicale e la speranza che germoglia, questo è lo spirito di tutte le rivoluzioni.

Fontamara

Titolo originale: Fontamara

Fontamara è il primo romanzo di Ignazio Silone, pubblicato dapprima nel 1933 in lingua tedesca in Svizzera – dopo esser stato scritto nella Confederazione elvetica tra il 1929 e il 1931 – al tempo in cui l’autore era riparato all’estero per sfuggire alle persecuzioni del Regime fascista; nel novembre 1933 egli pubblica un’edizione in lingua italiana a proprie spese, e nel 1934 l’opera fu tradotta in inglese. Il successo del romanzo, che denunciava l’immoralità e gli inganni del Partito Fascista di Mussolini e dei suoi seguaci, fu straordinario, galvanizzando una parte dell’opinione pubblica internazionale dell’epoca, che fece di Fontamara un documento della propaganda antifascista fuori dall’Italia e un simbolo della resistenza al totalitarismo (Hitler era appena arrivato al potere in Germania).

«In Fontamara non siamo alle prese con le grandi questioni: siamo in mezzo al fango e al sangue, all’ingiustizia e all’ignominia del presente… è il più toccante resoconto della barbarie fascista che abbia letto finora» (Graham Green, The Spectator, 2 novembre 1934)

Fontamara è un immaginario villaggio di montagna, nell’Abruzzo marsicano, la cui comunità soffre sotto il peso del fascismo e di sventure ataviche. Spaccato sociale di un proletariato oppresso e sfruttato sono i “cafoni”, realisticamente descritti nella loro ingenuità, e tenuti in ignoranza secolare da una classe dominante sempre più rapace e parassitaria.

La narrazione comincia però in Svizzera, dove un io narrante identificabile con la figura dell’autore riceve la visita di tre persone, due uomini (padre e figlio) e una donna. Si tratta di tre abitanti di Fontamara, fuggiti clandestinamente dall’Italia e arrivati fino in Svizzera per chiedere asilo e quindi per condividere con l’autore, loro conterraneo, le recenti vicende del loro sciagurato paese. L’autore decide di riportare il loro racconto perché “Fontamara somiglia dunque, per molti lati, a ogni villaggio meridionale il quale sia […] un po’ più arretrato e misero e abbandonato degli altri”. Fontamara è un cosmo, un luogo di esperienze a un tempo locali e universali. In più, chi scrive è spinto a testimoniare dalla speranza che il “cafone”, protagonista con le proprie sofferenze dell’intero racconto, “quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore”. Il racconto ha quindi una forte componente testimoniale, poiché l’io narrante dell’introduione si assume esplicitamente il compito di “tradurre” in italiano l’esperienza e il punto di vista degli esuli fontamaresi. Fontamara è dunque la successione dei racconti in prima persona dell’uomo, della donna e di loro figlio. La loro è una vicenda di povertà e soprusi, che prosegue sin dai tempi dell’unificazione d’Italia e del passaggio dalla dominazione borbonica a quella sabauda. Nessuno si è mai occupato dei cafoni della Marsica, perché i cafoni da sempre sono considerati una specie inferiore di uomini:

“E noi?” gli rispondemmo. “Non siamo cristiani anche noi?”
“Voi siete cafone” ci rispose quello. “Carne abituata a soffrire”.

Con l’avvento al potere del fascismo, però, la condizione si è aggravata. Lo dimostra emblematicamente l’evento su cui si apre il racconto, ovvero l’interruzione dell’erogazione di elettricità nel paese. Gli abitanti di Fontamara ancora non sanno quale sia questo nuovo governo, né hanno idea di cosa significhi “fascista”: per loro il colore o l’orientamento di chi comanda si misura solo nei termini delle condizioni materiali di vita, che, col nuovo potere, conoscono un significativo peggioramento per la perdita di diritti conquistati nel tempo. Il racconto è scandito infatti da una serie di inganni orditi ai danni della popolazione di Fontamara da parte dei nuovi governanti della comunità locale, rappresentati dal personaggio del podestà, l’autoritario e spietato Impresario, appoggiato dal clero – impersonato dal pavido don Abbacchio (parodia del manzoniano don Abbondio) – e dai piccoli proprietari come don Circostanza, che pur mostrando di rappresentare gli interessi dei fontamaresi finisce per fare gli interessi di chi comanda. Al raggiro dell’elettricità si aggiunge quello connesso al corso del ruscello, la cui acqua è una risorsa di primaria importanza per l’economia rurale di Fontamara. Con la connivenza delle istituzioni questo è stato incanalato verso le terre dell’Impresario per renderle più fertili e produttive. Gli uomini e le donne di Fontamara, però, non sono disposti ad arrendersi di fronte ai soprusi e tentano con varie proteste – spesso ingenue – di far valere i propri diritti. L’ignoranza dei “cafoni”, che hanno firmato una carta in bianco che autorizzava l’esproprio dell’acqua, sono ingannati a causa della loro ignoranza e del loro analfabetismo: di fronte alla loro sommossa, l’avvocato don Circostanza li convince ad accettare un accordo scritto per cui “tre quarti” dell’acqua andrà all’Impresario e “tre quarti” al paese. Non comprendendo la palese incongruenza, i “cafoni” cadono nel tranello. In seguito, i fontamaresi assistono al fallimento di una grande manifestazione per rivendicare i loro diritti elementari e l’espropriazione di alcune terre da sempre destinate al pascolo comune.

Al danno materiale si aggiunge la punizione violenta per aver tentato di ribellarsi agli ordini delle autorità: un giorno, mentre tutti gli uomini del villaggio sono nei campi a lavorare, una squadraccia di fascisti si presenta a Fontamara per perquisire le case e violentare le donne; al ritorno degli uomini, questi vengono “schedati” come sovversivi con un’assurda prova di fedeltà al regime. Viene poi promulgato il divieto di emigrare dal paese e quello di discutere di politica in pubblico. Quella dei fontamaresi è la condizione di un popolo abbandonato alle ingiustizie di un sistema fondato su clientelismo e corruzione; nessuno difende la causa dei cafoni, che non possono neanche sperare in un capo carismatico che li guidi alla rivolta. Il giovane Berardo Viola, che è un “cafone” dotato di una “coscienza di classe” assai rara, tenta inizialmente la strada della rivolta, ma poi si convince a cercare un lavoro e un futuro lontano dal misero paese natale per poter tornare e sposare Elvira. Ma anche Berardo ha il destino di uno sconfitto: giunto a Roma, egli non riesce a trovare lavoro per la fama di sovversivi che accompagna i fontamaresi (e lui in particolare), il giovane è poi arrestato e torturato in carcere, dove si assumerà anche la responsabilità di alcune stampe che inneggiano all’antifascismo. Berardo morirà per le conseguenze delle percosse, convinto che di non morire “per sé, ma per gli altri”. La sua fine verrà mascherata come un suicidio.

Privi del loro esponente più carismatico, i fontamaresi provano ad organizzare le loro forze attorno a un giornale clandestino, dal titolo «Che fare?», ma l’esperienza è di breve durata. Mentre nelle campagne abruzzesi hanno luogo una serie di insurrezioni contro lo Stato fascista, le squadre fasciste tornano a colpire ancor più duramente Fontamara, che viene saccheggiata e data alle fiamme, tra morti e feriti. I tre esuli (Giuvà, Matalè e loro figlio) fuggono e vengono salvati dall’anarchico Solito Sconosciuto, già in contatto con Berardo, e condotti in Svizzera. Sono loro il simbolo della speranza per il futuro di Fontamara.

Quella raccontata in Fontamara è la storia tragica del destino di sofferenza assegnato agli “ultimi” della società italiana. Il romanzo si chiude su un’immagine di disperazione e disorientamento: i tre narratori sfuggono alla rappresaglia intervenuta a punire l’insurrezione di Fontamara e, allontanandosi dal paese, si chiedono “che fare?”. Non c’è risposta alla domanda e nulla all’orizzonte lascia trasparire una soluzione o una speranza. Eppure questo romanzo è stato considerato da molti critici come il manifesto della dignità dei cafoni e della loro volontà di rivalsa rispetto ai lutti e alle ingiustizie inflitte. In effetti, per la prima volta nella letteratura italiana, la plebe meridionale prende direttamente la parola e racconta la Storia dal proprio punto di vista. E proprio il punto di vista della narrazione è l’elemento che Silone sceglie per contrastare un potere che, per il proprio tornaconto, sfrutta l’ingenuità inerme e l’onestà della povera gente. Chi racconta, infatti, traducendo in italiano il resoconto dialettale dei tre fontamaresi fuggiti, rende comprensibile ed efficace il messaggio etico e di denuncia sociale. Al tempo stesso però viene alla luce anche l’aspetto paradossale, per non dire comico, di alcune vicende. Ad esempio, nel caso di una delle molte truffe perpetrate ai danni dei “cafoni”:

“Ecco, intendiamoci”, riprese Innocenzo “intendiamoci, non si tratta di tasse, vi giuro su tutti i santi che non si tratta di pagare. Se si tratta di tasse, che Dio mi tolga la vista”.

Vi fu una piccola pausa, giusto il tempo per permettere a Dio di esaminare il caso. Innocenzo conservò la vista.

La capacità di alternare, al tono grave con cui in prevalenza viene condotta la narrazione, un tono più leggero e disincantato è sempre funzionale alla denuncia delle contraddizioni e delle storture del potere: la presenza di elementi comici non implica affatto che chi narra si ponga ad un livello superiore o sia in sintonia con le prepotenze dei “galantuomini”. Il narratore decide di limitare al minimo i suoi interventi sul testo e sulle narrazioni dei tre “cafoni”: il suo compito è più quello del traduttore, per far emergere nella maniera meno filtrata possibile la visione del mondo di degli “ultimi”. La narrativa di Silone, anche in altre opere (Pane e vino, 1936; Una manciata di more, 1952; L’avventura di un povero cristiano, 1968), sin dalla sua prima prova conferma quindi un forte ed irrinunciabile retroterra etico, che ha la precedenza sulle questioni stilistiche e formali.

Dieci piccoli indiani

Titolo originale: Ten Little Niggers

Dieci piccoli indiani è un romanzo giallo (mistery novel) scritto da Agatha Christie, da lei descritto come il più arduo dei suoi libri da scrivere. Uscì dapprima a puntate sul giornale inglese Daily Express da martedì 6 giugno 1939 a sabato 1º luglio 1939 in 23 parti, senza divisioni in capitoli. Il romanzo, oggi celeberrimo, fu pubblicato come libro in Gran Bretagna nel tardo 1939, e negli USA all’inizio del 1940, simultaneamente in versione libresca e serializzata per i giornali; in Italia uscì per la prima volta nell’agosto 1946 col titolo …e poi non rimase nessuno nella collana Il Giallo Mondadori. Con il suo sensazionale record di 110 milioni di copie, è il libro giallo più venduto in assoluto, e si è pertanto piazzato all’undicesimo posto nella classifica dei best seller con più incassi della storia (terzo posto se consideriamo solo i romanzi). Il luogo dove è ambientata la storia è ispirato a un’isola tidale posta di fronte al Devon.

Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.

Nove poveri negretti
fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.

Otto poveri negretti
se ne vanno a passeggiar:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.

Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s’infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.

I sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.

Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale,
quattro soli ne restar.

Quattro poveri negretti
salpan verso l’alto mar:
uno un granchio se lo prende,
e tre soli ne restar.

I tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l’orso ne abbrancò,
e due soli ne restar.

I due poveri negretti
stanno al sole per un po’:
un si fuse come cera
e uno solo ne restò.

Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
ad un pino si impiccò,
e nessuno ne restò.

A Nigger Island ci sono in tutto dieci persone: il giudice in pensione Wargrave; la giovane Vera Claythorne, selezionata per un posto da segretaria proprio quando aveva perso ogni speranza di trovare lavoro; il capitano Lombard, avventuriero incline al vivere al limite della legge e abile nello sfruttarne le scappatoie; la signorina Emily Brent, sessantacinquenne timorata di Dio e più rigida di una panca di legno; il vecchio generale MacArthur, eroe di guerra al tramonto della propria lunga e ardimentosa vita; il dottor Armstrong, medico competente sempre pronto a prodigarsi per i suoi pazienti; Tony Marston, viveur amante della velocità e delle belle donne; i coniugi Rogers, domestici della casa e infine il signor Blore, detective privato incaricato, non si sa da chi, di sorvegliare tutti gli altri. L’atmosfera è rilassata, la casa è confortevole e incastonata in un posto incantevole come Nigger Island, isola al centro di speculazioni cronachistiche circa il suo reale proprietario, ulteriore motivo per aver convinto gli ospiti ad accettare il misterioso ma giocoso invito. Mancano ancora i padroni di casa, i signori Owen, i quali hanno già detto alla servitù che ritarderanno qualche giorno. La notizia non turba la serenità degli ospiti, intenti a vagare per la casa e a visitare le proprie stanze. In ognuna di esse è affissa una filastrocca infantile sulla morte di dieci piccoli negretti mentre sulla tavola apparecchiata dieci piccole statuette richiamano proprio quella macabra e disincantata storiella…

Dieci piccoli indiani è un giallo sviluppato seguendo i canoni dell’enigma della camera chiusa doppia: i delitti si svolgono in un contesto circoscritto; l’assassino quindi deve essere per forza uno del gruppo per quanto insospettabile. Il colpo di scena principale, qui, consiste nel fatto che i personaggi muoiano tutti.

Secondo Alex Falzon, questo romanzo è particolarmente riuscito per un insieme di fattori: da un lato perché l’autrice ha dato il meglio della sua vena narrativa proprio nei romanzi e nei racconti che aderiscono a questo tema (Assassinio sull’Orient ExpressPoirot sul NiloTre topolini ciechi e così via) ma anche perché, nel caso specifico, l’assenza del detective dalla scena del crimine fa emergere con una forza narrativa ancora maggiore il Leitmotiv, che è poi il rapporto fra il male e il bene, tra la falsità e la colpevolezza degli invitati e l’implacabile giustizia che toglie loro la vita uno alla volta.

Falzon sostiene che nei libri della Christie il detective è una figura salvifica, invulnerabile, un deus ex machina che ripristina l’originario stato di grazia smascherando il colpevole e consegnandolo alla giustizia; a questo modello aderiscono sia Hercule Poirot, sia Miss Marple. Mancando in questo romanzo tale figura, i meccanismi del potere e della giustizia emergono con forza ancora maggiore, al punto che essi paiono reificarsi in qualche entità che sta snocciolando la catena di delitti, fino alla soluzione finale.

Il titolo del romanzo ha avuto diverse variazioni. Il libro fu originariamente pubblicato nel 1939 in Inghilterra come Ten Little Niggers (Dieci piccoli negri o Dieci negretti), riprendendo il primo verso della filastrocca a cui si fa più volte riferimento nelle sue pagine: questa è in realtà una canzone statunitense, scritta nel 1868 da Septimus Winner e anch’essa pubblicata inizialmente come Ten Little Niggers e successivamente trasformata in Ten Little Indians. Per evitare di offendere la sensibilità dei cittadini neri il titolo del libro subì una prima variazione l’anno seguente, in occasione dell’uscita negli Stati Uniti d’America: in questa circostanza venne scelto come nuovo titolo l’ultimo verso della filastrocca, And Then There Were None, dato che nigger è utilizzato negli Stati Uniti come termine dispregiativo.

Anche in Italia la Arnoldo Mondadori Editore, prima casa editrice a pubblicare il romanzo nel 1946, scelse la seconda versione, titolandolo E poi non rimase nessuno. Il titolo rimase fino al 1977, ma non piacque, e così venne definitivamente cambiato con il più musicale Dieci piccoli indiani, come il titolo della canzone di Septimus Winner, anche se i riferimenti all’interno del testo, filastrocca compresa, rimangono collegati ai “negretti”. Il nuovo titolo fu adottato in Italia ma non negli USA, dove rimane, ancora oggi, And Then There Were None.

Ventimila leghe sotto i mari

Titolo originale: Vingt mille lieues sous les mers

Tra i capolavori più noti del celebre scrittore Jules Verne troviamo l’opera “Ventimila leghe sotto i mari”. L’opera costituisce il secondo capitolo di una trilogia che inizia con “I figli del capitano Grant” e poi culmina con “L’isola misteriosa”. Le 20.000 leghe del titolo sono riferite al tragitto percorso dal sottomarino Nautilus del Capitano Nemo durante la permanenza a bordo dei protagonisti principali del romanzo, facendo riferimento alle leghe pari a circa 4 chilometri: 20.000 leghe equivalgono quindi a 80.000 km.

Il romanzo narra le avventure dei protagonisti a bordo del sottomarino Nautilus, realizzato in gran segreto dal comandante che si chiama Capitano Nemo. La storia si apre con un misterioso mostro marino che affonda tutte le navi che incrocia lungo il suo tragitto. I superstiti raccontano di aver visto una massa capace di muoversi a velocità prodigiosa e sbuffare colonne d’acqua a grandi altezze. Ciò incuriosisce un celebre naturalista del Museo di Storia Naturale di Parigi ovvero il Professor Pierre Aronnax, che decide di studiare e vedere di persona il problema del mostro marino. Il Professore, infatti, in seguito viene chiamato dal governo degli Stati Uniti a prendere parte alla spedizione incaricata di liberare definitivamente i mari dal mostro, insieme al suo fedele Conseil (Consiglio, in italiano). I due sono invitati ad imbracarsi sull’Abraham Lincoln e, a bordo della nave, fanno la conoscenza del fiociniere canadese Ned Land.

I tre, una volta arrivati nel luogo dove vive la creatura, si trovano ben presto faccia a faccia con il famoso mostro. Sentendosi attaccato, la creatura si difende puntando la barca Lincoln e speronandola. I tre uomini cadono dunque in mare ma riescono comunque a salvarsi accorgendosi che non si tratta di un mostro marino e spietato ma semplicemente di un sottomarino. I naufraghi vengono catturati e imprigionati dall’equipaggio del Capitano Nemo. Una volta a bordo si troveranno al cospetto del comandante del “Nautilus”, ovvero il Capitano Nemo. Nemo è uomo geniale, ma allo stesso tempo oscuro e misterioso. Afferma di aver rinunciato alla cosiddetta società degli uomini e di aver tagliato qualsiasi legame con la terraferma a causa di un’antica sete di vendetta dovuta alla perdita della moglie e dei figli.

Grazie a Nemo, iniziano per i tre uomini le avventure per i mari a bordo del Nautilus. Tra le avventure più significative: la caccia nelle foreste di sottomarine di Crespo nel Pacifico, nell’arcipelago asiatico-oceanico, sfuggendo ad una tribù di selvaggi, la lotta contro i calamari giganti, sfuggendo dopo un’aspra lotta alle terribili creature e salvando delle balene, la conquista del Polo Sud dopo essere riusciti nell’impresa di creare un passaggio per il Nautilus nei ghiacciai ed infine l’attraversamento del Canale d’Arabia. Nemo mostra al professore perfino i resti sprofondati del continente di Atlantide. Solo Ned Land, che non era interessato alle scoperte scientifiche, decide di pianificare una fuga notturna durante il tragitto nell’Atlantico, ma fallisce miseramente nell’impresa. Dopo qualche mese arriva la svolta: il Capitano Nemo si chiude sempre più in se stesso e la vita nel sottomarino diventa monotona per tutti i presenti a bordo, equipaggio e passeggeri.

Una notte, mentre il sottomarino Nautilus è a largo delle coste della Norvegia, Aronnax, Conseil e Land decidono di mettere in atto il loro piano di fuga. Con loro sgomento, però, si rendono conto che l’imbarcazione si sta dirigendo verso un vortice gigante, da cui nessun natante è mai riuscito a tornare indietro. Ma grazie alla sorte, sorprendentemente, i tre uomini riescono a salvarsi grazie ad un piccolo battello d’appoggio del Nautilus e miracolosamente si salvano. I tre fuggitivi si risvegliano quindi sani e salvi, nella capanna di un pescatore in una delle isole Lofoten, attendendo così di poter fare ritorno in Francia. In particolare, il professore Aronnax è riuscito a reperire un sacco di materiale e racconterà a tutti le straordinarie avventure vissute da lui e dai suoi due compagni e ricorderà il controverso Capitano Nemo.

Il tema principale descritto da Verne è l’esplorazione del mondo marino che da sempre suscita notevole interesse soprattutto nell’opinione pubblica. L’opera è ambientata nel periodo successivo alla guerra di secessione e narra le straordinarie vicende di un lungo viaggio, attraverso il mondo sottomarino, che parte dell’Oceano Pacifico e arriva fino alle coste norvegesi.

Il libro fantascientifico ha avuto un notevole successo. Sono stati fatti numerosi adattamenti televisivi e cinematografici tra cui uno dei più celebri quello prodotto dalla Walt Disney con la regia di Richard Fleischer e precorritrice del filone steampunk. Perfino l’anime giapponese denominata “Il mistero della pietra azzurra”, si ispira ai temi del celebre romanzo di Verne.

Un altro celebre film è quello del 1954 con Kirk Douglas. Il Capitano Nemo e il Nautilus compaiono inoltre nel film del 2003 “La leggenda degli uomini straordinari“.

 “Voi amate il mare, capitano.

– Oh, sì, l’amo! Il mare è tutto! Copre i sette decimi del globo e il suo respiro è puro e salutare. E’ un deserto immenso in cui l’uomo mai è solo perché, accanto, tutto un mondo brulica. Il mare è veicolo d’una vita prodigiosa: è amore e moto, è, come un vostro poeta ha detto, l’infinito vivente. E infatti, professore, la natura vi si manifesta nei suoi tre regni, minerale, vegetale, animale. […] Il mare è il gran serbatoio della natura. La vita sulla terra è iniziata, si può dire, dal mare e finirà forse con esso. Qui regna pace infinita: il mare non è dei despoti. Alla superficie essi possono abusare ancora di diritti iniqui, combattersi, sbranarsi, portarvi gli orrori terrestri. Ma a pochi metri sott’acqua il loro potere cessa, la loro influenza non conta più, la loro forza s’annulla. Ah, vivete, vivete nel mare! Solo là si è indipendenti! Solo là non ho padroni! Solo là mi sento libero!-

Copertina originale del 1874

I Vicerè

Titolo originale: I Vicerè,1894

Dall’incipit del libro:

Giuseppe, dinanzi al portone, trastullava il suo bambino, cullandolo sulle braccia, mostrandogli lo scudo marmoreo infisso al sommo dell’arco, la rastrelliera inchiodata sul muro del vestibolo dove, ai tempi antichi, i lanzi del principe appendevano le alabarde, quando s’udì e crebbe rapidamente il rumore d’una carrozza arrivante a tutta carriera; e prima ancora che egli avesse il tempo di voltarsi, un legnetto sul quale pareva fosse nevicato, dalla tanta polvere, e il cui cavallo era tutto spumante di sudore, entrò nella corte con assordante fracasso. Dall’arco del secondo cortile affacciaronsi servi e famigli: Baldassarre, il maestro di casa, schiuse la vetrata della loggia del secondo piano intanto che Salvatore Cerra precipitavasi dalla carrozzella con una lettera in mano.

I Viceré è il romanzo più celebre di Federico De Roberto che ne iniziò la stesura a Milano nel 1894 raccogliendo materiale sulle vicende del risorgimento meridionale, qui narrate attraverso la storia di una nobile famiglia catanese, quella degli Uzeda di Francalanza, discendente da antichi Viceré spagnoli della Sicilia ai tempi di Carlo V.
Con il nome degli Uzeda De Roberto allude in realtà alla principesca casa Paternò, e in particolare alla figura del Marchese Antonino Paternò Castello di Sangiuliano, sindaco di Catania, ambasciatore e ministro degli Esteri, che nel romanzo è identificato con il giovane Consalvo Uzeda.
Questa “storia di famiglia” si ispira al principio positivistico e naturalistico della race (l’ereditarietà), con tutte le sue conseguenze. I componenti della famiglia degli Uzeda sono accomunati dalla razza, e dal sangue vecchio e corrotto, anche a causa dei numerosi matrimoni tra consanguinei. Quanto emerge da questa famiglia è una spiccata avidità, una sete di potere, meschinità e odii che i componenti nutrono l’uno per l’altro, alimentando in ciascuno una diversa patologica monomania.
Ogni membro della famiglia ha una storia segnata dalla corruzione morale e biologica, che si evidenzia anche nella loro fisionomia e nelle deformità fisiche che verranno illustrate dall’autore nell’episodio di Chiara che, dopo aver partorito un feto mostruoso, lo conserva sotto formalina in un boccione di vetro. Ma I Viceré, oltre a “una storia di famiglia”, sono anche una rappresentazione dagli accenti forti e disillusi della storia italiana tra il Risorgimento e l’unificazione. Il romanzo è infatti ambientato negli anni tra il 1850 e il 1882.

Quando I Viceré uscì non ebbe fortuna perché il naturalismo stava ormai declinando ed iniziava ad affermarsi la reazione spiritualistica di D’Annunzio, Fogazzaro, Pascoli. Inoltre, il tono troppo pessimistico e la forma poco elegante non potevano più essere apprezzati in un momento in cui trionfavano il nazionalismo ed il formalismo. A influenzare l’insuccesso del romanzo venne la critica negativa di Benedetto Croce.

Tuttavia, trentasette anni più tardi, nell’edizione Einaudi 1977, Leonardo Sciascia criticò ancora una volta Croce e il suo atteggiamento nei confronti de I Viceré ribaltando il suo giudizio: «Dopo “I Promessi sposi”, il più grande romanzo che conti la letteratura italiana». Oggi è considerato unanimemente uno dei massimi capolavori del Verismo italiano per la ricchezza dei personaggi, l’ampiezza della struttura e la vivezza della rappresentazione.

Ha scritto Rosario Contarino: <<Facendo dell’arretratezza della società siciliana una sorta di lungimiranza visuale, De Roberto poneva il suo romanzo fuori dalle coordinate del progresso a tutti i costi e anticipava la linea di tanti letterati siciliani (da Pirandello a Sciascia), che rifiuteranno i conforti del provvidenzialismo storico e interpreteranno il loro scetticismo come una forma di privilegio ottico, di distanziamento, da cui è possibile distinguere fra realtà storica e mitologie ideologiche.>>

Piccola nota personale: Portai questo volume come argomento all’esame di maturità, ci misi molto tempo a leggerlo, perché non è una lettura scorrevole, ma sono una persona che ama anche leggere tomi più complessi e meno alla portata di tutti; se quindi mi assomigliate un po’ in questo, accetterete la sfida di leggerlo.

Guida galattica per gli autostoppisti

Titolo originale: The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy, 1979

Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione…

La Galassia è un posto divertente da quando ci è passato Douglas Adams (1952-2001). Umorista spiantato fino al 1978, quando BBC Radio 4 trasmise la sua Guida galattica per gli autostoppisti, raggiunse il successo con il romanzo che ne trasse nel 1979 e con i quattro seguenti, che completano un ciclo da lui definito “una trilogia in cinque parti”. Grazie all’eclettismo di Adams, la Guida divenne uno dei primi e meglio riusciti esempi di storytelling transmediale, con versioni televisive e cinematografiche, videogiochi e fumetti.

Arthur Dent, il protagonista della Guida, riesce a fuggire dalla Terra pochi secondi prima che venga distrutta per fare posto a una superstrada spaziale. Lo aiuta Ford Prefect, l’amico alieno che ha pensato di confondersi tra la popolazione del pianeta assumendo il nome di un’utilitaria. Il resto della compagnia comprende l’istrionico Zaphod Beeblebrox, ex Presidente della Galassia in fuga a bordo di una navicella rubata, e Marvin l’androide paranoico, talmente depresso da indurre al suicidio un’astronave. Arriveranno a conoscere la risposta alla «domanda sulla vita, l’Universo e tutto quanto» e scopriranno che la Terra è stata costruita per trovare quale fosse – esattamente – la domanda. Peccato che sia stata distrutta pochi minuti prima della soluzione.

Adams è uno scettico che ride dell’incapacità di rispondere alle domande fondamentali, allo stesso modo in cui ne ridono i Monty Python. Lo fa con dialoghi serrati e secche battute e, partendo da un umorismo alla P.G. Wodehouse, inaugura la via della contaminazione con i generi fantastici, che sarà percorsa anche da Terry Pratchett e Neil Gaiman.

Il romanzo trae il proprio titolo da una fittizia Guida galattica per gli autostoppisti, una sorta di enciclopedia di cultura pop che, nella narrazione, sta soppiantando la paludata Enciclopedia galattica. Partendo dalla Guida si possono indagare due questioni: il rapporto tra la nuova e la vecchia idea di enciclopedia e la natura “galattica” dell’attuale Wikipedia e del suo superamento delle enciclopedie tradizionali.

Prima di diventare libro era un podcast, sempre pensato da Adams, e lo scopo era proprio intrattenere. Secondo me questa premessa è importante, perché magari uno si aspetta chissà cosa e poi resta deluso. Perché Guida galattica è un libro assolutamente folle, con personaggi che non si avvicinano nemmeno lontanamente alla normalità. L’unico un po’ sano di meno verrebbe da pensare che sia l’umano Arthur Dent, quello che in un certo senso viene presentato come protagonista, ma che in realtà viene “sommerso” da altri personaggi più bizzarri. Ad ogni modo, più avanti si va con la lettura più ci rendiamo conto che nemmeno lui, alla fine, è così normale.

Personalmente a me è piaciuto, mi ha divertito parecchio. Sono rimasta sorpresa dalla fantasia dell’autore, ma soprattutto dalla tecnologia che descrive in questo libro. Seppur siamo negli anni 70, risulta estremamente reale e credibile.

Il mulino sulla Floss

Titolo originale: The mill on the Floss (1860)

“Le donne intelligenti sono come pecore dalla coda lunga: non vengono pagate ad un prezzo maggiore per questo.” 

…Così la pensa il signor Tulliver, proprietario del mulino di Dorlcote, sulle rive del fiume Floss, a St. Ogg’s, quando si tratta della figlioletta Maggie: una bambina di nove anni, vivace, intelligente e dotata di una sensibilità fuori dal comune; una bimba curiosa, che ama leggere, fantasticare, ed abbandonarsi alla più fervida immaginazione.
Maggie non è una bambina come le altre, e questo non solo per le sue particolari doti intellettuali e per il suo carattere impulsivo (che le procura non pochi guai!), ma anche perché, a differenza della cuginetta Lucy (emblema di perfezione vittoriana), ha la carnagione scura, grandi occhi nerissimi, ed una folta chioma corvina che rifiuta di arricciarsi… Una diversità che la madre, e le sdegnose sorelle di lei, non riescono proprio a perdonarle! A dispetto delle critiche, però, Maggie trova conforto nell’affettuosa protezione del padre (che malgrado le proprie considerazioni è sinceramente orgoglioso di lei) e, specialmente, nello sconfinato amore per Tom, il fratello maggiore: il suo idolo, l’eroe della sua vita e l’unico che, coi suoi rimproveri, riesca a ferirla profondamente. Tom vuole bene alla sorellina, ma ha un carattere duro, severo ed intransigente, e quando lei sbaglia, non si pone alcuno scrupolo nel punirla duramente. Sono questi i primi dolori di Maggie, le prime ferite ch’ella deve affrontare quando, ancora troppo piccola per razionalizzare la sofferenza, non trova altro modo di sfogarsi che chiudersi in soffitta e maltrattare una vecchia bambola di legno.

Le pene di Maggie, le sue inquietudini, la rabbia e i piccoli grandi drammi che caratterizzano buona parte della sua vita di bambina, sono raccontati dalla Eliot con una sensibilità ed una lucidità che fanno di lei, accanto a Charles Dickens, una degli autori che meglio hanno saputo descrivere e comprendere il mondo dell’infanzia, evitando stereotipi e banalità.

Sostenuta da un insaziabile desiderio di sapere e da un’intima coscienza della propria superiorità intellettuale, che la spinge ad imparare e a compiacersi dei propri successi, Maggie attraversa la fanciullezza piena di desideri e speranze, ma proprio quando la vita sembra offrirle ogni possibilità, ecco che il destino crudele, nelle vesti del fallimento paterno, si accanisce sulla famiglia, trascinando i Tulliver nella povertà, nel dolore e nell’umiliazione, spogliandoli non solo dei loro averi e del loro status sociale, ma soprattutto della serenità. Privato dell’amatissimo mulino dallo scaltro avvocato Wakem, contro cui aveva intentato una causa, Tulliver nutrirà per lui un odio malsano, che trasmetterà, con intensità forse addirittura maggiore, al giovane Tom.
Maggie si affaccia quindi alla prima giovinezza, già provata da sofferenze più grandi di lei. L’immaginazione che l’aveva confortata non le basta più e così cerca un appiglio nella fede, ma, inesperta e priva di una guida, crederà che l’unica via per la pace sia quella di votarsi ad una vita di sole rinunce e sacrifici.

Animata da un costante bisogno d’amare e di essere amata (quell’ “insaziabile fame del cuore” così ben descritta dall’autrice), ella finirà per legarsi a Philip Wakem, un ragazzo storpio che l’adora e la venera sopra ogni cosa, ma che, sfortunatamente, è proprio il figlio di quello stesso avvocato responsabile delle disgrazie di famiglia. Maggie, lottando contro la sua coscienza, è quindi costretta alla clandestinità, e quando il suo segreto verrà scoperto, ripiomberà nell’ostinata ed innaturale rassegnazione a cui si era precedentemente aggrappata.

Ma, come giustamente dirà il buon Philip: “La gioia e la pace non sono rassegnazione: rassegnazione è l’accettare volontariamente una pena che non si allevia. L’insensibilità non è rassegnazione, ed è insensibilità il rimanere nell’ignoranza, il bloccare tutte le strade per cui la vita dei vostri simili può giungere a vostra conoscenza (…) Non è che codardia cercare la salvezza in una negazione. Nessun carattere diventa forte in questa maniera. Un giorno voi sarete buttata nel mondo, e allora tutte quelle ragionevoli soddisfazioni dell’istinto che ora vi rifiutate, v’assaliranno come un appetito selvaggio“.
… e quelle ragionevoli soddisfazioni dell’istinto, ahimè, prenderanno le forme di un uomo: Stephen Guest, giovane ed affascinante rampollo della famiglia più importante di St. Ogg’s, nonché pretendente e “quasi-fidanzato” di Lucy, l’amatissima cugina di Maggie.

Le pagine in cui George Eliot racconta il nascente sentimento di Maggie e Stephen, sono tra le più belle della letteratura: gli sguardi rubati, i silenzi, la paura di trovarsi assieme e, contemporaneamente, la brama di essere l’uno accanto all’altra… Un’attrazione irresistibile ed una tensione palpabile, che l’autrice descrive meravigliosamente senza scivolare mai nel sentimentalismo o nella stucchevolezza.

L’amore autentico, il trasporto e la passione, forze violente e ricche di fascino, che Maggie non solo aveva bandito da sè, ma che neppure immaginava, divoreranno l’animo della ragazza; e lei, disperatamente combattuta tra l’amore per Stephen e la fedeltà verso i propri cari, dovrà fare la scelta più difficile: quella tra sè stessa e gli altri.
Il Mulino sulla Floss è un’opera molto complessa in cui si intrecciano romanzo di formazione, storia familiare, amore (inteso in senso lato) e, soprattutto, uno sferzante atto di denuncia contro il perbenismo, la superficialità, e l’ipocrisia di una società che si professa cristiana ma che, all’atto pratico, rinnega quei princìpi che tanto ostenta, ergendosi a giudice implacabile e condannando il prossimo senza pietà né onestà.

Il Mulino sulla Floss è letto da molti come un romanzo femminista, e sicuramente in parte lo è: è femminista in quanto si focalizza sulla condizione della donna; non della tipica donna vittoriana, angelica, sottomessa, fragile e asessuata, impersonata da Lucy Deane, (ideale che non è altro che un prodotto della società maschilista); bensì della donna vera: quella dotata di volontà, conscia del proprio valore, amante dell’indipendenza, capace di provare passioni e desideri. Maggie incarna esattamente questa tipologia femminile. Nella media borghesia di campagna, però, non c’è spazio per una donna come lei, e così tutte le qualità che fanno di Maggie una persona speciale, vengono vissute da lei stessa come colpe, come un qualcosa di troppo grande che genera aspirazioni e che, quindi, la spingerebbe a volere più di quel che ha; qualità a cui, pertanto, è doveroso rinunciare. Maggie si auto condanna ad un arido ascetismo, credendo di trovarvi sollievo, ma come le dirà Philip, il suo è solo un vano tentativo di ridursi all’insensibilità alienandosi tutto ciò che di piacevole vi è in questo mondo.
La prima parte del romanzo risulta un po’ lenta (appesantita specialmente dalla pessima traduzione Mondadori di oltre sessant’anni fa), mentre nella seconda metà il ritmo si fa più incalzante e anche la trama diviene più avvincente.

Il Mulino sulla Floss, comunque, deve gran parte della sua bellezza soprattutto ai suoi meravigliosi personaggi, caratterizzati meticolosamente, e splendidamente approfonditi sotto il profilo psicologico.
Al di là della stupenda protagonista, ho apprezzato moltissimo Philip Wakem: esempio di rara sensibilità, amore incondizionato, abnegazione ed autentica signorilità; un personaggio che, pur nella sua bontà, sfugge agli stereotipi, delineandosi non come un emblema di mitezza e perfezione, ma come un ragazzo con le sue proprie debolezze, gelosie, rancori… Difetti che egli riconosce e che, con fatica e dedizione, riesce a combattere e superare. Philip, a dispetto della propria fragilità fisica, possiede una grande forza interiore e, tra tutti, si dimostra colui che vede più chiaramente nel cuore del prossimo. Dopo decine e decine di romanzi vittoriani imperniati sulla sentimentale e, a tratti, sdolcinata, devozione dei figli verso i genitori, mi è piaciuto moltissimo l’atteggiamento di Philip che, nonostante la riconoscenza nei confronti del padre, non si sente affatto in debito verso di lui e non è disposto a rinunciare al proprio diritto di essere felice per compiacere gli egoistici desideri paterni.

Bello anche il personaggio di Stephen: non il classico dongiovanni pronto a correre dietro alla prima bella ragazza, bensì un giovane forse un po’frivolo e impulsivo, ma con un grande cuore e, soprattutto, una coscienza. In Stephen la passione assume, di tanto in tanto, il volto dell’egoismo, ma anche i vari errori che egli compie, sono in realtà dettati dall’amore più sincero.
Ne Il Mulino sulla Floss non vi sono “cattivi” veri e propri, anzi, paradossalmente, il vero male e la vera cattiveria, provengono proprio da coloro che mostrano la più perfetta integrità e il più completo senso del decoro e dell’onore, come Tom: un ragazzo fondamentalmente buono, ma accecato dai suoi rigorosi princìpi che, in lui, si rivelano perfino più forti dell’amore.
Divertentissimi i personaggi degli zii, le cui conversazioni, sebbene si protraggano spesso per parecchie pagine, non appesantiscono il romanzo, anzi lo impreziosiscono aggiungendo un piacevole tocco di umorismo.

Un ultimo aspetto che non si può tralasciare quando si parla de Il Mulino sulla Floss, è l’elemento autobiografico: Mary Anne Evans, infatti, sperimentò sulla propria pelle ciò che vuol dire essere una bambina diversa, e vide deteriorarsi il proprio legame col fratello, proprio perché, a dispetto della società, scelse di vivere la propria storia d’amore con G.H. Lewes, celebre scrittore e critico inglese, che non potè mai sposarla in quanto già legato ad una donna che aveva avuto figli da diverse relazioni extra-coniugali (figli che lui non aveva disconosciuto, perdendo quindi la facoltà di divorziare da lei). 
A Mary Anne, tuttavia, andò meglio che alla sua Maggie: la sua posizione illegittima, infatti, non le impedì (caso quasi eccezionale) di essere ricevuta ufficialmente dalla Regina Vittoria che, insieme alle sue figlie, era un’appassionata lettrice dei romanzi di George Eliot. Anche la società finì con l’accettarla, condannandone invece la scelta, ch’ella fece anni dopo la morte di Lewes, di sposarsi regolarmente con un uomo di vent’anni più giovane. 

Proprio la società e la sua ipocrisia sono il bersaglio contro cui si scaglia la Eliot ne Il Mulino sulla Floss: per la società Maggie merita una condanna, non per aver tradito i propri cari, ma per non aver regolarizzato la propria posizione agli occhi della Società. Maggie rifiuta il compromesso che salverebbe la sua reputazione, e lo fa perché quel compromesso sarebbe contrario ai suoi princìpi; rifiuta di allontanarsi da St. Ogg’s perché sa di non aver commesso il male, e pretende di camminare a testa alta perché riconosce come false le accuse che le vengono mosse. Maggie rinuncia a sè stessa in nome della propria coscienza: per anni ha sofferto senza che altri si dessero pena per lei, ma non infliggerà al prossimo quella stessa sofferenza che ha sperimentato sulla propria pelle. Per Maggie non vi può essere alcuna felicità che sia costruita sulle sofferenze altrui: ogni gioia sarebbe avvelenata perché resa possibile da un male perpetrato ad altri. 
L’elevato senso morale di Maggie, la sua generosità e la sua onestà, vengono fraintesi, rifiutati e messi in dubbio da coloro che, come dice la scrittrice, non sarebbero neppure in grado di porsi simili dubbi morali, e che, pertanto, non giudicano che in base a stereotipi. 

Per Maggie non c’è un lieto fine: non potrebbe essercene, perché il momento in cui ella prende la decisione definitiva, corrisponde non alla rinuncia all’amore, bensì alla rinuncia alla vita in tutti i suoi aspetti; e questa rinuncia le è imposta dalla società, quella stessa società che condanna senza appello la condotta della donna e che, nello stesso tempo, giustifica tranquillamente i peccatucci maschili; e le è imposta dal moralismo delle persone che riconoscono in lei una colpa che ella non ha commesso, ma di cui, agli occhi della gente (e del suo stesso fratello) deve essersi necessariamente macchiata. 
Il Mulino sulla Floss è un romanzo corposo, ricco di digressioni e lunghe riflessioni dell’autrice, eppure si legge davvero piacevolmente, senza esserne mai annoiati. 
Sono passati centocinquant’anni dalla pubblicazione di questo romanzo, eppure, le osservazioni della Eliot, le tematiche che tratta e le problematiche su cui pone l’accento, sono ancora tristemente attuali, a dimostrazione del fatto che, nonostante i passi avanti fatti dalla nostra società, abbiamo ancora tanto su cui lavorare… 
I giudizi morali sono destinati a restar falsi e vuoti, ove non siano controllati e illuminati da un continuo riferimento alle speciali circostanze che caratterizzano il destino individuale” dice George Eliot, e sarebbe bene se tutti, ogni giorno, provassimo a ricordarcene.

Lettera al padre

Titolo originale: Brief an den Vater

Oggi è la festa del papà. Per questo ho deciso di parlarvi di un testo che concerne proprio questa figura genitoriale.

Lettera al padre è una lettera di Franz Kafka al padre, scritta nel 1919 e pubblicata postuma nel 1952. Come più volte sostiene lo stesso autore, il senso della lettera non è quello di stilare un’accusa contro il genitore, ma di mettere in rilievo le loro reciproche incomprensioni, determinate da una visione totalmente diversa, quando non opposta, del mondo.

Il padre di Franz, infatti, era un commerciante grezzo e burbero, che si era conquistato da solo la ricchezza che possedeva. Molto probabilmente, furono proprio le privazioni subite nel passato dal Sig. Hermann Kafka a fare di lui un uomo duro, inflessibile e autoritario con i figli, e in generale poco incline ad accettare le idee altrui. Le sue opinioni, totalitariste e manichee, lo portarono spesso a scontrarsi con Franz, che, al contrario, era molto sensibile, aveva forti inclinazioni artistiche e tendeva a rinchiudersi in se stesso. Una personalità introversa e riflessiva, che sicuramente non tornava gradita ad Hermann, il quale avrebbe preferito che il figlio avesse un carattere simile al suo: forte, volitivo, arrogante, egocentrico, pronto ad aggredire il mondo e ad aumentare considerevolmente il volume d’affari del negozio di famiglia.

La lettera può essere intesa anche come un manifesto più ampio, riguardante l’umanità intera, che descrive in maniera lucida e disperata l’incomunicabilità fra gli esseri umani, per la quale sembra non esserci alcun rimedio. È un affresco letterario semplice e sconvolgente, che illustra il costante dolore che da sempre attanaglia gli uomini. E per questo dolore siamo indistintamente tutti colpevoli. Franz, infatti, avverte più volte di non ritenere il padre l’unico responsabile di questa situazione:

“Ti prego di non dimenticare mai che non credo neppure lontanissimamente ad una colpa da parte tua”.

E ancora:

“tu sai trattare un bambino solo come tu stesso sei fatto, con forza, strepito ed iracondia; e nel caso specifico la cosa ti sembrava inoltre ancora più adatta, perché volevi fare di me un ragazzo forte e coraggioso”.

Per completare il quadro psicologico di Kafka, occorre esaminare la figura della madre, Julie Löwy. Difficile tratteggiarne un profilo esaustivo, ma, dalle poche righe che Franz le dedica, si intuisce che Julie, pur proteggendo i figli dal temperamento persecutorio di Hermann, fosse essenzialmente d’accordo con il grossolano sistema educativo del marito.

La lettera al padre offre una prospettiva imprevedibile su Franz Kafka. Egli si racconta come un uomo abulico, disattento nei confronti dello studio, sempre preso a rimuginare e rimuginare.

I fallimenti relazionali di Kafka costituiscono uno dei momenti più interessanti della missiva. Franz ammette che voleva sposarsi con l’ultima fidanzata, ma, all’idea del matrimonio e di costruire una famiglia, provava un malessere febbrile nel quale scorgeva, inevitabilmente, l’ombra del conflitto col padre.

Detto ciò, se non avete ancora letto quest’opera di Kafka, vi consiglio di farlo. Vi dirà di più su questo scrittore, su come il rapporto con suo padre abbia influenzato la sua esistenza.

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