Brave New World

Titolo originale: Brave New World

Il mondo nuovo è un romanzo di fantascienza di genere distopico scritto nel 1932 da Aldous Huxley. Sicuramente è il suo romanzo più famoso, da cui sono state tratte diverse trasposizioni televisive.

Il libro anticipa temi quali lo sviluppo delle tecnologie della riproduzione, l’eugenetica e il controllo mentale, usati per forgiare un nuovo modello di società, tratteggiando una distopia in cui l’uomo vive in un drammatico limbo esistenziale. Il ritratto tracciato dall’autore di questo mondo nuovo è freddo e distaccato, ma vi traspare una cinica esaltazione degli aspetti grotteschi del dramma, sui quali Huxley si sofferma.

Il titolo originale si rifà alle parole pronunciate da Miranda ne La tempesta di William Shakespeare: «O wonder! How beauteous mankind is! O brave new world that has such people in’t!» , cioè: «Oh meraviglia! Com’è bello il genere umano! Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così piacevoli!»

L’aggettivo brave andrebbe tradotto in italiano come eccellente dal momento che lo stesso autore si rifà alla tradizione letteraria di Shakespeare nella quale la parola assume questo significato.

Curiosamente poco nota rispetto alla distopia orwelliana, la grande intuizione di Huxley ne “Il Mondo Nuovo” si sta rivelando decisamente più profetica rispetto a quella del suo collega George Orwell. Scritto una quindicina d’anni prima del celebre “1984”, nel romanzo di Huxley non c’è nessuna psicopolizia.

Non ce n’è bisogno, perché ogni aspetto dell’esistenza degli individui è capillarmente programmata già a partire dall’utero (artificiale), per mezzo della persuasione subliminale. Il leitmotiv di tutta l’opera è il disprezzo per tutto ciò che è naturale, per ciò che è immune dalla manipolazione e dal dominio umano. Nella società iper-tecnologica di Huxley, la natura è il morbo, tecnica e tecnologia sono la cura.

Nell’immaginario di Huxley, gli individui vengono riprodotti nel “centro di incubazione e di condizionamento”. In sostanza, gli esseri umani non vengono concepiti naturalmente: la riproduzione tradizionale desta troppo disgusto ed imbarazzo, solamente i selvaggi la praticano.

I civili vengono creati in provetta, utilizzando gli ovuli femminili ed i gameti maschili, così da ottenere “uomini e donne tipificati a infornate uniformi“, condizionati dal tecnico di laboratorio per essere quello che la società si aspetta che siano. I fortunati possono essere individui alfa o beta, ossia i futuri dirigenti; per tutti gli altri – i gamma, delta e epsilon -, non resta che amare la propria inferiorità sociale. Infatti,

«Questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale».

Basta ridurre l’ossigeno agli embrioni per farne individui con scarsa intelligenza e far loro amare i lavori umili a cui sono predestinati. Nessuno può odiare la propria condizione, perché nessuno può concepire alternative.

Si può leggere nel romanzo distopico di Huxley: «”Insomma”, concluse il Direttore, “i genitori erano il padre e la madre”. La parola cruda, che era della vera scienza, cadde come un’esplosione nel silenzio imbarazzato dei ragazzi. “La madre” egli ripeté ad alta voce, insistendo sulla scienza, e appoggiandosi indietro sulla sedia. “Sono”, disse gravemente, “fatti sgradevoli, lo so. Ma d’altro canto, la maggior parte dei fatti storici sono sgradevoli”».

Ne “Il Mondo Nuovo”, le uniche cose che provocano odio e disgusto sono quelle autentiche. Partorire naturalmente è tabù, è roba da incivili. In una società perfettamente funzionante, non si viene partoriti, si viene “travasati”. La famiglia, il romanticismo, la monogamia, sono tabù.

Anche solo i termini “madre” e “padre” sono considerati tabù: vengono pronunciati solamente per insultare. Nessuno ha più un cognome che ricordi la propria origine genealogica, e ognuno può scegliersi il nome che vuole. Chiaramente, se la famiglia non esiste più, anche lo Stato nazionale è abolito e ad esso subentra un governo globale. Nel “Mondo Nuovo”, essere sessualmente promiscui è una virtù, la monogamia è un cancro per la società. Per questa ragione, l’educazione sessuale comincia in età infantile ed i bambini che si rifiutano di partecipare ai giochi erotici vengono ritenuti psicologicamente anormali. Se il sesso ed il piacere vanno incentivati, tutte le potenziali cause di sofferenza devono essere represse. La cultura, l’arte, la filosofia, la religione e l’amore sono considerati mezzi sovversivi dai quali la società deve difendere.

E se in questo mondo dannatamente perfetto riuscisse tuttavia a sopravvivere un residuo di infelicità, non occorre preoccuparsi più di tanto, perché c’è il soma, un medicinale antidepressivo che viene distribuito gratuitamente a tutta la popolazione. L’avversione ossessiva per il naturale, che è espressione della fobia dell’imprevisto, dell’incontrollato, dell’utilitaristicamente difettoso, permea il “Mondo Nuovo” huxleyano e si risolve in una concezione salvifica della tecnica. Capace di offrire il libero accesso alla felicità artificiale e di sbarrare definitivamente le porte all’infelicità naturale. Perché, d’altronde,

«la felicità universale mantiene in ordine gli ingranaggi; la verità e la bellezza non lo possono».

Al giorno d’oggi, forse, la distopia di Huxley ci è quindi molto più vicina e familiare di quella di Orwell.

Dubliners

Titolo originale: Dubliners

Secondo la definizione di Joyce, Gente di Dublino è la spietata e nichilista radiografia di una città, del suo ambiente e dei suoi abitanti in quindici racconti brevi, schizzi che hanno per protagonisti i «reietti dal banchetto della vita». Storie in equilibrio fra elemento realistico e simbolico, che mescolano angoscia e disperazione. Epifanie, rivelazioni di una verità tragica, ma anche comica, che hanno odore «di cenere, di erbe macerate e di immondizia».

Gente di Dublino è una raccolta di quindici racconti scritti da James Joyce (con lo pseudonimo di Stephen Daedalus),terminati nel 1906 e pubblicati solo nel 1914, originariamente da Grant Richards, dopo essere stati rifiutati da molte case editrici, rappresentano uno dei maggiori capolavori della letteratura del Novecento.

I protagonisti dei racconti sono persone di Dublino, la magica capitale irlandese che fa da cornice alle storie narrate, storie di vita quotidiana che delineano quelle che sono le tappe fondamentali della vita umana. In questo modo si viene così a creare una sequenza tematica divisa in quattro sezioni: l’infanzia (“Le sorelle”,” Un incontro”, “Arabia”), l’adolescenza (“Eveline”, “Dopo la corsa”, “I due galanti”,” Pensione di famiglia”), la maturità “(Una piccola nube”, “Rivalsa, Polvere”,” Un caso pietoso”), la vecchiaia (“Il giorno dell’Edera”,” Una madre”, “Una grazia”) e infine un epilogo, la morte.

Gente di Dublino focalizza la sua attenzione soprattutto su due aspetti importanti, comuni tra l’altro a tutti i racconti: la paralisi ( definita da Joyce “Paralysis”) principalmente morale e causata dalla politica e dalla religione dell’epoca e la fuga, intesa come conseguenza della paralisi, proprio quando i protagonisti prendono coscienza della loro condizione. Tutta la città è “spiritualmente debole”, gli abitanti sono schiavi della loro cultura e quando la “paralisi” si rivela alle “vittime”, quello è il punto di svolta della storia. Conoscere se stessi è la base della morale, se non la morale stessa. Tuttavia lo scrittore irlandese non si comporta come un educatore, anzi il tema principale di Gente di Dublino è proprio l’impossibilità di uscire da questa situazione. Potremmo dire quindi che questa sorta di “fallimento” della fuga rappresenta un altro nodo importante nell’opera.

Certamente questo capolavoro di realismo e audacia non è il tipo di lettura che intrattiene, è uno di quei libri cervellotici che colpiscono la mente più che il cuore, non sconvolgono più di tanto il nostro animo. Gente di Dublino è piuttosto un libro-denuncia delle condizioni in cui versava l’Irlanda ad inizio ‘900. Joyce si muove con disinvoltura dal generale al particolare, dalla situazione socio- politica, economica, religiosa, a quella psicologica di ogni singolo individuo. Il significato spesso è oscuro, incomprensibile o comunque non immediato, anche per evitare il bavaglio della censura. Essenziale e affascinante, ma non per tutti, Gente di Dublino richiedono una profonda riflessione e molte riletture. I concetti di “epifania”, “paralisi e fuga” risultano spesso ermetici.

Con Gente di Dublino Joyce ha stravolto i concetti del racconto, non più logico e costruito su rapporti di causa-effetto, ma conseguenza di parole, con assonanze, analogie, memorie improvvise e senza tempo. Lo scrittore irlandese ci propone degli affreschi che ricordano l’uggiosità delle città nordiche, sono dei quadri monocromatici aderenti alla realtà. Alcuni racconti hanno trame inesistenti, ma sono ricchi di episodi, di oggetti della vita quotidiana, di persone, che diventano rivelatrici del vero significato della vita a chi riesce a percepire il loro valore simbolico. I protagonisti di Gente di Dublino sono abitanti (presentati in diverse stagioni della loro vita: infanzia, adolescenza, maturità) “spiritualmente deboli”, che hanno paura degli altri e sono schiavi della loro cultura, della loro vita familiare e politica, ma soprattutto della loro vita religiosa. Se la paralisi investe la sfera morale, intellettuale e pratica, la fuga, destinata a fallire, è la naturale conseguenza della staticità, nel momento in cui i protagonisti comprendono la propria condizione e risultano essere impotenti. Geniale l’epilogo dell’opera, intitolato I morti che ripercorre il culmine della crisi morale di Gabriel Conroy, insegnante e scrittore.

Attendeva paziente, quasi allegra, senza nessuna ansia, mentre i ricordi cedevano il posto a speranze e progetti. Speranze e progetti talmente complessi che non vedeva nemmeno più i cuscini bianchi su cui fissava lo sguardo, né si ricordava di cosa fosse in attesa. (da Pensione di famiglia; Gente di Dublino).

Cien años de soledad

Titolo originale: Cien años de soledad

Il romanzo di Gabriel García Márquez pubblicato nel giugno 1967 dalla casa editrice Sudamericana, a Buenos Aires, è considerato una delle opere più significative della letteratura del Novecento nonché l’opera maggiore dell’autore. Durante le prime due settimane vendette ottomila copie; da allora il successo di quest’opera non si è mai arrestato. Nei tre anni successivi furono vendute 600.000 copie. Mentre ad oggi parliamo di oltre 50 milioni di copie vendute dalla pubblicazione. Tradotto in 46 lingue.

Cent’anni di solitudine racconta le vicende di una famiglia, quella dei Buendía, che seguiamo per ben 7 generazioni. Figli, nonni, bisnonni e nipoti si susseguono ereditando nomi, geni e tratti identificativi del carattere.

“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.”

La storia della famiglia Buendía inizia con una fuga del patriarca José Aracadio Buendía e della moglie, nonché cugina, Ursula Iguarán. 

I due lasciano Riohacha a seguito all’uccisione di Prufencio Aguilar da parte di José, il cui cadavere li perseguita sotto forma di fantasma.
Con lei incinta e altri ventuno amici fondano la città di Macondo vicino al mar dei Caraibi. Qui nasce il loro primogenito, Aureliano, dotato come ogni altro membro futuro della famiglia che porterà questo nome della dote della chiaroveggenza.

Qualche tempo dopo appare un personaggio di collegamento tra Macondo e il resto del mondo, uno zingaro, Melquíades. Con lui giungono anche sempre nuove invenzioni dell’uomo. José affascinato da quelle scoperte inizia a studiare e a chiudersi per anni in laboratorio, tanto da portarlo all’isolamento dalla sua famiglia. Sua moglie farà di tutto per farlo rientrare in senno, e riuscirà in parte facendo sì che si prenda cura dei figli.  Altro personaggio che compare, presentandosi fuori dalla loro casa con una sacca contenente le reliquie dei genitori, è Rebeca, bambina di undici anni, che viene immediatamente adottata.

Nasce poi Amaranta, invidiosa fin da subito della sorellastra, innamorata di Pietro Crespi anch’ella, giura di ucciderla tanto da provare ad avvelenarla, ma fallisce nell’impresa. La sua cattiveria però provocherà la morte di un’altra giovane fanciulla, Remedios, promessa sposa di Aureliano che morirà a nove anni di parto gemellare. Questo fa sì che le nozze tra Rebeca e Pietro vengano rimandate, ma Amaranta scioccata dall’accaduto fa voto di lutto e castità. Questo voto entra in conflitto però con l’amore che Pietro a seguito delle vicende avvenute si innamora di lei, ma dopo il suo rifiuto si toglie la vita.

Rebeca invece si innamora del fratellastro con cui inizia una convivenza. Aureliano rimasto vedovo, continua a frequentare il padre di Remedios e di lì a poco diventa capo di un’insurrezione che darà inizio a un lungo periodo di guerre civili, che perderà ogni volta, così come non avrà più i suoi diciassette figli avuti da altrettante donne. Anch’egli venne più volte avvelenato o tentarono di ucciderlo, ma sopravvisse sempre.

In seguito nominerà Arcadio, figlio illegittimo di José, luogotenente di Macondo, diventandone il tiranno, motivo che lo porterà alla morte. Si scatenerà dunque un’altra guerra e il lutto perseguiterà la famiglia in eterno, in quanto uno dopo l’altro moriranno molti membri. Anche Aureliano tenterà di uccidersi chiedendo al dottore dove si trovi il cuore, ma si salverà grazie alle indicazioni sbagliate dategli da quest’ultimo volontariamente.

Remedios invece ad un certo punto avrà la fama di donare il suo respiro come alito di morte, in seguito alla morte di quattro giovani innamorati di lei.
E così di generazione in generazione, morte, solitudine si alternano, fino a quando l’ultimo della stirpe prende consapevolezza dell’incapacità della famiglia di un’evoluzione, bensì è la tragedia la vera protagonista.

Lo stile della scrittura è semplice e favolistico, la narrazione veloce e ricca di avvenimenti. Ispirandosi alla tecnica dello scrittore argentino Jeorge Louisorges, che scrisse Il giardino dei sentieri che si biforcano, l’autore non narra i fatti in ordine cronologico ma inserisce numerose cornici temporali, analessi e prolessi, come il celebre incipit: “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.” Tale scelta stilistica rende il tempo del racconto estremamente remoto, quasi epico.

Un altro elemento che accomuna Cent’anni di solitudine al boom latinoamericano degli anni ’60 e ’70 è il realismo magico, un filone letterario in cui gli elementi magici appaiono in un contesto realistico in cui non mancano eventi storici e scene appartenenti alla sfera quotidiana, senza suscitare scandalo o scetticismo nei personaggi. Le vicende sovrannaturali accadute ai membri della famiglia Buendìa permisero all’autore di inserire nel racconto alcuni miti e leggende locali. Tra i numerosi eventi magici ricordiamo l’apparizione del fantasma del defunto Prudencio Aguilar, la levitazione di padre Nicanor Reyna, la preveggenza del colonnello Aureliano, il fantasma di Melaquiades, l’ascensione al cielo di Remedios La Bella, l’apparizione dell’Ebreo Errante, il diluvio della durata di quattro anni. E’ molto probabile che queste storie furono ispirate ai racconti fantastici della nonna dell’autore.

L’artista è un abile prestigiatore nell’alternare elementi fantastici al quotidiano, così i personaggi della storia agiscono sullo stesso palcoscenico dei fantasmi e degli incantesimi e interagiscono tra l’oro in un’atmosfera che rasenta la mitologia. Quando i personaggi entrano in contatto con il divino, anziché soprendersi o spaventarsi, interagiscono in tutta calma, sentendosi perfettamente a proprio agio.

E’ curioso notare come molti personaggi di Cent’anni di solitudine portino i nomi di amici e famigliari dell’autore, è il caso di Màrquez, Gabriel (nipote del colonnello liberale Nicolàs Màrquez Mejia, proprio come il personaggio fittizio Gabriel è nipote del colonnello Gerineldo Màrquez), Iguàran e Cotes. La madre di Marquez ispirò inoltre il personaggio di Ursula. La malattia dell’insonnia che annulla i ricordi, oltre ad essere una critica all’America Latina che ha dimenticato il proprio passato, è un riferirmento all’Alzheimer, una malattia purtroppo molto diffusa nella famiglia Màrquez.

Nell’opera sono presenti numerosi riferimenti all’alchimia e all’esoterismo, un gioco letterario strutturalista di significati e numerose tematiche psicoanalitiche, come quella dell’incesto. Quest’ultima non sarebbe soltanto un evidente riferimento al complesso d’Edipo, ma anche una causa della distruzione della stirpe inevitabile per una famiglia e un paese rinchiuso in se stesso. Sono stati inoltre rilevati degli archetipi antropologici junghiani e dei simboli di amore e di morte.

Illustrazione del primo capitolo del libro di Luisa Rivera

Les Misérables

Il romanzo di Victor Hugo “I Miserabili” è ambientato durante la Restaurazione francese agli inizi del 1800.

Il protagonista, Jean Valjean è un galeotto finito in prigione per aver rubato del cibo che viene rilasciato dopo diciannove anni di carcere. All’inizio Valjean incontra diffidenza e chiusura da parte della gente, solo il vescovo di Digne, Monsieur Myriel, lo tratta con gentilezza e riesce non soltanto a restituirgli quella fiducia negli uomini che Jean Valjean aveva perso, ma lo instrada verso una nuova vita. Valjean, infatti, assume la falsa identità di Monsieur Madeleine e, grazie all’aiuto del prelato, mette in piedi un’attività che lo renderà presto ricco e benvoluto, tanto da essere eletto sindaco di una piccola cittadina di provincia. La sua fortuna, però, sembra allontanarsi quando incontra Fantine, una sua ex dipendente licenziata perché ragazza madre, che lui vorrebbe aiutare, ma che muore di tisi prima  di ricongiungersi con la figlia Cosette, affidata a due genitori adottivi. Sarà poi Valjean a prendersi cura della piccola come un padre. Nel frattempo, in una cttà vicina, un uomo sta per essere incarcerato perché scambiato per Jean Valjean; venutolo a sapere, l’uomo si reca presso il luogo del processo e si auto-denuncia rivelando la propria identità. Viene incarcerato, ma riesce nuovamente a fuggire vivendo a Parigi sotto falso nome. Dopo alcuni anni scopre che Cosette, divenuta ormai una giovane donna, è innamorata di un giovane di nome Marius, e, almeno all’inizio, Valjean tenta, con varie peripezie, di ostacolare la loro relazione perché non vuole perdere l’affetto della ragazza. In seguito,  memore della magnanimità del suo benefattore Myriel, decide di fare un estremo sacrificio e di rinunciare a Cosette. I due giovani si sposano e poco dopo, anche per la solitudine e la lontananza da Cosette, Valjean si ammala gravemente e di fronte alla morte, lascia un messaggio importante alla giovane coppia: “C’è solo una cosa al mondo che è importante – ed è quella di amarsi”.

Il romanzo, che ottiene fin da subito un enorme successo, diviene ben presto una delle opere letterarie piu celebri del XIX secolo, rielaborata in molte versioni cinematografiche e televisive.

Il romanzo segue le avventure di una serie di personaggi che, per nascita o per sventura, fanno parte di quella classe sociale disgraziata e oppressa che popolava la Francia, e in particolare i vincoli della capitale parigina nei primi decenni dell’Ottocento: “i miserabili”, appunto. L’affresco sociale di Hugo, già presente in Notre-Dame de Paris (1831), si unisce al quadro storico della Francia del tempo: la narrazione copre infatti un periodo che va dal 1815 al 1833: così, accanto alle vicende personali dei personaggi, che si caratterizzano per una profonda riflessione etica e morale, Hugo innalza a protagonista indiscussa del proprio libro la Storia. Alle vicende personali di Jean Valjean, Javert e Colette si intersecano così i grandi eventi che scuotono la Francia dopo la Rivoluzione francese: dalla celeberrima battaglia di Waterloo (18 giugno 1815) all’instaurazione della Monarchia di Luglio, fino ai moti del 1832.

L’opera, davvero monumentale, è divisa in cinque tomi (Fantine, Cosette, Marius, L’idillio di Rue Plumet e l’epopea di Rue St. Denis, Jean Valjean).

La gestazione dei Miserabili è lunga e complessa e si protrae nell’arco di dieci anni: se infatti il romanzo viene pubblicato nel 1862, la prima bozza di cui abbiamo notizia risale al 1843. La stesura dell’opera è tuttavia interrotta con la rivoluzione del 1848 e ripresa e ultimata solo dal 1860. D’altronde i temi della sua opera più impegnativa si ritrovano anche in altre opere di Hugo, a testimonianza della loro fondamentale importanza. Basti pensare a L’ultimo giorno di un condannato a morte(1829), incentrato sul dramma di un uomo destinato alla pena capitale, e più avanti Novantatré (1874), dove viene descritta la guerra di Vandea, durante il periodo rivoluzionario del Terrore; ancora, in Notre-Dame de Paris, le figure dei protagonisti della zingara Esmeralda e del deforme campanaro Quasimodo sono di estrazione popolare.

Per dichiarazione dello stesso Hugo, che dopo il colpo di stato di Luigi Napoleone Bonaparte del 1851 è esule politico per scelta volontaria, I miserabili sono un romanzo storico e sociale al tempo stesso, che si pone come obiettivo programmatico quello di dipingere l’intera società del tempo, denunciando i soprusi e le ingiustizie che il potere commette nei confronti degli strati più deboli della popolazione. A ciò s’aggiunge il ricco quadro storico in cui Hugo immerge le proprie vicende, collocandole in un periodo – quello che va dal 1815 al 1833 – di densissime rivendicazioni sociali e rivolgimenti politici, che vedono la Francia passare dai postumi della Rivoluzione e dell’esperienza napoleonica alla Restaurazione e poi alla “monarchia borghese” (1830-1848) di Luigi Filippo (1773-1850). La denuncia delle contraddizioni della società si traduce così nell’epopea di un “miserabile” – Jean Valjean, appunto – che, in una serie di rocambolesche vicende, costruisce una fortuna, si prende amorevolmente cura degli altri, partecipa alle lotte per la libertà e la democrazia del proprio paese.

A tutto ciò, Hugo unisce lo scavo psicologico e morale nei suoi personaggi; al centro, l’idea della redenzione che smuove l’anima umano, la miseria che mette a dura prova le nostre convinzioni etiche, l’ingiustizia che colpisce i più deboli ma che non riesce sempre a vincerli. Così, alle figure maligne e perverse dei coniugi Thénardier si oppone Jean Valjean, che ha imparato sulla propria pelle la lezione della carità e si prodiga non solo per sé ma anche per la piccola Cosette, di cui si è fatto tutore e padre. Non è un caso allora che il romanzo si apra con l’incontro tra Jean Valjean e il vescovo di Digne, che gli regala quei candelabrisimbolo e veicolo della succitata redenzione, e si chiuda con l’immagine di quegli stessi candelabri che, a monito della grazia che si può ricevere col perdono, illuminano il vecchio Jean Valjean al momento della sua morte dopo aver attraversato con lui vent’anni di storia nazionale.

Un altro fil rouge di tutto il romanzo è il confronto tra Jean Valjean e l’ispettore Javert, integerrimo tutore della legge. Le due figure si incontrano, separano, scontrano, come in una danza ideale; Jean Valjean fugge per tutta la sua vita per assicurare un futuro a Cosette e per dimostrare a se stesso di essere un uomo migliore, degno della gran verità svelatagli dal vescovo di Digne. Per contro Javert gli dà ossessivamente la caccia in nome di un simile imperativo morale, che lo rende cieco davanti alla realtà e che, negli ultimi capitoli, lo costringe a riconoscere la superiorità di Valjean e soprattutto a rendersi amaramente conto delle conseguenze talvolta nefaste di un’applicazione troppo rigida dei propri principi ed ideali.

A livello stilistico, il romanzo presenta una compenetrazione di elementi romantici e di elementi realistici; spesso infatti ne I miserabili si mescolano dettagliati resoconti sul periodo storico degli eventi (come nelle minuziose descrizioni di Parigi o nelle digressioni sulle cause dei fatti storici sullo sfondo della vita di Valjean) e squarci introspettivi sulle riflessioni dei protagonisti, sui loro tentennamenti morali o i loro atti di eroismo, sulle loro commoventi confessioni di stampo lirico. A livello strutturale, la tecnica privilegiata dall’autore è quello di inserire lunghe digressioni all’interno della propria trama, che viene spezzata o interrotta per ospitare ricostruzioni storiche (come la sconfitta di Waterloo, che si distende per ben diciannove capitoli del secondo tomo), riflessioni filosofiche e considerazioni di tipo morale (in cui l’autore ha modo di spiegare la sua sterminata cultura), reminiscienze quasi autobiografiche. A queste digressioni si alternano frequenti dialogati, che portano in scena direttamente le passioni e le pulsioni dei personaggi principali degli eventi.

Ammetto, che questo romanzo non è stato di facile lettura, data la sua mole, ma per me che sono appassionata di storia, sia italiana che straniera e amando già Victor Hugo per altre sue opere ho voluto parlare proprio di questa, perché credo davvero che I Miserabili sia una pietra miliare della letteratura di tutti i tempi.

Secondo Charles Baudelaire il romanzo, «contiene delle pagine che possono inorgoglire per sempre non soltanto la letteratura francese, ma anche la letteratura dell’Umanità pensante».

L’Idiota

Non molto tempo fa, mi trovavo a Firenze e in piazza Pitti ho notato la targa che vedete qui sopra. Così, inevitabilmente ripensai alla volta in cui lessi L’Idiota di Fëdor Dostoevskij. Sicuramente, spero ne avrete sentito parlare, se non avete avuto mai modo di conoscere questo capolavoro russo, credo che sia la domenica giusta per cogliere l’occasione di descrivervi al meglio che posso, questo romanzo.

Considerato uno dei massimi capolavori della letteratura russa, il romanzo vuole rappresentare “un uomo positivamente buono”, un Cristo del XIX secolo. L’opera ha avuto diversi adattamenti teatrali, cinematografici e televisivi. Nel corso del romanzo è più volte citato e discusso dai personaggi il quadro Il corpo di Cristo morto, di Hans Holbein il Giovane. Dostoevskij aveva visto il dipinto nel 1867, a Basilea, e ne era rimasto fortemente impressionato.

La stesura fu contemporanea all’esilio dello scrittore, dovuto ai debiti; ebbe inizio a Ginevra nel settembre del 1867, proseguì a Vevey (sul lago di Ginevra), a Milano, e terminò nel gennaio del 1869 a Firenze. L’opera nel frattempo uscì a puntate a partire dal 1868 sulla rivista Russkij vestnik (il Messaggero russo), mentre in forma unica fu presentata l’anno seguente. In una lettera del 1867 indirizzata allo scrittore Apollon Nikolaevic Majkov Dostoevskij descrisse il nucleo poetico del romanzo a cui stava lavorando: “Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto.” E importante sottolineare come l’aggettivo buono usato nella lettera fosse nell’originale russo prekrasnyj, che indica lo splendore della bellezza e della bontà insieme. Nel libro viene detto che il principe personifica la bellezza della perfezione morale.

Il romanzo prende avvio dal viaggio di ritorno dalla Svizzera del giovane principe Myskin, recatosi in territorio elvetico per curare una grave malattia nervosa. A far compagnia al molle e inetto nobile decaduto ci sarà Rogozin, ragazzo follemente innamorato di Natasja Filippovna, il quale, nella via per la Russia, non mancherà di dimostrare la propria irruenza. I due giungono finalmente a Pietroburgo, dove vive anche la ragazza che si scopre essere appena uscita da una chiacchierata relazione amorosa al termine della quale un benefattore le ha fatto dono di un ingente lascito. E proprio Natasja diventerà ben presto oggetto del contendere tra l’irriverente Rogozin, il segretario Ganja che spera di mettere le mani sul cospicuo bottino della donna e Myskin stesso, il quale si offrirà di prendere in moglie la giovane pur di sottrarla a quell’indecente e umiliante mercanteggiare. Anche Natasja sentirà di provare del sentimento per Myskin ma non considerandosi all’altezza del giovane principe decaduto, sceglierà di andare via con Rogozin dopo un’irruzione di questi in casa della ragazza completamente ubriaco. L’epilogo del romanzo sarà assolutamente tragico: Rogozin non sopporterà di scoprire il reale sentimento provao da Natasja nei confronti dell’amico Myskin, così come mal digerirà la consapevolezza della superiorità morale del principe. Così, attanagliato da questi pensieri, Rogozin ucciderà Natasja, condannando di fatto Myskin ad uno stato di definitiva ed irrimediabile follia.

A mio modesto parere si tratta di un’opera per molti versi straordinariamente moderna e di innumerevoli lunghezze superiore a tutta la letteratura dell’Ottocento, soprattutto per ciò che riguarda l’approfondimento psicologico dei protagonisti. In primo piano infatti c’è sempre l’inconscio, con le sue ambivalenze, le sue contraddizioni, le sue false partenze,  completamente scandagliato fino nelle viscere dei suoi più reconditi recessi. Ma nel romanzo di Dostoevskij non mancano neanche i forti sentimenti, i rancori, il senso di colpa, la passione amorosa, tutti sentimenti che investono potentemente il personaggio il quale diventa una sorta di drammatica via di mezzo tra un santo e un inetto, simbolo in fondo della umanità tutta che, secondo lo scrittore e la sua opera, è irrimediabilmente condannato all’inferno senza alcuna possibilità di salvezza.

Lo avevano ricoverato per curarlo dalla sua follia, ma secondo me non era pazzo, aveva soltanto terribilmente sofferto: in ciò consisteva tutta la sua malattia.”

La vendetta del Dottor S. : La coscienza di Zeno

Copertina della seconda edizione, postuma del 1930

Dopo l’assenza dovuta alle festività, vorrei iniziare questo 2020, con un romanzo che ho letto diversi anni fa, durante le scuole superiori. Un classico della letteratura italiana, che credo, tutti dovremmo leggere almeno una volta nella vita. Parlo del romanzo psicologico, dell’autore Italo Svevo: La coscienza di Zeno. Pubblicato nel 1923 dall’editore Cappelli, a Bologna. Raggiunge il successo nazionale e internazionale grazie a Eugenio Montale, che in un articolo del 1925 tesse le lodi del romanzo, e a James Joyce, amico di Svevo, che fa conoscere il romanzo in Francia. Nella prefazione del libro il sedicente psicoanalista Dottor S. dichiara di voler pubblicare “per vendetta” alcune memorie, redatte in forma autobiografica di un suo paziente, Zeno Cosini, che si è sottratto alla cura che gli era stata prescritta. Gli appunti dell’ex-paziente costituiscono il contenuto del libro. Il romanzo non è altro che l’analisi della psicologia di Zeno, un individuo che si sente “malato” o “inetto” ed è continuamente in cerca di una guarigione dal suo malessere attraverso molteplici tentativi a volte assurdi o che portano a effetti controproducenti.

Il romanzo è molto innovativo e particolare, e la sua struttura è suddivisa in episodi nei quali Zeno, sollecitato dal suo psicanalista, racconta i momenti fondamentali che hanno segnato la sua vita. Il romanzo si apre con la Prefazione del “dottor S.” che ha avuto in cura il protagonista; terapia che si è interrotta e che ha invogliato, per vendetta, il dottore a pubblicare le memorie del protagonista! Il libro non ha una vera e propria trama ma si articola in sei episodi della vita di Zeno e che costituiscono i 6 blocchi narrativi in cui è suddiviso il romanzo: Il fumo, La morte di mio padre, La storia del mio matrimonio, La moglie e l’amante, Storia di un’associazione commerciale e Psico-analisi, tutti narrati dal punto di vista del protagonista, con la sua visione dei fatti. Zeno, infatti, non si apre davvero ma modifica alcuni, o molti, aspetti di sé per risultare migliore agli occhi del dottore, e forse anche dei propri.

Il vizio del fumo. Dopo la prefazione e una parte in cui è narrata l’infanzia del protagonista, si apre il primo blocco narrativo, quello dedicato interamente al fumo. Zeno è assuefatto dal fumo, vizio che si porta dietro fin da quando era ragazzino e da cui non riesce proprio a liberarsi. Pagine e pagine di diari, fogli volanti, persino muri, sono segnati dalla scritta “ultima sigaretta” che in realtà non è mai quella definitiva, quella che lo fa smettere di fumare. Addirittura Zeno, per cercare di smettere, si fa ricoverare in una clinica, ma alla fine non resiste e scappa, corrompendo un’infermiera con una bottiglia di cognac! Questo episodio serve a Zeno per comprendere che gli manca la forza di volontà per perseguire un fine valido e attribuisce questa debolezza e questa mancanza all’assenza, nella sua infanzia, di una figura paterna rigorosa.

La morte del padre. Il secondo blocco narrativo raccontato riguarda appunto la figura del padre di Zeno, incentrando il racconto sull’assenza di rapporto genitore-figlio, sulle mancanze del padre, soprattutto nell’infanzia. Zeno infatti, non ha mai ricevuto dal padre un’educazione fatta di regole e di conseguenza non è mai riuscito a stabilire un rapporto d’affetto con il genitore. Quando il padre è colto da una paralisi, Zeno si prodiga per aiutarlo, sperando persino, prendendosi cura di lui, di poter recuperare un rapporto ormai disastroso. Durante la notte però la situazione si aggrava tanto da far sperare a Zeno che la morte ponga fine alle sofferenze del padre. Ora che tutto sta per finire, Zeno vorrebbe tempo per recuperare, ma ormai è tardi. Il protagonista racconta che, addirittura, in punto di morte, il padre lo abbia schiaffeggiato, per poi morire. Questo gesto, magari incontrollato, rimarrà un’onta indimenticabile per Zeno e lo segnerà profondamente.

Il matrimonio. Il suo matrimonio è narrato nel terzo blocco narrativo. Zeno frequenta assiduamente la casa di Giovanni Malfenti, uomo d’affari triestino dove vede e dove si innamora della bella Ada, una delle quattro figlie di Malfenti, che però non ricambia, essendo già innamorata di un altro, Guido Speier. Si dichiara ugualmente ad Ada, ma viene rifiutato. Deciso a non perdere l’occasione di un matrimonio favorevole e borghese,  rivolge la dichiarazione di interesse alle restanti sorelle. Solo Augusta appare interessata alla proposta, forse la meno affascinante e quella che meno allettava Zeno tra le fanciulle Malfenti. Augusta però si dimostrerà una moglie perfetta e ideale, anche se non la prima scelta!

L’amante. Il quarto blocco narrativo racconta della sua esperienza extraconiugale. Zeno intraprende una relazione con una giovane amante Carla, pur essendo sempre combattuto tra il dovere di marito e il brio di una trasgressione fuori dal matrimonio. La storia con la ragazza è sempre ambigua e si conclude quando Carla, stanca delle contraddizioni del protagonista, sposa il suo insegnante di canto.  Zeno quindi ritorna dalla moglie incinta.

Storia di un’associazione commerciale. In questa parte, Zeno racconta il fallimento dell’azienda messa in piedi da Zeno e Guido, marito di Ada. Guido è incapace e sperpera tutto il patrimonio economico dell’azienda e addirittura, dopo due tentativi di suicidio simulati per avere ulteriore denaro dalla moglie e salvare così l’impresa, riesce erroneamente a uccidersi. Zeno, il giorno del funerale, sbaglia corteo funebre. Alla fine però, da solo, riesce a sbancare il lunario e ad avere successo, ma non le simpatie di Ada, che lo disprezza.

La psicoanalisi. Dopo sei mesi di interruzione della terapia trascorsi a scrivere le sue memorie per ripicca nei confronti del dottore, Zeno riprende i contatti con il medico, ma esprime il suo disprezzo per la psicoanalisi. In questo percorso però si rende conto che il suo malessere è comune a tutti gli uomini, una condizione tipica dell’uomo contemporaneo: l’inettitudine a vivere, ad adattarsi al mondo esterno, agli ingranaggi di una società egoistica e crudele. Il romanzo si conclude con una drammatica profezia di un’esplosione che causerà la scomparsa dell’uomo dalla faccia della Terra.

Partiamo subito col dire che questo racconto, fatto in prima persona dal protagonista, Zeno Cosini, è un’analisi lucida e dettagliata dell’animo umano attraverso episodi della vita di Zeno, che potrebbero essere comunque momenti della vita di ognuno di noi. Zeno è un uomo che ad un certo punto della sua vita sente il bisogno di un aiuto e pensa di trovarlo nella psicoanalisi, che però non apprezza particolarmente e dalla quale vorrebbe sfuggire. Si affida al Dottor S che prima lo spinge a mettere nero su bianco le sue esperienze, quasi come in una prova di catarsi, di purificazione, e poi per ripicca le pubblica. Inizia proprio così il romanzo per poi dipanarsi all’interno della coscienza del protagonista. Zeno è un uomo abulico, che passa dai propositi eroici, per esempio quello di smettere di fumare, alle disfatte più tragiche, come il non riuscire a smettere di fumare. È una sorta di paradosso: il protagonista passa il tempo a credere che quella che sta fumando è la sua ultima sigaretta, ama donne quando non dovrebbe; dopo vari conflitti tra padre e figlio si rammarica di non avere tempo per poter giustificare un rapporto affettuoso che non c’è mai stato e che lo ha fortemente condizionato. Zeno è un uomo, in sostanza, che va a tentoni e che inciampa nella vita. Anche mentre scrive e ci racconta la sua vita. Per lui infatti, questo processo non può definirsi catartico, perché nello scrivere mistifica addirittura i fatti, li interpreta, li trasforma e non è onesto né con se stesso, né con il dottore, né, forse con il lettore. Zeno rappresenta quello che tutti gli uomini fanno: mentono persino a se stessi per farsi creder migliori, più umani, per attenuare quel senso di incompiuto e di infelicità, per non sentire dolore, preferendo ingannarsi. Zeno si crede a tutti gli effetti un malato e perciò affronta la terapia dove ovviamente deve cercare di portare alla luce tutti quegli aspetti che lo rendono instabile, affaticato emotivamente e dolorante. Perciò, su consiglio dello psicanalista, Zeno decide di scrivere un diario strettamente privato. Esso sarà però pubblicato, per vendetta, da quello stesso medico e ci permetterà di entrare nella coscienza del protagonista.

Zeno è malato? Si, può essere ma, comunque si sente veramente malato: non è mai riuscito a smettere di fumare, non ha mai terminato gli studi, non ha mai seriamente lavorato e lo stesso matrimonio è stato deciso da altri. In tutto questo, ovviamente, cerca di continuo delle sicurezze: il padre, il signor Malfenti, la moglie e si aggrappa a loro nella speranze di risolvere tutto. Alla fine però, grazie a circostanze inattese, riesce a trovare un equilibro, lavorativo e personale e si rende finalmente conto che non è lui ad essere malato ma è la vita stessa ad essere contorta, inquinata e poco incline a rendere tutti felici e contenti. In realtà, anche quelli che appaiono sani sono malati e Zeno se ne rende conto osservando, per esempio, le vite di Guido e Ada, il primo ottuso e la seconda realmente affetta da una sindrome che non le permette di prendere la vita con il dovuto distacco. Cosa che invece Zeno impara a fare col tempo, tanto da riuscire a sorridere di tutto e di tutti, primo di se stesso. Alla fine della terapia Zeno sa che dietro la borghesia serena si nascondono drammi esistenziali dovuti anche al contesto in cui vivono. All’interno del romanzo la psicoanalisi ha un ruolo fondamentale e fa il proprio ingresso per la prima volta nella narrativa italiana. Molti degli aspetti delle ricerche di Freud si possono riscontrare nel romanzo: il rapporto padre-figlio e il cosiddetto complesso di Edipo, l’esigenza quindi di attaccarsi di volta in volta a uomini che gli diano sicurezza e che gli ricordano la figura paterna, il riscatto sociale e le convenzioni borghesi.

Se si legge il libro, Zeno non può che rientrare nei nostri personaggi preferiti. È una figura complessa e contraddittoria ma utile persino per la nostre personale introspezione. Zeno è ambiguo: si cura dal dottor S. ma non crede nella psicoanalisi, è inetto ma fa successo, ama la moglie ma la tradisce, vuole smettere di fumare ma non ce la fa, smaschera le menzogne della società ma ne fa parte. È un paradosso vivente che alla fine si dichiara guarito davanti al dottor S. ma lo è davvero? Beh, no, però riesce bene ad adattarsi alla sua condizione di uomo all’interno di un contesto sociale malato. Grazie alla psicoanalisi Zeno ha capito e ha accettato con serenità la vita, così come è!

Cantico di Natale

Titolo originale: A Christmas Carol, in Prose. Being a Ghost-Story of Christmas

Dato che siamo agli sgoccioli di questo Natale 2019, ho pensato di parlare di un romanzo che, a mio parere, si inserisce perfettamente nello spirito natalizio. Mi riferisco al Canto di Natale. Noto anche come Cantico di Natale, Ballata di Natale o Racconto di Natale, è un romanzo breve di genere fantastico del 1843 di Charles Dickens (1812-1870), di cui è una delle opere più famose e popolari. È il più importante della serie dei Libri di Natale (The Christmas Books).

Il romanzo è uno degli esempi di critica di Dickens alla società ed è anche una delle più famose e commoventi storie sul Natale nel mondo. Narra della conversione del vecchio e tirchio Ebenezer Scrooge, visitato nella notte di Natale da tre spiriti (il Natale del passato, del presente e del futuro), preceduti da un’ammonizione dello spettro del defunto amico e collega Jacob Marley. Il Canto unisce al gusto del racconto gotico l’impegno nella lotta alla povertà e allo sfruttamento minorile, attaccando l’analfabetismo: problemi esasperati apparentemente proprio dalla Poor Law (Legge contro la povertà).

Fu pubblicato da Chapman and Hall, in edizione di lusso, con rilegatura rigida di velluto rosso a bordi dorati, e le illustrazioni di John Leech, vignettista della rivista satirica Punch, dichiaratamente rivoluzionario. Il 24 dicembre 1843, nonostante fosse in libreria da pochi giorni e avesse un costo elevato, il racconto aveva venduto 6.000 copie, un vero record per l’epoca.

A Christmas Carol” è la storia fantastica, suddivisa in cinque parti, di Ebenezer Scrooge, un ricco e avaro uomo d’affari, che disdegna tutto ciò che non sia legato al guadagno e al denaro. La vigilia di Natale, irritato dalle festività, perché secondo lui portano ozio e un inutile dispendio di soldi, rifiuta in malo modo di fare un’offerta per i poveri, fa lavorare fino a tardi il suo impiegato, al quale concede una paga misera, caccia il figlio di sua sorella, che era venuto per invitarlo al pranzo di Natale, e per la strada risponde sgarbatamente agli auguri che gli vengono rivolti.

Quando arriva davanti alla porta della sua casa deserta, sul battente della porta gli appare lo spettro del suo defunto socio, Jacob Marley. Questi lo ammonisce sulla sua condotta di vita, e lo invita a ravvedersi per non essere costretto a vagare come lui per l’eternità, portandosi appresso il peso delle catene che si era guadagnato con la sua aridità e brama di denaro.

Per questo a Scrooge faranno visita tre Spiriti, nell’ordine, lo Spirito del Passato, lo Spirito del Presente e lo Spirito del Futuro.

Lo Spirito del Passato lo riporta indietro, quando Scrooge, da bambino, era stato mandato dal padre in collegio. E poi la premura di sua sorella, il lavoro presso il bonario Fezziwig e l’amore per Bella. Scrooge aveva rinunciato a tutti gli affetti per dedicarsi solo a farsi una posizione guadagnando denaro.

Lo Spirito del Presente gli mostra come la gente intorno a lui si stia preparando al Natale, l’atmosfera di festa, di gioia, di amore. Quella che era stata la sua fidanzata è sposata e felice; il suo impiegato è povero ma ha una famiglia unita; suo nipote pranza insieme a parenti e amici, e lo sta prendendo in giro per la sua avidità. Tutti ridono di lui.

Lo Spirito del Futuro gli fa vedere cosa succede alla morte di un signore ricco, di cui non si sa il nome. Nessuno lo visita, nessuno vuole andare al funerale, i servi si dividono le sue poche cose, l’azienda e la casa sono vendute. Alla fine lo Spirito gli mostra la lapide al cimitero con il nome “Ebenezer Scrooge”.

A questo punto Scrooge capisce che ha sbagliato tutto nella vita, e si ravvede. Il giorno di Natale è finalmente Natale anche per lui, così che dispensa regali e sorrisi e auguri ai passanti, al suo impiegato, a suo nipote e al mondo intero.

Numerosi sono stati gli adattamenti, da quelli fumettistici, come il celebre “Canto di Natale” di Topolino, a quelli cinematografici, a partire dalla versione muta del 1911, e a quella del 1951, resa celebre da Alistair Sim. L’ultimo film risale al 2009, ed è stato realizzato in animazione digitalizzata in 3D, con il supporto di veri attori: Ebenezer Scrooge è stato interpretato dall’attore Jim Carrey.

Da menzionare anche una versione radiofonica sull’emittente CBS Campbell Playhouse, che risale al 24 dicembre 1939. Ad interpretarlo Lionel Barrymore, che aveva recitato “A Christmas Carol” alla radio la prima volta nel 1934. La voce narrante e la produzione erano di Orson Welles, insieme con il Mercury Theatre Group. Le musiche furono composte e dirette da Bernard Herrmann.

“Onoreró il Natale nel mio cuore, e cercheró di conservarmi in questo stato d’animo per tutto l’anno. Vivró nel passato, nel presente e nel futuro, e i tre spiriti saranno sempre presenti in me .”

Oggi vi ho parlato di uno dei tanti romanzi che sono ambientati nel periodo natalizio, credo proprio che andrò a guardare per la terza volta il film con Jim Carrey, la trasposizione cinematografica migliore secondo me.

Buon Natale a tutti voi, lettori!

Le affinità elettive

Titolo originale: Die Wahlverwandtschaften

Si avvicina il Natale, ma in questa domenica di dicembre vorrei analizzare un romanzo che ho finito di leggere pochi giorni fa. Le affinità elettive di Johann Wolfgang von Goethe, quarta opera dello scrittore, pubblicata nel 1809. Il titolo deriva dall’affinità chimica, proprietà degli elementi chimici che descrive la tendenza di alcuni di essi a legarsi con alcune sostanze a scapito di altre.

Il romanzo racconta la vita di una coppia sposata che, trovandosi a convivere con un amico di lui e con la nipote di lei, va incontro al disfacimento della propria relazione e alla formazione di due nuove coppie, che in brevissimo tempo si divideranno per colpa di una serie di eventi avversi, che faranno terminare la storia in modo tragico.

Edoardo, «un ricco barone nel fiore dell’età virile», e Carlotta, sua moglie, vivono in una tranquilla tenuta di campagna. Carlotta si occupa della casa, mentre Edoardo amministra le questioni generali e l’ampio parco circostante. Entrambi desiderano «godere indisturbati la felicità un tempo tanto ardentemente desiderata e ora finalmente raggiunta»: il loro amoreinfatti, pur essendo nato in gioventù, ha dovuto sopportare diverse traversie e aspettare un lungo tempo prima di essere appagato. Edoardo era stato in passato costretto dal suo avido padre a sposare una donna anziana ma facoltosa; allo stesso modo, Carlotta era andata in sposa ad un altro uomo per via della sua ricchezza, e da lui aveva persino avuto una figlia, Luciana. Ora Luciana vive in collegio, affinché sua madre e Edoardo, ormai liberi dai rispettivi coniugi, possano finalmente vivere soli.

La tranquillità in casa è destinata però a durare poco, fino a quando cioè Edoardo comunica a Carlotta di volerospitare per qualche tempo un suo amico, il Capitano, che è disoccupato e sta attraversando un momento difficile. I tentativi con cui Edoardo cerca di convincere la moglie, illustrandole i vantaggi che trarrebbero dalla presenza dell’amico, dapprima non funzionano: Carlotta vede nella possibile convivenza un pericolo per il loro equilibrio relazionale. Del resto, lei stessa avrebbe potuto ospitare tempo prima un’altra persona – Ottilia, sua giovane e amatissima nipote, che con difficoltà vive nello stesso collegio di Luciana – ma ha preferito autocensurare i propri desideri, considerando tale possibilità nefasta per la coppia. Ma anziché dissuaderlo, questa nuova informazione si trasforma in una carta a favore di Edoardo, che rassicura la donna e la convince a ignorare le perplessità residue e quindi ad aprire le porte della loro casa sia al Capitano che a Ottilia.

Poco tempo dopo l’inizio della nuova convivenza, prende forma ed espressione un sospetto che fin da subito tormentava l’animo di Carlotta. Chiasmaticamente, Edoardo finisce per sentirsi attratto da Ottilia, e Carlotta dal Capitano. Se la moglie cerca di resistere, di opporre alla sensualità una scelta di ragionevolezza, il marito tende invece a lasciarsi trasportare dal nuovo sentimento che lo vorrebbe legato alla giovane. Queste tensioni oppresse emergono di colpo una notte, quando Edoardo e Carlotta fanno l’amore ma immaginando di unirsi l’uno con Ottilia e l’altra col Capitano.

La situazione raggiunge il suo punto di rottura nel momento in cui il Capitano è costretto a trasferirsi per lavoro. Contestualmente, Carlotta vorrebbe affidare Ottilia alle cure di un’amica altolocata, con l’intenzione di riportare in casa e nella coppia l’equilibrio perduto. Edoardo si dichiara però contrario al trasferimento della giovane: sarà lui stesso a lasciare la tenuta. Lontano da casa, soffrendo la nostalgia di Ottilia, Edoardo decide di partire per la guerra, pensando all’eventualità della sua sopravvivenza come a un segno del destino, un destino che vedrebbe a quel punto lui e la ragazza giustamente uniti nell’amore.

Mentre Edoardo è via, Carlotta – rimasta a vivere con Ottilia – scopre di essere rimasta incinta dopo l’ultima notte di passione col marito. Il tentativo di informarlo tramite un intermediario fallisce: Edoardo torna a casa soltanto dopo la nascita del bambino, Ottone, che crescendo dimostrerà un’assurda e impressionante somiglianza con il Capitano e Ottilia, proprio coloro ai quali i suoi genitori pensavano durante il suo concepimento.

Ora Edoardo non è più in grado di resistere a Ottilia, al punto da appellarsi al Capitano perché manifesti il suo interesse per Carlotta e la convinca a rompere il matrimonio. Incapace di aspettare la mossa dell’amico, però, un giorno l’uomo cerca Ottilia nel bosco per dichiararle definitivamente il suo amore. La trova in prossimità di un lago. Lì, Ottilia corrisponde apertamente il suo sentimento, ma a causa del senso di colpa nei confronti di Carlotta, che si è sempre presa cura di lei come una madre, si dimostra ancora esitante. L’atteggiamento dell’amata spinge Edoardo arompere i suoi indugi: si reca quindi dalla moglie per chiarire la situazione e liberare entrambi dalla morsa che impedisce loro di rispondere con libertà ai propri nuovi sentimenti. Nel frattempo, ha luogo una terribile tragedia. Ottilia sale in barca con il piccolo Ottone, anch’egli presente al colloquio, per attraversare il lago e rincasare: sbilanciatosi, il bambino cade in acqua e muore affogato. L’evento trascina la giovane in uno stato di forte depressione: nelle settimane seguenti,Ottilia si lascerà morire di fame. La seguirà nel terribile destino Edoardo, devastato dalla perdita. Affinché possano un giorno, chissà, ritrovarsi in una nuova vita, i due verranno sepolti l’uno accanto all’altra da Carlotta e dal Capitano, finalmente congiunti.

Due aspetti dell’opera hanno un interesse attuale. 

Il primo verte sulla tesi che Goethe intende dimostrare: esistono le affinità elettive, vale a dire incontri che avviluppano irreversibilmente due anime in un nodo d’amore destinato a durare per sempre? La risposta è che tali affinità esistono, ma in misura molto minore rispetto a quanto pensano di solito gli amanti. Qualunque esperienza d’innamoramento, dall’adolescenza sino all’età matura, produce la convinzione di avere incontrato l’anima gemella, e una sorta di esaltazione in conseguenza della quale gli amanti pensano che la loro esperienza sia unica, irripetibile e irreversibile. Ciò è dovuto all’idealizzazione del partner, che porta ad attribuirgli, in misura estrema, tutte le qualità positive necessarie perché egli si configuri come un’anima gemella.

L’innamoramento è una fase illusionale, una sorta di stratagemma che la mente adotta per innescare i sentimenti e produrre relazioni. Quando esso, nel volgere di alcuni mesi, declina, può subentrare l’indifferenza o avviarsi un amore reale sulla base della conoscenza dell’altro così com’è. L’amore “normale” è definito dal fatto che il sentimento persiste nonostante la consapevolezza piena dei limiti e dei difetti dell’altro. Si tratta di un’esperienza estremamente significativa, che può durare anche per tutta la vita, anche se, solitamente, il sentimento assume progressivamente un carattere prevalente di abitudine (nel senso migliore della parola), di affetto, di condivisione e di solidarietà.

L’affinità elettiva, viceversa, è una circostanza eccezionale, che si sottrae ad ogni tentativo di analisi psicologica. Essa è caratterizzata dall’incontro di due soggettività tra le quali si stabilisce repentinamente una sintonia totale, che investe il corpo non meno dell’anima. Una sintonia siffatta non implica né l’identità dei soggetti né la loro complementarietà. Essa attesta che, per alcuni aspetti significativi, che riguardano il modo di sentire, di pensare e di agire, due mondi di esperienza vibrano all’unisono e pertanto realizzano, tra loro, un’intimità che non può essere espressa dalle parole: un’intimità viscerale, le cui radici affondano nell’inconscio.

L’altro aspetto significativo dell’opera, poco o punto rilevato, che io sappia, dagli studiosi di Goethe, concerne il diverso potere che gli uomini hanno sul mondo esterno e su quello interno. Eduardo e Carlotta trasformano di continuo l’ambiente che li circonda per adattarlo ai loro bisogni. Nonostante le loro ambizioni siano prevalentemente di ordine estetico, essi sono i rappresentanti della Techne, e dunque della Razionalità, il cui potere, nei confronti della natura, è pressoché illimitato. Alla Ragione essi intendono sottomettere anche i loro cuori, vincolandosi in un patto di reciproca fedeltà che dovrebbe durare per sempre. L’incontro di Carlotta con il capitano e di Eduardo con Ottilia compromette però questo patto. Carlotta oppone ai moti del cuore la ragionevolezza. Eduardo, la cui passione è più intensa, non riesce a soffocarla. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non ha, scriveva Pascal. Egli non aveva di certo in mente le passioni amorose fondate su di un’affinità elettiva, se non forse quelle che legano l’anima della creatura al suo Creatore. Ma la citazione è quanto mai pertinente.

Nessun uomo può conseguire un totale controllo sulla sua vita interiore. Il ruolo dell’io è quello di un timoniere che deve adattare la sua rotta alla variabilità di fattori (venti, correnti, ecc.) sui quali non ha potere. La rotta della vita è, infine, una scelta morale, inesorabilmente a rischio, tanto più quand’essa si confronta con le emozioni e i sentimenti.

Le petit prince

Titolo originale: Le petit prince


Il piccolo principe è un racconto di Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944), il più conosciuto della sua produzione letteraria. Fu pubblicato il 6 aprile del 1943 a New York da Reynal & Hitchcock nella traduzione inglese (The Little Prince, tradotto dal francese da Katherine Woods). Solo nel 1945, dopo la scomparsa dell’autore, fu pubblicato in Francia a Parigi da Gallimard, una delle maggiori case editrici francesi. Il testo ed i disegni sono stati realizzati in vari siti di New York, la maggior parte nella residenza “Bevin House” di Ashroken, Long Island, NY.

Un aviatore, in volo sopra il deserto del Sahara è costretto da un’avaria ad atterrare nel mezzo del nulla. Pensa di essere solo, sotto il cielo trapunto di stelle, lontano, lontanissimo dalla civiltà. Quando, all’improvviso, una voce lo sorprende:<<Disegnami una pecora!>>. A parlare è un bambino, il principe del lontano asteroide B 612, su cui viveva in compagnia di tre vulcani e una rosa, piccola e vanitosa. Di lì è partito per un lungo viaggio attraverso l’universo, durante il quale ha incontrati diversi personaggi bizzarri: un re solitario, un vanitoso che loda solo sé stesso, un arido uomo d’affari, un ubriacone che beve per dimenticare, uno zelante lampionaio ed un geografo. Imparando da ciascuno le piccole grandi verità, che compongono il mosaico della saggezza umana. Approdato infine sulla Terra, viene avvicinato da una volpe che gli chiede di essere addomesticata e gli rivela il segreto più prezioso: quello dell’amicizia. Ma al termine del racconto è tempo per l’uomo e per il bambino di separarsi: il piccolo principe deve far ritorno alla sua rosa. Non prima di aver fatto dono al pilota del suo sorriso e di un messaggio confortante: ogni volta che alzerà lo sguardo verso le stelle saprà che lassù c’è un piccolo principe che veglia la sua rosa.

Nonostante la ricchezza di illustrazioni, Il Piccolo Principe non è soltanto un libro per bambini. Nel caso di questo racconto, come di altri libri, infatti possiamo trovare al suo interno messaggi diversi a seconda dell’età o del momento a cui ci avviciniamo alla lettura. Il piccolo principe ha qualcosa da insegnarci anche se non siamo più bambini.

Non si vede che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi’. Ecco la citazione più nota che possiamo trarre da questo libro, ma cosa significa veramente? Possiamo interpretarla così: la vera bellezza delle persone risiede in ciò che tengono segreto dentro. Sono le cose nascoste a renderle davvero speciali, quelle cose che non sono immediate e nemmeno facili da raggiungere e che possiamo scoprire davvero solo se vogliamo approfondire il rapporto con una determinata persona e se ci impegniamo ad esserle amici.

-Le relazioni con gli altri non nascono dal nulla. Siamo responsabili di ciò che addomestichiamo. Se creiamo la buona abitudine di incontrare una persona in un certo giorno e sempre a quell’ora proviamo a non deluderla e a non tradire le sue aspettative. L’amicizia e l’amore portano sempre con sé la necessità di assumersi le proprie responsabilità.

-Non sempre le cose sono come sembrano. Le nostre percezioni potrebbero non corrispondere alla realtà. Solo perché un oggetto o una situazione appaiono in un certo modo, non è detto che siano davvero così. Ecco allora l’importanza dell’approfondimento costante, della ricerca e del desiderio di espansione della conoscenza.

-Nel rapportarci agli altri e nel confrontarci con loro dovremmo dare più importanza alle azioni invece che alle parole. Le parole dette a voce infatti sono passeggere e a volte vengono pronunciate senza pensarci troppo. Le azioni invece sono concrete, hanno degli effetti duraturi e rivelano ciò che davvero le persone hanno nel proprio cuore.

-In un mondo che corre rischiamo di lasciarci sfuggire i dettagli. Meglio osservare una situazione da lontano e poi avvicinarci per scoprire tutti i suoi segreti, senza fermarci solo al quadro generale. Sono i piccoli dettagli che possono distinguere il disegno di un cappello da quello di un boa. Approfondire e badare ai dettagli ci mette al riparo dalle illusioni.

-Ad un certo punto della storia il piccolo principe incontra un geografo che rifiuta di esplorare il proprio mondo perché è troppo occupato a fare ricerche su luoghi lontani. Rischiamo di cadere nella trappola di cercare altrove – e dunque di non trovare – ciò che invece è già presente dentro di noi. Ecco perché è importante conoscere innanzitutto se stessi per poi confrontarsi con gli altri e con il mondo.

È il tempo che hai dedicato alla tua rosa ad averla resa così importante’, spiega la volpe al piccolo principe. È il tempo che dedichiamo agli altri ad aiutarci a creare un vero legame con loro. Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici.

-Ognuno di noi è unico al mondo e molti aspetti che rappresentano ciò che siamo sono determinati dalle nostre relazioni con gli altri. Ognuno di noi ama ed è amato da persone diverse, ha amici e gusti differenti. Ogni persona va rispettata nella propria unicità, nel proprio desiderio di compagnia o di solitudine.

-Tenere nascosti i nostri sentimenti o negarli può diventare davvero dannoso per noi stessi. Quando il piccolo principe decide di partire per esplorare nuovi pianeti, la rosa dice di non avere bisogno di lui e si dichiara autosufficiente. Il piccolo principe allora la abbandona perché in quel momento non aveva capito che la rosa stava mentendo e che quelle parole nascondevano una richiesta d’aiuto. Meglio parlare chiaro.

-Vorremmo sempre avere vicine le persone che amiamo ma per il loro bene dobbiamo imparare a lasciarle libere. A volte dobbiamo lasciare andare via le persone perché trattenerle con noi significherebbe intrappolarle. Lasciarle andare può essere la più grande dimostrazione d’amore nei loro confronti. Ecco perché alla fine della storia il pilota e narratore permette al piccolo principe di abbandonare la Terra e di tornare sul suo pianeta.

Gli anni della fenice

Titolo originale: Fahrenheit 451

In questo uggioso ed ultimo venerdì di novembre, ho pensato di andare a parlarvi di un romanzo che lessi non molto tempo fa, e di cui oggi mi è capitato di leggere un estratto curiosando fra i vari social. sto parlando del romanzo Fahrenheit 451, edito in Italia anche con il titolo Gli anni della fenice. Romanzo di fantascienza del 1953, scritto da Ray Bradbury (1920-2012). Ambientato in un imprecisato futuro posteriore al 1960, vi si descrive una società distopica in cui leggere o possedere libri è considerato un reato, per contrastare il quale è stato istituito un apposito corpo di vigili del fuoco impegnato a bruciare ogni tipo di volume.

Nasce come espansione del romanzo breve The Fireman, pubblicato originariamente nel numero di febbraio 1951 della rivista Galaxy Science Fiction. In forma di romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1953 sulla nascente rivista Playboy, sul secondo, terzo e quarto numero. È stato pubblicato in italiano per la prima volta sulla rivista Urania in due puntate (nn. 13 e 14, novembre e dicembre 1953), con il titolo Gli anni del rogo. Nel racconto La volpe e la foresta (The Fox and The Forest, 1950), si accenna a un futuro distopico dove vengono censurati i pensieri, si viene costretti ad ascoltare la radio e vengono bruciati i libri: tale racconto può essere considerato un ravvicinato precursore dei temi presenti nel libro. Il titolo del romanzo si riferisce a quella che Bradbury riteneva essere la temperatura di accensione della carta a pressione di una atmosfera e che nel Sistema internazionale corrisponde a circa 506 K, 233 °C, anche se nel testo non vi si fa riferimento: infatti questa cifra compare solo sull’elmetto da pompiere del protagonista Montag. In realtà la temperatura d’accensione della carta dipende dal suo spessore: quella di giornale si accende per esempio a 185 °C, quella da lettera a 360 °C.

Il protagonista di Fahrenheit 451 è Guy Montag: ha circa 30 anni, vigile del fuoco modello (anche suo padre e suo nonno sono stati pompieri), il suo elmetto porta il numero 451. Un giorno Montag incontra Clarisse, ribelle alle regole del governo. Rimane attratto dalla personalità della ragazza, così diversa da quella della moglie Mildred, interessata solo a non perdere l’ultima puntata del programma televisivo preferito. Montag incontra Clarisse altre volte e si ferma a parlare con lei: comincia così a “riflettere” (cosa che non aveva mai fatto prima di allora) e a considerare che forse nei libri c’è qualcosa di importante.
Un giorno, dietro l’ennesima segnalazione anonima, Montag e la sua squadra piombano in una casa per eseguire l’ennesimo “lavoro di ripulitura”, solo che questa volta la polizia non è arrivata per portare via l’abitante della casa, come solitamente fanno. L’anziana signora si rifiuta di abbandonare la sua casa e i suoi libri ormai in fiamme: preferisce morire con essi. Montag rimane colpito da quanto accaduto e decide di leggere in segreto il libro che, senza rendersi conto, ha nascosto sotto la tuta prima di abbandonare la casa dell’anziana donna. Scopre così che nel passato c’è stato un mondo non dominato e spento dalla tecnologia, in cui era salva la libertà di pensiero e l’individuo poteva dare vita a idee proprie attraverso i libri. Dopo aver ricevuto la notizia della morte di Clarisse, investita da un’automobile, Montag si procura e legge di nascosto altri libri e scopre il loro potere “rivoluzionario”, perché i libri contengono la saggezza dell’umanità che, proprio per questo, li rende pericolosi per una dittatura. Montag cerca di coinvolgere la moglie nella lettura, ma la donna non capisce le ragioni del marito e non condivide la sua curiosità, lei accetta passivamente l’omologazione di idee imposta dal potere centrale. Guy si mette in contatto con un anziano professore, Faber, con il quale progetta un piano per eliminare i Vigili del fuoco. Il piano però fallisce e, denunciato dalla moglie, Montag è ricercato dai suoi stessi colleghi. Durante un acceso diverbio con Beatty, suo diretto superiore, Guy lo uccide, aggravando così la sua posizione. Contro di lui si scatena una vera e propria caccia all’uomo alla quale egli riesce a sfuggire grazie all’aiuto dell’amico professor Faber. Si unisce a un gruppo di persone costrette a vivere ai margini del paese. Sono gli “uomini-libro” guidati da Granger, che hanno imparato a memoria tutti i libri che hanno letto, perché soltanto così possono salvarli dalla distruzione. Intanto la città viene bombardata e distrutta. Montag e i suoi nuovi compagni si avviano verso di essa: sperano di poter far risorgere la cultura dalle ceneri di quella loro orribile società, come la mitica fenice risorgeva dalle proprie ceneri.

Anche se sono trascorsi più di sessant’anni dalla sua pubblicazione, il libro Fahrenheit 451 dimostra ancora oggi tutta la sua straordinaria attualità: gli uomini non devono accettare le regole imposte dalla società senza interrogarsi sulle implicazioni che queste comportano; devono continuare a leggere i libri perché pensino e riflettano come “individui” e non come “massa”. I libri sono uno strumento valido per rispondere ai più svariati “perché”. Sono necessari per attingere idee, problemi o contenuti che, se elaborati personalmente, formano una mente aperta, costruttiva, critica, aggiornata.
L’uomo che si educa è libero, perché spezza la catena che lo intrappola nell’ignoranza. Ignorare significa non riconoscere i propri diritti e i propri doveri.

Il testo, da cui lo stesso Bradbury ha tratto una versione per il teatro, rientra nel filone della fantascienza sociologica e vuole rappresentare in modo esplicito i rischi di una società distopica.

Secondo alcuni critici vorrebbe simboleggiare un’allegoria del maccartismo imperante nella società statunitense dei primi anni cinquanta. Secondo altri l’autore avrebbe inteso prefigurare semplicemente una società distopica cresciuta all’ombra di cervellotici machiavellismi.

Il romanzo di Bradbury affronta il tema delicato della gestione delle informazioni e del controllo della società e – sotto questo particolare aspetto – tratta lo stesso tema dell’altrettanto famoso romanzo di Aldous Huxley Il mondo nuovo, pubblicato nel 1932. In entrambi i romanzi l’attenzione delle persone verso l’operato del governo è annichilita dall’imposizione di un consumo di massa, dove il fine ultimo è apparenza, protagonismo e appagamento materialista. Nonostante il proposito delle dittature, la felicità risulta essere solo apparente e sussistono numerose manifestazioni di depressione, che però possono essere eliminate facilmente grazie all’uso di stupefacenti. Fahrenheit 451 ha anche numerose analogie con il romanzo 1984 di George Orwell: in entrambe le storie è presente la delazione (persino fra componenti dello stesso nucleo familiare), anche se in 1984 essa è inculcata fin da bambini e considerata positiva, in Fahrenheit 451 è solo una prassi comune. In entrambi i libri si fa un uso massiccio della censura e della manipolazione dell’informazione, ma organizzata in modo differente. In 1984 esistono ancora i libri ma tutte le notizie vengono costantemente rimaneggiate a posteriori ad opera di un ministero delegato, le notizie sono palesemente in contrasto con la realtà quotidiana di povertà e abbrutimento della città e dei suoi abitanti e la televisione diventa l’unico mezzo di comunicazione ed educativo obbligatorio, al punto che non si può spegnerla in nessun caso. Nel romanzo di Bradbury invece è bandita qualsiasi informazione scritta (che non siano aridi manuali tecnici o scolastici oppure giornali sportivi o umoristici). I libri sono materiale illegale perché la società deve proteggersi dalle persone che potrebbero mettersi a pensare, istigate dai libri; la televisione è presente non come strumento di educazione ed oppressione, ma come un riempitivo volontario della vita quotidiana, la tv non veicola nessun contenuto, è solo intrattenimento puro. Le notizie vere si ascoltano ancora alla radio, ma la guerra viene presentata come qualcosa che non interferisce con la normalità della vita quotidiana e inoltre si è sicuri di vincerla, quindi vengono date notizie rassicuranti, finché una bomba non verrà sganciata sulla città. Inoltre la città di Montag è improntata al consumismo e al benessere dell'”American way of life”. A differenza di quanto accade in 1984, Fahrenheit 451 e Il mondo nuovo possono essere considerati libri critici verso le degenerazioni informative dei regimi democratici, basati sul sempre più invadente consumo di massa. In ogni caso il libro di Bradbury ha un finale aperto a una nuova vita e alla speranza, mentre Huxley e Orwell non lasciano alcuna via di fuga.

Titolo originale: Fahrenheit 451, trasposizione cinematografica del 1966 ad opera del regista francese François Truffaut

Nel 1966 il libro è stato trasposto in un omonimo film per la regia di François Truffaut e una seconda trasposizione cinematografica è apparsa nel 2018 per la regia di R. Bahrani. Nel 2004 al libro è stato assegnato il premio Retro Hugo come miglior romanzo 1954.

“Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.”

-Ray Bradbury, Fahrenheit 451

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